Come si governa la memoria? Quali emozioni accompagnano l’atto di ricordare? Come si fanno i conti con la scena del passato?

Raccontarsela – La narrazione tra memoria e rimozione mette al centro il racconto del passato al tempo presente e gli effetti che induce in termini di emozione, rifiuto, identificazione, ascolto. La memoria spesso è una macchina che costruisce racconti in cui c’è il passato, ma anche il modo in cui è stato vissuto. Che cosa è avvenuto, ma anche il modo in cui si è fissato nel tempo. Il Giorno della Memoria mette al centro la ferita della storia. Ma accanto sta anche come si costruisce quel racconto e perché.

Dal fascicolo monografico di «Educazione sentimentale» dedicato alla Memoria rimossa del fascismo (n. 27/2017, FrancoAngeli) riprendiamo due brani che ci sembra rispondano al tema dell’incontro:

«Gli italiani hanno adottato tipi diversi di meccanismi di difesa: negazione e proiezione delle responsabilità per la Shoah, da un lato, messa in burla, sminuzzamento, in sintesi banalizzazione e sdrammatizzazione, nei confronti del fascismo… il fascista era uno che faceva il bullo (dimenticando tra l’altro che il fascismo è stato un fenomeno “autoctono”, l’abbiamo inventato noi… spagnoli, portoghesi, e poi nazisti, rumeni e ungheresi… vengono tutti dopo, cresciuti alla scuola del fascismo italiano, con le sue milizie, le formazioni paramilitari, le spedizioni punitive, l’umiliazione e in molti casi l’eliminazione fisica degli avversari).

Di qui l’indulgenza nei confronti di questa nostra storia e di questi nostri comportamenti cialtroni. E qui ci sarebbe da indagare a fondo indulgenza e autoindulgenza come tratto della cultura italiana (forse latina in generale).

A differenza della cultura tedesca che, secondo Zoja, subisce l’influenza della cultura protestante, luterana, tendenzialmente paranoica… come l’America del resto — la constatazione ha del sorprendente —, almeno quella wasp, che ha incorporato tratti paranoici, che si riconoscono ad esempio nella conduzione delle guerre (volte all’annientamento del nemico, fenomeno inedito nella tradizione militare europea!) o, ad esempio, nel trattamento degli indiani d’America.

Il lutto e il trauma si possono superare, purché vengano ripresentificati, ci ricorda Zoja. Certo ci vuole molto tempo e disponibilità. Tempo e disponibilità per compiere tutti gli atti, di natura fortemente simbolica, che i tedeschi, soprattutto per iniziativa delle istituzioni federali, hanno attuato a partire dal trauma del nazismo: programmi scolastici ad ampio raggio, musei ebraici, memoriali dell’Olocausto, fino alle struggenti “pietre d’inciampo” (le Stolpersteine) incastonate tra i cubetti di porfido sulla soglia delle abitazioni da cui gli ebrei tedeschi sono stati strappati per essere condotti ad Auschwitz…

Gli spagnoli, ad esempio, solo adesso stanno iniziando a elaborare i lutti della guerra civile e del franchismo. Mentre i cileni che, come ci ricorda Zoja, sono in larga misura di origine tedesca, hanno iniziato presto a rielaborare la dittatura di Pinochet che pure è molto meno lontana nel tempo rispetto al nazismo, al fascismo o al franchismo.

Un’affermazione forse un po’ troppo forte, ma che al momento guida la nostra ricerca, è quella secondo cui i tedeschi la propria responsabilità l’hanno accettata. Loro, con la loro rigidità, il loro ragionare in termini di bianco o nero, il sentimento diffuso di vergogna e l’amnistia, tutta politica, voluta da Konrad Adenauer nel 1949, dopo neanche il volgere di una generazione, grazie all’iniziativa di un coraggioso procuratore e di tre suoi giovani procuratori che nel 1958 avviarono un procedimento nei confronti di un aguzzino di Auschwitz, che diede avvio a ciò che sarebbe poi stato il processo di Francoforte (1963), pur a malincuore i tedeschi i conti con il nazismo hanno iniziato a farli; tanto che oggi nelle famiglie, nelle scuole, nelle piazze, l’elaborazione della colpa si può affermare che sia stata in buona parte realizzata. Per fare un esempio, a differenza di noi italiani, i tedeschi hanno pagato da tutte le parti risarcimenti alle vittime del nazismo.

