Università di Lisbona

Sono molti i fenomeni di estrema destra che si agitano per l’Europa, e altrettanti al di fuori del continente, che sono stati, forse frettolosamente, etichettati come fascisti. Alcuni di questi, ha ragione Raimo, si sono auto-dichiarati tali perché in fondo l’opposizione in negativo ha il suo fascino, come il cattivo dei film. Come fare, però, a decidere se son fascisti o sono i nipoti diretti del fascismo o se, per lo meno, possano esserne additati come figli illegittimi? Cosa usare? Il fascismo minimo di Griffin? La religione laica di Gentile? Il consenso, un po’ immaginifico, di De Felice? Non funzionano, mi spiace. Non perché non siano efficaci, ognuno a suo modo, per comprendere un pezzo del fenomeno fascista ma semplicemente perché l’estrema destra odierna non è riconducibile direttamente, e quanto è importante questo avverbio, al fascismo: troppo differenti il contesto storico, le condizioni materiali e politiche. Il fascismo, in questo continuo a pensare che avesse ragione Gramsci, è stato una delle porte di ingresso alla modernità. Una porta stretta un cammino segnato e circondato da guardie armate che governavano quelle masse come si governano le bestie; una fila indiana che non ammette divagazioni né, tanto meno, dissensi (per questo mi sono permesso di apostrofare il consenso defeliciano come un po’ immaginifico). Il fascismo rappresentò un ingresso militare alla cittadinanza; una cittadinanza non più esclusivamente proprietaria ma etnica ed in questo aspetto il filo “nero” tra il ventennio e l’oggi, in parte, lo ritroviamo. Una cittadinanza passiva quella fascista, una cieca obbedienza non solo al capo carismatico ma al suolo ed alla nazione come comunità coesa, talmente coesa e perfetta dal non essere reale ma immaginata come ci ha spiegato Anderson. Una comunità pura che al suo esterno può avere solo linee di amicizia, dentro una modernità rigida ed irreggimentata nella quale insieme allo spazio aereo anche la differenza tra civile e militare saltava. L’estrema destra odierna, al contrario, ci parla da luoghi virtuali all’interno dei quali le comunità si ricompattano intorno a desideri e visioni del mondo parziali, frammentate ma, spesso, con l’aspirazione alla partecipazione. Una partecipazione atomizzata ed anti-sociale che rifiuta le forme della democrazia rappresentativa laddove riconosce in queste forme la sagoma del dispossesamento dei propri diritti di cittadinanza avvenuta dentro il ciclo di ri-accumulazione primitiva che scandisce la crisi globale che attraversiamo e da cui, inevitabilmente, veniamo attraversati. L’estrema destra che erige muri e blocca barche di disperati in mare ridà nettezza ai confini, non solo materiali ma culturali e ridefinisce lo spazio di creazione del futuro. In questo processo di ricostruzione delle identità collettive c’è una sorta di nuovo patto sociale tra la massa che ha perso molti dei suoi diritti sociali e un’estrema destra che, abbandonati i lidi dell’estremismo politico, riabbraccia la sua visione sociale e totalitaria. Il nodo dello scambio non si sostanzia più nella cessione della propria individuale violenza al Leviathan, ma nella cessione dei diritti democratici a fronte della promessa di acquisire non tanto cittadinanza quanto un nuovo habitus, un nuovo ruolo sociale sia pure fosse quello di plebe. Una plebe che, in quanto tale, si riappropria della propria violenza e ne fa vendetta contro i potenti, le élite. Laddove il fascismo si poneva a capo della violenza e la tramutava in partito prima ed in Stato totalitario poi, le nuove destre lasciano libero sfogo all’autogestione della propria rabbia. Non che non vi sia un piano, semplicemente il nemico, quello vero, non c’è. Il comunismo è svanito e rintracciare le basi materiali del capitalismo finanziario è impresa ardua; quindi i migranti, gli omosessuali e qualche intellettuale divengono, di colpo, il nuovo bolscevismo. Non che la campagna contro le banche ed il liberismo non sia nelle corde della destra estrema, lo è sempre stato ma, semplicemente, non è abbastanza, è fuori tiro. Urlare alla luna, prima o poi, stanca. La base dell’estrema destra leghista e non solo, ha, invece, bisogno di obiettivi raggiungibili, qualcuno da toccare quando esce dalle stanze virtuali delle proprie comunità complottiste. Il punto d’incontro tra le tue miserie finanziarie, lavorative e personali è di fronte ai tuoi occhi: gli immigrati, gli ultimi che vogliono scalzarti dalla tua posizione di penultimo. Quegli immigrati, certo, sono marionette nelle mani delle élite mondialiste e ultra-capitaliste ma, per lo meno, sono a portata di tiro. Al di là della contemporaneità fluida l’estrema destra ridà corpo e materia non soltanto ai nemici ma attraverso loro definisce i confini della propria esistenza. Dentro una narrazione che va avanti da molti anni dentro i circoli della Nouvelle Droite al di là ed al di qua delle Alpi, le nuove destre fanno egemonia culturale, cercano di creare blocco a-storico. I lavoratori devono trovare alleanza di classe con la borghesia che permetta a quest’ultima di eliminare il fastidio della lotta di classe mentre si combatte una guerra etnica. Una guerra che si combatte in nome di un concetto a-storico di esistenza delle comunità pure, sigillate al di fuori di qualsiasi interferenza culturale aliena. Dentro questa sofisticata vulgata c’è una contraddizione di fondo che è quella che lega modello capitalistico alle nuove destre; una rivoluzione passiva avvenuta, e forse non combattuta dai partiti di sinistra, ha sgomberato il campo per un nuovo ribellismo. Solo che questa energia militante dei penultimi viene sapientemente incanalata verso gli ultimi. Abbiamo finito per abbracciare spiegazioni che riducevano lo scontro, senza forse accorgersi che finiti gli ululati alla luna, il fascismo è quel che fa, come diceva Tasca: e le nuove destre di oggi interpretano la rabbia e la incanalano, oggi, verso i miserabili, domani direttamente contro l’eguaglianza in nome del potere magico della meritocrazia individualista che ridisegna asgardiane mitologie e ordini di casta mentre condanna le plebi alla subalternità a tempo indeterminato.

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