Sono cresciuto in un quartiere periferico, un quartiere che mi ha insegnato ad essere uomo. Purtroppo non sono nato in Trecca, formata da tre agglomerati di case gialle di due piani che comunicavano tra loro attraverso una ringhiera di cemento. Case costruite durante il fascismo per ospitare le famiglie disagiate e numerose, le famose case minime. Ho scritto “purtroppo non sono nato in quel quartiere” perché, per chi ci è nato e vissuto, è una forma di orgoglio ed ancora oggi ci si riempie la bocca dicendo “io sono della Trecca”. Ci sono arrivato a 9 anni, da un altro quartiere periferico, Quarto Oggiaro, ma con un vissuto condominiale totalmente differente della Trecca. La Trecca non era solo una parte della città, era uno stile di vita, una scuola di strada che ti insegnava a vivere o meglio, a sopravvivere. Oltre a noi c’era il nulla: prati infiniti alle spalle e poche case, molte in costruzione che portavano verso il centro.

Trecca sta a indicare Tre Ca’, ovvero tre case in milanese. La vecchia Trecca, periferia sud-est di Milano, era composta dalle case minime (uno o due locali) edificate tra gli anni ’30 e ‘40 del ’900. Oggi al posto delle case minime, abbattute negli anni ’70, ci sono le così dette Case Bianche (ormai diventate grigie) del quartiere Salomone. Mondo Trecca è un progetto nato dal basso che unisce persone dai differenti vissuti e intreccia l’esercizio di competenze per aprire nuove possibilità. Una di queste è che un collettivo di fotografi, un attore ex-detenuto, un’operatrice culturale e due operatrici di teatro sociale hanno scelto di dare valore al proprio rapporto di conoscenza e al legame di affezione a un luogo. Un gruppo di lavoro sfaccettato Mille Battute e Corpi Bollati che s’incontra anni fa, non a caso, all’interno del carcere di Bollate grazie all’attività della cooperativa e.s.t.i.a che realizzava percorsi di teatro tra detenuti, ex- detenuti e non.

Tutto è partito con l’arrivo a Milano di Papa Francesco nella primavera 2017. Per la prima volta il quartiere delle Case Bianche e i suoi abitanti erano sui giornali e non per fatti sbrigativi di cronaca nera. La volontà è stata di non lasciare che il racconto del quartiere si spegnesse così velocemente come si era acceso. Qualche battuta, molte riflessioni e abbiamo deciso di scrivere un progetto che ci coinvolge da mesi tra teatro e fotografia. Come componenti di Mondo Trecca siamo consapevoli del tempo che necessita il fare ma soprattutto l’essere comunità. Da aprile abbiamo dato vita a un percorso d’incontri bisettimanali formali e non formali. Individuate le potenzialità del progetto, abbiamo presentato l’idea al Municipio 4 che ha sostenuto la proposta e ci siamo relazionati con le persone che da anni sono punto di riferimento (il Comitato Inquilini, la Parrocchia S. Galdino, il Progetto Agorà, il Centro Anziani, etc). Una realtà associativa varia e residenti disponibili in un quartiere che soffre la trascuratezza di un contesto abitativo problematico ma rivela buone pratiche di coesione sociale. L’incontro con “le ragazze della Trecca”, una decina di donne classe ’40 e ’45, ha aperto un filone di memoria storica che collega trascorsi personali ad avvenimenti collettivi dal primo dopoguerra ad oggi. Siamo stati stimolati dalla continuità a prendere parte al percorso che ha trovato punti di contatto con alcuni spazi già attivi nel quartiere. Uno di questi è il social info point che una mattina a settimana propone un incontro tra ragazzi/e disabili della Nostra Comunità (provenienti da varie zone di Milano) e persone del quartiere. Un momento integrato dove si allenta il confine tra dare e ricevere, tra beneficiario e non, perché il bene comune è la reciprocità e la partecipazione. Gli incontri si svolgono all’interno di Agorà, uno spazio polifunzionale ai piedi delle case bianche. In questo spazio non categorizzabile, la porta è aperta, abbiamo proposto un laboratorio di introduzione all’arte antica del teatro d’ombra per tradurre i ricordi in immagini.

