Filosofo e scrittore

In occasione del ciclo di conferenze online Unboxing AI. Comprendere l’intelligenza artificiale pubblichiamo qui di seguito un estratto di Roberto Ciccarelli dall’Annale: lavoro la grande trasformazione a cura di Enzo Mingione, Feltrinelli 2020 in libreria a partire dal 26 novembre.

 

Il lavoro digitale (digital labour) è l’attività produttiva svolta per il profitto dei proprietari delle piattaforme digitali. Su queste infrastrutture elettroniche la forza lavoro dei consumatori e degli utenti è impiegata 24 ore su 24, 7 giorni su 7, nella creazione di relazioni e contenuti gratuiti o a pagamento; nel collegamento dei clienti con i fornitori indipendenti di beni o servizi; nello spostamento delle merci e delle informazioni in tempo reale su internet e nei settori industriali, dei servizi, della comunicazione o della logistica. Le piattaforme agiscono come intermediari tra gli individui e il mercato; reclutano la forza lavoro attraverso le applicazioni e i portali mobili; permettono l’incontro automatizzato tra la domanda e l’offerta di lavoro digitale su un mercato on line; abbinano due o più persone in rete e governano a distanza le loro interazioni. Il conflitto tra la forza lavoro e i proprietari delle applicazioni che la organizzano e la sfruttano caratterizza il “capitalismo delle piattaforme digitali”.[1]

Digitale in italiano e digital in inglese derivano dal latino digitus: dito. Il lavoro digitale è, letteralmente, il lavoro del dito che fa clic. L’azione del dito su un mouse, su un pulsante o su uno schermo è l’attività materiale che accomuna esperienze che variano dal like sui social network all’anno­azione dei video, l’ordinamento dei tweet, la trascrizione di documenti digitalizzati, la moderazione dei commenti, la scrittura dei blog.[2] Inteso in maniera più complessiva, il lavoro digitale è l’addestramento che permette agli algoritmi di diventare intelligenti. Questa attività è il prodotto della cooperazione tra le macchine, i lavoratori e i consumatori, ed è influenzata da culture, esperienze, saperi, consumi e dall’opinione pubblica. La loro interazione è la base di una nuova economia che estrae la ricchezza prodotta dalla forza lavoro degli esseri umani, ma non la restituisce a coloro che l’hanno resa redditizia. La distribuisce sotto forma di profitto ai proprietari delle piattaforme digitali.

Il lavoro digitale è un rapporto sociale di produzione di natura contraddittoria. Da un lato, favorisce l’attivazione di un individuo “creativo”, responsabile e innovativo; dall’altro lato, inserisce lo stesso individuo in una subordinazione lavorativa, economica e psicologica. Questa condizione interessa una quota crescente di persone che svolgono attività più o meno specializzate in maniera continuativa e formano una sottoclasse di fantasmi sociali al servizio degli algoritmi.[3]Il loro numero è considerevole, ma non esaurisce la generalità del fenomeno. È la vita, oltre che il lavoro, a essere stata sussunta dal capitalismo digitale. Tutti possono realizzare il profitto delle piattaforme attraverso il loro uso quotidiano.

Il lavoro digitale mobilita le facoltà intellettuali, manuali, biologiche, relazionali, sessuali della forza lavoro disponibile. Sono le stesse facoltà usate dalle donne nel lavoro di cura o in quello domestico e rimosse in una società capitalista e patriarcale.[4] Oggi sono richieste a tutti, anche attraverso le piattaforme, e sono assoggettate alle medesime condizioni di precarietà, flessibilità e gratuità.[5] Questa è un’esperienza comune alle donne e agli uomini ed è caratterizzata dalla frammentarietà delle prestazioni e dalla pluralità delle dipendenze.[6] In questa cornice è ricorrente l’analogia tra il lavoro digitale nascosto che permette alle piattaforme di sviluppare l’intelligenza artificiale, l’apprendimento automatico degli algoritmi, i big data e il lavoro di cura nelle case private o quello delle pulizie negli uffici svolto in prevalenza dalle donne e dagli immigrati all’alba o al tramonto quando sono invisibili agli sguardi. I lavoratori digitali rendono possibile l’economia delle piattaforme nello stesso modo in cui il lavoro di cura permette quella domestica.[7]

