Nel mondo globalizzato in cui viviamo oggi, Cittadini d’Europa è un’espressione incompiuta per una parte consistente della popolazione europea. Un’espressione superata o in contrasto con cittadinanze che hanno un ordinamento diverso: regionale, nazionale, comunale, addirittura intercontinentale.

Molto spesso si è creduto che per dare consistenza alla cittadinanza europea bisognasse delimitarla, disegnare una linea sulla terra che fosse in grado di dividere chi ne facesse parte da chi non lo era più, un cittadino europeo. E quando quel segno rimaneva tracciato solo sul suolo, mentre i popoli che valicavano quelle linee iniziavano a riconoscersi in una comunità costituita da una identità condivisa, che non era più un’identità riconducibile al proprio paese: non si è riusciti a vincere la sfida di formare una comunità europea.

Ogni volta che diciamo Europa, dobbiamo essere consapevoli di questa “doppiezza”: l’unione e la divisione. Può essere disorientante. Noi pensiamo che questa doppiezza sia una sfida fatta di attori sociali, di centri culturali, di “luoghi di memoria”, di sistemi politici e di ordinamenti economici. Al centro di questa sfida stanno la società europea e le comunità, la costruzione di un lessico condiviso: la discussione sul “confine dell’Europa”.

Significa andare nei luoghi degli ultimi, degli esuli, dove i reietti d’Europa nel tempo si sono dati appuntamento: a Londra nell’Ottocento, poi a Parigi nel primo Novecento, poi a Madrid o a Barcellona negli anni ’30. Combattere per la libertà degli altri, è anche un modo per trovare affermare il proprio diritto alla libertà. A New York perché là si dà un’alternativa, a Città del Messico dove vanno gli sconfitti tra gli sconfitti, dove esiste “la periferia dell’esilio” e dove ritorna determinante il peso di una linea tracciata sul suolo.

Ogni volta le lettere degli esuli europei a Londra, i giornali e i pamphlet degli esuli (di volta in volta tedeschi, austriaci, russi, oltreché naturalmente gli italiani, i latino-americani) sono fonti che segnano i luoghi geografici e concettuali della memoria che li ha prodotti e dove ha provato a prendere corpo il dizionario della lingua europea che con fatica ancora oggi stiamo cercando di comporre. Ogni volta le parole più inquiete sono: nazione, eredità, identità, cittadino, diritto, confine, lingua-madre, straniero. Sono le stesse parole a cui tutti noi proviamo tutti i giorni, nel nostro tempo a dare un significato e sono parole che si portano addosso il peso dei diversi significati che milioni di persone le hanno conferito prima di noi.

La storia dell’Europa non è, come crediamo, un pacchetto chiuso di definizione pronto uso, è la storia che nasce dal continuo confronto con ciò che l’Europa sente in parte suo, ma che sente concorrente con sé. L’America e la Russia non sono stati mai solo gli avversari dell’Europa. Sono stati il segmento complementare dell’Europa, quelle realtà che hanno proposto il tema delle sfide di cittadinanza. La storia di noi europei è spesso la storia delle migrazioni che abbiamo vissuto. Di essere “fuori casa” e della necessità di dare forma rinnovata alla propria casa. L’Europa è la storia dei continui ripensamenti di sé e anche, per quanto facciamo fatica a raccontarlo, di uno spazio d’acqua, il Mediterraneo, un lago salato come lo chiamava Fernand Braudel, che è stato un grande amico di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli fin dagli inizi, quel terreno in cui si è data gran parte della sua storia, popolato di paure, ma anche di desideri di andare al di là dell’acqua, a vedere chi c’era dall’altra parte e di andare a provare a coabitarci e a sapere che quella coabitazione aveva un fascino e prometteva inquietudine, ma di non poterne fare a meno.

Continueremo a chiedercelo, a partire da ‘Oltre il confine’, il percorso di ricerca appena intrapreso da Fondazione Giangiacomo Feltrinelli per studiare l’evoluzione storica e sociale del rapporto tra Russia ed Europa Occidentale.

Continueremo a cercare ogni volta di adeguare e riprendere in mano i risultati di ieri, le nostre conclusioni provvisorie con le sollecitazioni di coloro che incontreremo nel nostro percorso e che vorranno passare di qui. La casa delle scienze sociali è aperta. Il confine tra dentro e fuori non è dato.

 

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