Negli anni ‘50 la Trecca, come tutti i quartieri periferici, aveva i suoi alti e bassi, le sue beghe, ma anche tanta fratellanza e soprattutto condivisione. Non serviva chiudere la porta quando si usciva per andare a lavorare, perché la vicina entrava per portare i panni asciutti, stesi in cortile. È chiaro che non era tutto rose e fiori, c’erano anche i lati negativi, la delinquenza in crescendo e l’eroina che ha decimato una generazione, la mia generazione nati tra il ’54 e il ’60. Ricordo che sul pianerottolo dove abitavo c’era solo una televisione in bianco e nero e ogni tanto la burbera sciura Alba ce la faceva vedere. Chi aveva il telefono (nero duplex attaccato al muro) era la sciura Gemma, mamma del Giber, uno dei caduti per eroina. Essere della Trecca voleva dire far parte di una grande famiglia. La lingua ufficiale era il milanese e ancora oggi i vecchi residenti della Trecca, lo parlano con orgoglio. Ogni occasione era una festa, anche le liti familiari si svolgevano fuori dalle mura di casa, perché “tutti” dovevano sapere le ragioni. Un teatro di improvvisazione contestuale, dove gli spettatori si mettevano comodi sulle sedie del ballatoio per seguire la discussione. Avevamo anche noi il nostro carnevale. Come carri usavamo i carrelli a motore elettrico dell’Ortomercato. Ci si vestiva alla bene e meglio, con vestiti cuciti e preparati dalla vicina e si faceva il giro del quartiere. La nostra piccola sfilata stile carri di Rio de Janeiro. Essere della “Vecchia Trecca” voleva dire avere un supporto da parte della comunità, dare valore alla parola amico. Ci si sentiva come protetti da una madre, la madre Trecca. Un quartiere con una personalità forte, noi ci marciavamo un po’. Alle medie, nella scuola Francesco d’Assisi, gli alunni di quel quartiere avevano timore di noi “ragazzacci”, però non abbiamo mai fatto del bullismo, al contrario cercavamo di proteggere i nostri compagni più deboli. Ci sono tornato dopo anni, decine di anni. La vecchia Trecca non esiste più…. Le persone non si conoscono tra di loro e la popolazione multietnica non riesce a comunicare come vorrebbe. Le abitanti storiche vivono con dignità nonostante le varie diatribe interne. C’è un’unione forte quando cercano di sfrattare il più debole che non si può permettere di pagare l’affitto, tutti a bloccare lo sfratto e spesso sono persone della vecchia Trecca. Così come le sciure, quando una di loro è ricoverata, si organizzano per contrastare anche autonomamente le occupazioni abusive. Purtroppo c’è anche chi, riesce comunque ad accaparrarsi abusivamente gli appartamenti o le cantine per affittarle e rimangono impuniti. Le case gialle sono state abbattute negli anni settanta, per costruirci i casermoni di 9 piani. Alcuni abitanti dicono di vivere in Trecca, nonostante non sappiano cos’è e cosa sia stata la vecchia Trecca. Sono poche le famiglie che hanno conosciuto la Vecchia Trecca e invecchiano assieme alle mura e ai ricordi.

Cosa fare di tutto ciò che sembra sorpassato? Come condividere questa “milanesità” suscettibile a dispersione o strumentalizzazioni? L’obiettivo del gruppo Mondo Trecca è di restituire alcune memorie del quartiere alla città. Un compito che consideriamo un’urgenza culturale, per almeno tre ragioni connesse al valore del tempo. Il primo. La necessità di ascoltare i racconti passati e maturare collettivamente un senso critico e di consapevolezza. Il secondo l’esigenza di raccontare vite che vivono o hanno vissuto ai margini. Il terzo. Un incoraggiamento per immaginare futuri possibili e guardare con fiducia alle pratiche di mediazione comunità. L’intenzione è che il progetto non sia che un punto di partenza, per altri percorsi capaci di favorire lo scambio intergenerazionale e interculturale.

Come Mondo Trecca stiamo cercando di dar ascolto ai ricordi, con l’arte, con il teatro, con la partecipazione delle sciure della vecchia Trecca ovvero le “ragazze” della Trecca. Le chiamo ragazze ma sono tutte settanta/ottantenni. Rincontrarle per me è stata una botta di vita. Rivederle e parlare con loro il mio dialetto è sempre emozionante. Ragazze che hanno tenuto alto il nome del vecchio quartiere. Nonostante abbiano vissuto periodi duri e di privazioni ancora oggi ne parlano con gli occhi lucidi. Donne che non hanno voluto abbandonare il quartiere e che mi rendono orgoglioso di essere uno della Trecca. Oggi c’è una scuola abbandonata in via Zama (la vecchia scuola del quartiere) sono iniziati i lavori di ristrutturazione. Un sogno per me sarebbe poter realizzare dei laboratori di teatro dedicati a bambini e adolescenti. Ho scoperto anni fa la potenza e le potenzialità del linguaggio del teatro in carcere e non ho più smesso di occuparmi e di fare teatro. Poter portare questo linguaggio in periferia è per me un sogno da realizzare per il quartiere e per Milano.

A conclusione di questa fase del progetto stiamo preparando per il pomeriggio di sabato 20 ottobre una giornata di festa ai piedi delle case bianche come momento di condivisione aperto a tutto il quartiere e alla cittadinanza. Ci sarà il Reportage fotografico a cura di Mille Battute con i ritratti delle donne custodi della memoria storica, piccole forme inter-attive di teatro d’ombra per bambini e adulti, uno spettacolo di Teatro, canti in milanese “Calma e Gess” a cura di Paola Franzini, una risottata e molto altro che abbiamo immaginato e costruiremo insieme in questi giorni.

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