Le donne e gli uomini che svolgono un lavoro digitale sono considerati “servizi umani”, appendici organiche di un algoritmo, funzioni assoggettate all’autorità dei proprietari delle piattaforme. Agli algoritmi è attribuita una vita autonoma, mentre la forza lavoro che permette di renderli intelligenti è considerata il prodotto dell’intelligenza artificiale. Questo feticismo dell’automazione ispira la profezia della sostituzione del lavoro umano con i robot.[8] È nata così l’idea secondo la quale l’innovazione tecnologica è la principale causa della scomparsa dei posti di lavoro e dell’aumento delle diseguaglianze salariali. L’informatizzazione della produzione è stata considerata la causa dell’aumento dell’occupazione negli impieghi con i salari più alti e della disoccupazione in quelli con i salari più bassi con la conseguente polarizzazione tra i posti di lavoro.[9]

Esiste un altro modello interpretativo secondo il quale le diseguaglianze salariali sono il frutto di un processo di sostituzione del lavoro subordinato con quello precario determinato dall’uso politico della tecnologia. In questo contesto l’automazione digitale svolge una funzione completamente diversa:

 

  • non cancella i lavoratori in carne e ossa, ma rende invisibile la loro forza lavoro nella produzione;
  • disloca il lavoro necessario in tutto il pianeta, soprattutto dove non è possibile osservarlo;
  • nasconde il rapporto di subordinazione a un capitalista che pos­siede i mezzi della produzione: ad esempio, la piattaforma digita­le scaricata sugli smartphone;
  • moltiplica le occasioni per lavorare precariamente, sempre di più, in condizioni peggiori, al servizio delle piattaforme;
  • non aumenta, né diminuisce la disoccupazione, ma gestisce quel­la esistente mettendo al lavoro precari e disoccupati al di là del rapporto di lavoro salariato;
  • aumenta la produttività della forza lavoro attraverso la continua attivazione degli individui che svolgono un lavoro on line non ri­conoscibile dalle statistiche ufficiali sull’occupazione.

 

Il capitalismo delle piattaforme prevede anche lo sfruttamento dei beni di proprietà dei suoi utenti.

[…]

Il lavoro digitale è il risultato di una progressiva piattaformizzazione della società, di una digitalizzazione del lavoro esistente e di un monopolio sul trasferimento e sulla produzione della conoscenza attraverso i dati.[10] Questo processo è stato inizialmente presentato come un’economia della condivisione in rete (sharing economy) basata sull’orizzontalità tra i pari (peer to peer). In seguito è stato compreso che il capitalismo delle piattaforme usa la cooperazione sociale per il proprio profitto ricorrendo a un linguaggio ambiguo e opportunistico attraverso il quale presenta le transazioni finanziarie come se fossero azioni altruistiche nell’interesse di una comunità. È un esempio di bispensiero orwelliano: la condivisione tra pari non promuove l’uguaglianza sociale, ma è uno strumento attraverso il quale alcune aziende prendono il controllo sulla vita dei clienti trasformandoli in sostenitori dei loro marchi. La sharing economy è stata assorbita dall’economia digitale a chiamata (on demand economy) basata sulla vendita di forza lavoro e l’uso di beni e servizi in cambio di un salario occasionale o simbolico.[11]

[1] Sarah Abdelnour, Dominique Méda, Les nouveaux travailleurs des applis, Puf, Parigi 2019; Carlo Vercellone et al., (a cura di), Decade: data driven disruptive commons-based models, Cnrs, Parigi 2019; Antonio Casilli, En attendant les robots. Enquéte sur le travail du clic, Seuil, Parigi 2018; Roberto Ciccarelli, Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione di­gitale, DeriveApprodi, Roma 2018; Jeremias Prassl, Humans as a service. The promise and Perils of Work in the Gig Economy, Oxford University Press, Oxford 2018; Nick Srnicek, Capitalismo digitale. Google, Facebook, Amazon e la nuova economia del web, Luiss Univer­sity Press, Roma 2017; Benedetto Vecchi, Il capitalismo delle piattaforme, Manifestolibri, Roma 2017; Ursula Huws, Labor in the Global Digita! Economy: The Cybertariat Comes of Age, Monthly Review Press, New York 2014; Christian Fuchs, Digita! Labour and Karl Marx, Routledge, Londra 2013; Trebor Scholz (a cura di), Digita! Labor: The Internet as Playground and Factory, Routledge, Londra 2012.

