Ricercatrice Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Nel dibattito sulla fine delle ideologie e intorno al nuovo ordine mondiale che avrebbe sostituto la Guerra Fredda, c’è un “prima” e un “dopo” la tesi de “La fine della storia”. Quanto più aspramente la si critichi, tanto più seriamente è utile prenderla in considerazione dell’influenza che ha avuto, insieme ad altre come quella de “Lo scontro di civiltà” di S.P. Huntington, nel tentare di fornire un nuovo paradigma politico mondiale. La tesi, ormai nota, sosteneva che, collassato il sistema sovietico su se stesso, il capitalismo e la liberaldemocrazia di stampo occidentale fossero ormai il sistema economico e politico più evoluto al quale l’umanità potesse arrivare, tanto che tutti i popoli della Terra lo avrebbero presto adottato. Il mondo sarebbe, sintetizzando la visione, prima o dopo divenuto un luogo omogeneo nel quale tutti avrebbero finito per vivere secondo lo stesso modello, in un’epoca di fine della storia nel senso di fine dell’asse politico di divisione conflittuale.

Per sostenere la sua visione, Fukuyama ha largamente contribuito a diffondere la tesi, propria anche di economisti di massimo rilievo quali Milton Friedman, dell’inseparabilità di libertà politica ed economica. Un assunto secondo il quale capitalismo e democrazia vivono in simbiosi alimentandosi fra i due poli l’un l’altro: liberalismo politico e liberismo economico, libera aggregazione in società civile e libero mercato competitivo, libere elezioni e libera accumulazione come endiadi del sistema che avrebbe assicurato prosperità e benessere a tutti. La variabile che nella sua tesi dell’89 Fukuyama non sembrava aver ponderato sufficientemente, è stato l’impatto della globalizzazione – proprio come avvento di un modello economico omogeneo – e il conseguente aumento esponenziale delle diseguaglianze fino al punto di mettere in crisi la classe media occidentale, classe senza la quale il modello di liberaldemocrazia rappresentativa non può esistere. Questo tema sarà posto proprio da Fukuyama anni più tardi, nel suo articolo “The Future of History” (2012) nel quale si chiederà proprio “Can Liberal Democracy Survive the Decline of the Middle Class?”, osservando:

“The other factor undermining middleclass incomes in developed countries is globalization. With the lowering of transportation and communications costs and the entry into the global work force of hundreds of millions of new workers in developing countries, the kind of work done by the old middle class in the developed world can now be performed much more cheaply elsewhere. Under an economic model that prioritizes the maximization of aggregate income, it is inevitable that jobs will be outsourced. Smarter ideas and policies could have contained the damage”

Così sottolineando che, lontano dall’omogeneità prevista, un asse di divisione politica esiste ancora, almeno nel dibattito fra quali siano le “smarter policies”. In questo senso, pur non arrivando mai alle estreme conseguenze del suo ragionamento, Fukuyama è uno dei maggiori sostenitori dell’assunto sull’indivisibilità fra libertà politiche ed economiche ad accorgersi che, per via della globalizzazione neoliberista, le libertà economiche hanno finito per ridurre notevolmente il raggio d’azione delle libertà politiche, fino a costituire quella “post democrazia” di cui parlano Colin Crouch e molti altri.

La nuova impresa intellettuale costituita da “Identity: The Demand for Dignity and the Politics of Resentment”, sembra approfondire questa parabola di “ripensamenti indiretti”:  non solo sul piano economico le tesi della scuola di Chicago e degli austriaci à la Von Hayek a cui Fukuyama sembrava rifarsi in un primo tempo, si sono dimostrate fallaci nel prevedere (o creare, a seconda dei punti di vista) una crisi economica significativa come quella del 2008 e le sue conseguenze, ma anche sul piano culturale il conflitto politico continua a riarticolarsi, lontanissimo da quel “consenso di fondo” minimo che sia Fukuyama sia i maggiori pensatori della fine delle ideologie hanno spesso richiamato. Non stupisce infatti che proprio col crollo delle grandi ideologie novecentesche e l’idea che esse non possano essere sostituite da nulla di consimile, gli assi di conflitto sociale si siano spostati dal piano prettamente politico a quello pre-politico: religioso, nazionale, culturale in senso ampio. Infondo questa era stata già la tesi di Huntington che di Fukuyama ha sempre costituito un “nemico-amico”. Fukuyama osserva così in questo ultimo volume che c’è una versione dell’ “identity politics” progressista (come quella dei movimenti degli anni ’60) e una regressiva e reazionaria, come quella utilizzata dall’Alt-Right e da un esponente di primo piano di quella parte come Donald Trump. Infatti, l’incontro fra le due impostazioni dell’identity politics produce una divisione sempre più significativa fra gruppi “inclusi” ed “esclusi”.

In questo senso, Fukuyama legge i recenti sviluppi – aumento dei consensi ai fautori della “democrazia illiberale”, brexit, fenomeni populisti di vario tipo ecc. – attraverso la chiave della rivolta al polo liberale del sistema contemporaneo: “Over the past few years, we’ve witnessed revolts around the world of the democratic part of this equation against the liberal one” (The Dangers of Disruption, 6 Dic 2016, The NY Times), legandola in Identity a quella della rivolta culturale e della necessità da parte di popoli e categorie di popolo di sentirsi riconosciuti e reagire a ciò che ritengono essere minaccioso per il loro riconoscimento. Accantonata dunque l’analisi socio-politica delle conseguenze della globalizzazione, che avrebbe potuto portare ad una discussione politica del celebre “it’s the economy stupid!”, egli propone invece un’angolatura totalmente differente, la quale contempera la conservazione degli elementi essenziali che lo avevano portato a dichiarare la fine della storia nel trionfo del sistema di globalizzazione neoliberista, con quella che fu la tesi huntingtoniana sullo scontro di civiltà. Ironia del destino per quest’ultimo che aveva scritto il suo volume del ’93 proprio in risposta a Fukuyama, si ha la “saldatura del cerchio” fra polo del conservatorismo e quello del liberalismo che trova in Fukuyama uno straordinario interprete di coerenza.

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