Insomma, la loro colpa se la son presa su di sé. Per noi non è stato così.»

Tratto da Gruppo Polis di Ariele, Gli italiani e il fascismo. Spunti per una psicosocioanalisi della storia patria, pp. 14-15.


 

«Dario Forti — La domanda quindi allo psicoanalista, il fatto che vengano usati termini specifici de psicoanalisi, al netto del fatto che la psicoanalisi è entrata nel linguaggio del ‘900, ci dà una chiave di lettura su cui poter fare affidamento? Si può, a suo parere, parlare di rimozione? E se sì, di che tipo si è trattato? E perché, sappiamo che ogni difesa ha sempre una sua buona ragione…

Luigi Zoja — Non avevo mai pensato in questi termini, e mi fa notare che sono termini importanti. Allora credo che propriamente, in termini psicoanalitici, o di definizioni — tenga poi conto che non sono uno storico, ho letto abbastanza, ma sono assolutamente un dilettante — credo si possa parlare di un fenomeno che non è né rimozione né occultamento. Nel senso che c’è senz’altro una zona di rimozione e una di occultamento, ma che ciò che prevale è una zona intermedia di dimenticanza, che non è una categoria clinica — occultamento è una categoria morale, rimozione è una categoria psicoanalitica — c’è qualcosa di intermedio in cui non c’è l’inconscietà come nella rimozione e non c’è la deliberata disonestà come nell’occultamento. C’è però la dimenticanza, che è funzionale e molto comoda. Avete presente la parola riduttivo? Sarebbe riduttivo studiare tutto questo solo dal punto di vista psicoanalitico della rimozione; spero di avere insistito abbastanza nel mio libro Paranoia che sarebbe non sbagliato, ma sbagliatissimo, usare solo una categoria che addirittura è ancora più ristretta, psichiatrica, psicopatologica, come la paranoia. Quello che è interessante è combinarla con componenti politiche, storiche, sociologiche. E allora mi vengono in mente un sacco di cose: in Paranoia, un volume di quasi 500 pagine… ho appena accennato alla distinzione tra Mussolini e altri dittatori in termini psicopatologici. Però ho almeno suggerito la possibilità che l’Italia, pur con una politica assolutamente disonesta, criminale e dittatoriale, abbia fatto meno stragi perché il dittatore era più psicopatico che paranoico. Psicopatico — ma poi non lo era completamente, perché tra l’altro aveva un minimo di senso dell’onore e di coerenza… probabilmente erano più psicopatici gli altri politici o la famiglia reale, nella completa falsità — ma in generale Mussolini costruiva un’ipocrisia, faceva finta di crederci, non ci credeva e questo comportava una politica poi di fatto con forti proibizioni, ma zone di tolleranza, molto all’italiana, molto nella tradizione politica e nella tradizione cattolica — c’è il peccato, e il peccato si affronta con la confessione, non c’è il puritanesimo che è la base per la paranoia — bene qui, male di là — va be’, la Germania poi è mista, ma prevale la tradizione protestante perché è la terra di Lutero e quindi c’è un potenziale genocida, se posso dire, nell’inconscio collettivo, come c’è esattamente negli Stati Uniti, fondati sul puritanesimo, che hanno eliminato le tribù native…»

Tratto da Fascismo e inconscio collettivo degli italiani, conversazione di Dario Forti con Luigi Zoja, p. 66.

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