[2] Antonio Casilli, En attendant les robots, cit., pp. 17 e sgg.

[3] 3 Mary L. Grary, Siddarth Suri, Ghost Work: How to Stop Silicon Valley from Building a New Global Underclass, Houghton Mifflin, Harcourt 2019.

[4] Silvia Federici, Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista, Ombre Corte, Verona 2014.

[5] Emiliana Armano, Annalisa Murgia (a cura di), Le reti del lavoro gratuito, Ombre Corte, Verona 2016.

[6] Il processo è stato definito “femminilizzazione del lavoro”, cfr. Tristana Dini, Stefania Tarantino (a cura di), Femminismo e neoliberalismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà, Natan edizioni, Benevento 2014; Cristina Morini, Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo, Ombre Corte, Verona 201 O; Nina Power, One Dimensiona! Woman, Zero Books, Washington 2019.

[7] Lilly Irani, Justice far Janitors, Public Books, 15 gennaio 2015; Steve Lohr, Far Big­Data Scientists, “Janitor Work” is Key Hurdle to Insights, in “New York Times”, 17 agosto 2014; Lilly Irani, The Cultura! Work of Microwork, in “New Media & Society”, 2013.

[8] Cfr Noam Cohen, The Know-it-alls. The Rise of Silicon Valley as a Politica! Powerhouse and Social Wrecking Bali, Oneworld, Londra 2019; Ed Finn, Che cosa vogliono gli algoritmi. L’immaginazione nell’era dei computer, Einaudi, Torino 2018; Lelio Demichelis, La grande alienazione. Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo, Jaca Book, Milano 2018; Matteo Pasquinelli (a cura di), Gli algoritmi del capitale. Accelerazionismo, macchine della conoscenza e autonomia del comune, Ombre Corte, Verona 2014; Evgeny Morozov, L’inge­nuità della rete. Il lato oscuro della libertà di Internet, Codice edizioni, Torino 2011.

[9] Carl B. Frey, Michael Osborne, The Future of Employment: How Susceptible Are Jobs in Computerisation, Oxford Martin School, University of Oxford, 17 dicembre 2013; Erik Brynjolfsson, Andrew McAfee, La nuova rivoluzione delle macchine, Feltrinelli, Milano 2015; Lawrence F. Katz, Melissa S. Kearney, The Polarization of the US Labor Market, in “The American Economie Review”, 2006, pp. 189-194; World Economie Forum, The Future of Jobs Employment, Skills and Workforce Strategy far the Fourth Industriai Revolution, genna­io 2016; McKynsey Global Institute, Harnessing Automation Por a Future That Works, gen­naio 2017; Melanie T. Arntz et al., The Risk of a Automation far Jobs in OECD Countries: A Comparative Analysis, in “OECD Social Employment and Migration Working Papers”, n. 189, Ocse, Parigi 2012, inAutomation and Independent Work in a Digitai Economy. Policy Brief on the Future ofWork, maggio 2016.

[10] Paul Mason, Postcapitalismo, Il Saggiatore, Milano 2016.

[11] Koen Frenken, Juliet Schor, Putting the Sharing Economy into perspective, in “Envi­ronmental Innovation and Societal Transitions”, volume 23, giugno 2017, pp. 3-10; Sarah O’Connor, The Gig Economy Is Neither “Sharing” nor “Collaborative”, in “Financial Times”, 14 giugno 2016; Natasha Singer, Twisting Words to Make “Sharing” Apps Seem Selfless, in “The New York Times”, 8 agosto 2015; Frank Pasquale, Siva Vaidhyanathan, Uber and The Lawlessness of “Sharing Economy” Corporates, in “The Guardian”, 28 luglio 2015.

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