di Guido Crainz
Storico

Calendario civile \ Oltre le fratture d’Europa. Willy Brandt a Varsavia


Pubblichiamo qui di seguito un estratto del saggio di Guido Crainz contenuto in Calendario Civile Europeo. I nodi storici di una costruzione difficile a cura di Angelo Bolaffi e Guido Crainz, Roma, © Donzelli Editore 2019.


Willy Brandt inginocchiato nel ghetto di Varsavia nel 1970: «di fronte all’abisso della storia tedesca – ha ricordato poi – e sotto il peso di milioni di esseri assassinati, feci quel che gli uomini fanno quando la parola viene a mancare». Brandt aveva combattuto il nazismo nella resistenza norvegese ed era al tempo stesso l’artefice della Ostpolitik, cioè della distensione verso il blocco sovietico: anche quell’altissimo momento ci ricorda dunque che la memoria chiama in causa al tempo stesso il passato e il futuro, e ci rinvia ad una molteplicità di percorsi precedenti e successivi. In primo luogo, in questo caso, al rapporto dei tedeschi con la Shoah: un rapporto inizialmente rimosso (e sia pure in forme diverse) nelle due Germanie ricostruite sulle macerie, e sostituito spesso dalla visione dei tedeschi come vittime. vittime di Hitler (cancellando ogni corresponsabilità) ma anche dei bombardamenti alleati che distruggevano le città, della feroce avanzata dell’armata rossa e dell’espulsione di undici-dodici milioni di tedeschi da territori della Cecoslovacchia, della Polonia, dell’Ungheria e di altri paesi in cui avevano vissuto da generazioni. Solo a partire dagli anni Sessanta la rimozione del passato nazista viene messa radicalmente in discussione per la spinta delle nuove generazioni e nel più generale mutare della politica tedesca. Un processo inarrestabile (nonostante i sussulti «revisionistici» che provocarono l’Historikerstreit degli anni Ottanta), scandito nel 1985 dal discorso con cui il presidente richard von Weizsäcker consacrava definitivamente l’8 maggio di quarant’anni prima come Tag der Befreiung – giorno della Liberazione (ma i dissensi non mancarono neppure in seguito). Nel 1990 è ancora Weizsäcker a deporre fiori nel ghetto di Varsavia e nel campo di sterminio di Treblinka, alla vigilia di accordi che confermano in via definitiva i confini decisi nel 1945 e pongono fine alle tensioni che erano sembrate riemergere dopo la caduta del Muro di Berlino e la riunificazione della Germania. E nel 1994 il presidente Roman Herzog pronuncia ancora a varsavia parole dense di significato:

«Costruiamo il futuro insieme: non possiamo fare di meglio per i nostri figli. Noi ex nemici vi condurremo nell’Europa unita. Incontriamoci, chi ha bisogno di perdono e chi è pronto a perdonare».

Sono solo alcuni momenti di un processo profondo che sanciva nella coscienza tedesca ed europea quella centralità della Shoah che troverà il suo più alto simbolo nel Denkmal für die ermordeten Juden Europas (Memoriale per gli ebrei assassinati d’europa), inaugurato nel 2005 nel cuore di Berlino. Preceduto e accompagnato da una ricca e intensa discussione sui monumenti memoriali che giunge sino alle Stolpersteine: le «pietre d’inciampo» che l’artista tedesco Gunter demnig va ponendo da 25 anni in Germania, in italia e in moltissimi altri paesi europei davanti alle case di chi fu deportato, con il suo nome e la data della deportazione («una persona è dimenticata – ci ricorda Demnig – se il suo nome è dimenticato»). Ritorniamo però alle parole del 1994 di Herzog perché evocano un altro versante di questo percorso, gli esodi forzati dei tedeschi nel secondo dopoguerra. Herzog riprendeva infatti l’appello rivolto nel 1966 dall’episcopato polacco a quello tedesco: «noi perdoniamo [i crimini del nazismo] e chiediamo perdono [per le feroci espulsioni di tedeschi al termine della guerra]». A lungo inascoltato, quell’appello fu ripreso negli anni Ottanta da intellettuali ed esponenti di Solidarność: e dopo la caduta del comunismo sarà appunto Wałeşa a invitare Herzog a Varsavia, sfidando molte critiche. L’anno dopo il ministro degli esteri polacco Władysław Bartoszewski, che aveva conosciuto sia auschwitz sia le prigioni comuniste del suo paese, parlando al parlamento tedesco esprimerà il rimorso della sua nazione per le sofferenze imposte nel 1945 a tedeschi innocenti. Gesti di profondo significato: eppure in quello stesso periodo un sondaggio rivelava che meno del 30% dei polacchi era interamente d’accordo con l’appello dei vescovi di trent’anni prima. E questo stesso caso mostra come siano sempre possibili dei passi all’indietro nella faticosa costruzione di dialogo: favoriti dal riemergere di furori nazionalistici e dall’offuscarsi di quella «speranza europea» che era stata motore fondamentale di quel percorso.


Foto di copertina: Bundesarchiv, B 145 Bild-F064862-0019 / Schaack, Lothar / CC-BY-SA 3.0

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