Università degli studi di Milano

Nelle ultime settimane abbiamo assistito ad un mutamento radicale delle nostre abitudini di vita. Le trasformazioni in atto hanno inciso in particolar modo sulla condizione di chi lavora, lavoratori dipendenti e non solo, amplificando le criticità di un mercato del lavoro già attraversato da profonde contraddizioni.

Se le misure inizialmente adottate dal Governo hanno riguardato esclusivamente i lavoratori della cosiddetta zona rossa, le iniziative successive hanno contribuito ad alimentare un clima di incertezza nell’ambito delle relazioni di lavoro. Plastica rappresentazione di tale caos è stata la raccomandazione del Governo contenuta nel DPCM 9 marzo 2020 ad incentivare la collocazione dei lavoratori in ferie, con provvedimento unilaterale del datore di lavoro. Il diritto alle ferie risulta tutelato, tanto a livello costituzionale, che sul piano dell’ordinamento euro-unitario, come diritto sociale fondamentale. La pratica delle ferie coatte, così come delle riduzioni di orario e dell’utilizzo dei permessi, necessiterebbero dunque di un contemperamento con le esigenze dei lavoratori. Ciò imporrebbe quantomeno l’intervento di mediazione delle organizzazioni sindacali dei lavoratori, per far fronte con spirito di unità alla crisi.

D’altro canto, il legislatore ha agevolato la permanenza nella propria abitazione dei lavoratori in grado di svolgere la prestazione da remoto, adottando disposizioni in deroga alla disciplina ordinariamente applicabile al cosiddetta smart working.

Il lavoro agile è stato allora accompagnato da un’aura di entusiasmo e l’emergenza sanitaria è stata salutata da più parti come l’occasione per agevolare finalmente il ricorso al lavoro da casa, finora timidamente previsto solo nelle policy delle grandi aziende. Eppure, ancora una volta si rischia di trascurare le ambiguità caratterizzanti la condizione del lavoratore intellettuale: la conciliazione delle esigenze di vita e di lavoro, certamente agevolata dalla prestazione in modalità agile, si accompagna infatti all’alienazione dall’ambiente di lavoro. A ciò si aggiunga la compresenza del lavoratore con i membri della propria famiglia in ambienti non necessariamente idonei allo svolgimento della propria attività lavorativa da remoto.

La prestazione in modalità agile si presta poi poco a garantire la dovuta alternanza tra tempi di lavoro e di riposo: lo sanno bene gli insegnanti della scuola pubblica. Sebbene il CCNL di comparto attribuisca loro il cosiddetto diritto alla disconnessione, gli insegnanti sono stati catapultati nell’affanno digitale della formazione a distanza. Ciò, in mancanza di una adeguata formazione e di direttive chiare che garantiscano il rispetto dei diritti dei lavoratori dell’insegnamento e della privacy dei discenti.


fonte: gazzettadiparma.it


Dalla sospensione arbitraria della fruizione dei diritti ai licenziamenti economici, il passo è stato breve: i primi casi di espulsione della forza lavoro dalla compagine aziendale sono stati segnalati anche alle organizzazioni sindacali, che hanno tentato di far fronte all’emergenza mettendo a disposizione dei lavoratori servizi telefonici e telematici di supporto.

La difficile condizione del lavoratore subordinato privato e pubblico appare però agli occhi di altri lavoratori paradossalmente privilegiata. In effetti, al lavoro dipendente si affiancano le ulteriori tipologie contrattuali anch’esse aventi ad oggetto una prestazione personale. Si tratta del variegato universo che va dalle collaborazioni ai lavoratori autonomi in partita Iva, che offrono la propria attività tanto nell’ambito del settore privato che nelle Pubbliche Amministrazioni. I menzionati lavoratori hanno vissuto un ancor più repentino e drammatico cambio di paradigma, andando incontro all’impossibilità di svolgere la propria prestazione per carenza di commesse o di domanda.

La bozza di Decreto Cura Italia, non ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale, sembra voler fornire le prime serie risposte alla crisi.

Le prime indiscrezioni segnalano che le disposizioni adottate interverranno su diversi fronti. Si tenterà innanzitutto rispondere alle esigenze dei genitori-lavoratori che hanno dovuto far fronte alla chiusura delle scuole in mancanza di aiuti: il decreto introdurrà congedi retribuiti e non, differenziando le tutele in ragione dell’età del figlio.

Dovrebbe mirare alla sopravvivenza economica di collaboratori e partite IVA la creazione di un fondo di 300 milioni di euro per garantire misure di sostegno al reddito dei lavoratori autonomi che abbiano ridotto, sospeso o cessato l’attività. La misura è indirizzata nella direzione giusta, ma dovrà essere accompagnata da specifiche indicazioni operative del Ministero del Lavoro. Quel che è certo è che i professionisti iscritti alla gestione separata INPS – che non godono di ulteriori forme di previdenza (Casse professionali)potranno fruire di un’indennità di 600 euro per il mese di marzo 2020.

Nondimeno, le disposizioni più poderose sembrano volte a fronteggiare lo spettro della disoccupazione. Da un lato, sono stati infatti introdotti due canali di Cassa integrazione, ordinaria e straordinaria. Dall’altro, il legislatore adotta una inedita misura in materia di licenziamenti, che introduce un bimestre bianco volto alla neutralizzazione delle procedure di licenziamento economico individuale e di mobilità avviate a partire dal 24 febbraio 2020. La misura ricorda le disposizioni adottate nel dopoguerra per garantire la tenuta economico-sociale del Paese.

In attesa della lettura del testo, possiamo anticipare che le disposizioni del decreto dovrebbero introdurre un periodo di vacatio di due mesi, neutralizzando da un lato nuovi recessi datoriali, e dall’altro disponendo una non ben precisata sospensione dell’efficacia dei licenziamenti economici adottati dalla data spartiacque del 23 febbraio.

In conclusione, con il decreto Cura Italia il Governo ha offerto risposte parziali e ancora inadeguate, dimostrando al contempo i fallimenti del mercato. Se infatti appare chiaro a tutti che le risorse e gli strumenti messi a disposizione non offriranno protezione adeguata per tutti lavoratori in difficoltà, lo Stato interviene a puntellare un’economia di mercato fatiscente.

Quel che emerge è che la tutela del lavoro non dovrebbe conoscere barriere legate alla qualificazione del rapporto. In piena emergenza sanitaria, economica e sociale, appaiono ancora più attuali le iniziative della CGIL che, con la Carta dei Diritti, ha già da tempo avanzato la proposta di uno Statuto del lavoro che garantisca un nucleo duro di protezione giuridica a carattere universale, rivolto a tutti coloro che svolgano una prestazione personale.

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