Ricercatrice Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Questa estate i lavoratori britannici di Deliveroo, servizio di consegna pasti a domicilio, hanno evitato il peggioramento delle loro condizioni contrattuali grazie a mobilitazioni e proteste di piazza.

Ne ha parlato il Guardian con questo articolo intitolato Un’azione collettiva attraverso i social media porta speranza ai lavoratori della gig economy.

A prima vista, infatti, può sembrare un semplice caso di rivendicazione riuscita, ma l’eccezionalità del fatto sta nella natura stessa del lavoro svolto dai fattorini di Deliveroo. Il modello è quello della cosiddetta gig economy, in cui il lavoro è «on-demand» e spesso «tramite app». Una forma di lavoro «a consumo» che si caratterizza per essere autonomo, temporaneo, frammentato e precarizzato, senza alcun tipo di tutela.

I lavoratori di Deliveroo sono, in un certo senso, «dipendenti» dal 4961887_bf1d7b46proprio smartphone, e proprio a partire dai loro smartphone hanno organizzato la protesta. In un contesto nel quale le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione favoriscono la frammentazione dei luoghi di lavoro e conseguentemente delle identità, anche politiche, osserviamo come le stesse tecnologie possano svolgere una funzione di ricomposizione, sebbene per singole mobilitazioni e obiettivi.

La domanda che ci poniamo è se quella dei lavoratori di Deliveroo rimarrà una mobilitazione isolata o, al contrario, verrà imitata da parte degli altri lavoratori della gig economy.

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Cecilia Biancalana
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

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