«La dipendenza del capitalismo messicano dall’imperialismo nord americano, è camuffata sotto la maschera della “grande amicizia” del popolo messicano con gli U.S.A.; si spiega il nostro sottosviluppo attraverso la mediazione della assurda teoria dell’equilibrio dei fattori di produzione. E se la nostra borghesia narcisista proclama fieramente il suo ritmo di sviluppo, ella non è in fondo ingenua al punto tale da credere che la prosperità è al suo culmine, e la prova ne è il movimento studentesco».

Così il Consiglio Nazionale degli studenti messicani in lotta illustrava, nel settembre del 1968, in una lettera inviata agli studenti italiani, alcune delle ragioni alla base delle proteste che si stavano producendo da alcuni mesi in Messico contro il governo di Gustavo Díaz Ordaz. Da lì a pochi giorni, il 2 ottobre, si sarebbe compiuto quello che sarebbe passato alla storia come il massacro di Tlatelolco, con centinaia di manifestanti che sarebbero stati letteralmente trucidati dall’esercito mentre sfilavano pacificamente per le strade di Città del Messico. La strage sarebbe stata, appunto, la risposta del governo messicano a quel ciclo di mobilitazioni innescato dagli studenti nel luglio del ’68, ai quali si erano uniti praticamente fin da subito operai e contadini.

Gli studenti messicani socializzavano con i giovani in lotta dall’altra parte dell’Atlantico le ragioni alla base della contestazione di un governo che dimostrava una totale indifferenza nei riguardi degli enormi problemi sociali del paese, fra cui la povertà estrema e la piaga dell’analfabetismo che interessavano importanti fette della popolazione, e che aveva strumentalmente accettato di ospitare le Olimpiadi per utilizzarle come vetrina sul mondo.

Il documento, presente nell’ultimo Annale della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Memory in Movement. 1968 in 2018, rappresenta una piccola testimonianza della portata globale di quel complesso di fenomeni sociali, politici e culturali generalmente indicati come «il Sessantotto».

Una fonte che ha la capacità di proiettare nel contesto storico di quella stagione, di integrare il piano locale, quello dei singoli paesi in cui questo evento si produsse, con quello di carattere, invece, globale, di far percepire le peculiarità e gli elementi comuni dei movimenti di protesta e delle istanze di un ciclo di lotta che ha visto come protagonisti soggetti fino a quel momento marginali, che hanno alzato la loro voce contemporaneamente in differenti aree del mondo. Come è stato affermato, infatti, il ‘68 fu un evento epocale di portata globale, capace di mettere fine all’epoca del generale De Gaulle in Francia e, contemporaneamente, a quella dei presidenti democratici negli Stati Uniti, di cancellare le residue speranze di un comunismo liberale nell’Europa comunista centrale e di segnare l’inizio di una nuova fase della vita politica di nazioni latinoamericane come il Messico, di produrre cambiamenti immediati in alcuni contesti e di gettare i semi di trasformazioni ben più profonde che si sarebbero registrate nel corso del decennio successivo in paesi dell’Europa Occidentale come l’Italia.

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