Università del Piemonte Orientale

La pubblicazione del nuovo statuto e del nuovo codice etico del Movimento 5 Stelle permette di considerare un aspetto tanto centrale per il buon funzionamento di un sistema democratico quanto abitualmente dimenticato: l’organizzazione interna dei partiti e gli strumenti da questi utilizzati per assicurare la partecipazione dei propri membri.

Nonostante la crisi di legittimità in cui i partiti versano, la loro funzione di mediazione tra cittadini e istituzioni è unica. Associazioni, sindacati, gruppi di interesse, non svolgono questo ruolo perché sostengono specifiche istanze o esercitano una pressione su chi governa piuttosto che sviluppare un insieme coerente di proposte che risponda alle richieste dei cittadini e le trasformi in politiche.

Se i partiti vogliono realizzare questa funzione di mediazione incarnando gli ideali democratici, dovranno chiarire attraverso quali procedure definiscono i propri programmi, i valori a cui questi si ispirano e prendono le loro principali decisioni. Se ciò non avvenisse iscritti e cittadini non sarebbero messi nelle condizioni di valutare le scelte dei partiti e le ragioni che le hanno dettate. Se poi a decidere fossero in pochi, questo veicolerebbe un modello anti-democratico che avrebbe effetti negativi sia sui cittadini che sui membri del partito stesso.

Quale modello di partito viene incarnato dalle nuove regole del Movimento 5 Stelle?

Nonostante i problemi giustamente sottolineati da molti (non proprietà della piattaforma Rousseau, vincolo di mandato imposto ai parlamentari sulle questioni più importanti, rigide multe per chi dovesse abbandonare il partito) queste nuove regole sembrano cercare un equilibrio tra la definizione di una struttura direttiva, che permetta di prendere decisioni in modo rapido ed efficace ma risponda agli iscritti, e l’allargamento dei poteri di questi ultimi. Se è vero che si introduce il ruolo del Capo Politico, oltre che quello del Garante, questi sono eletti e possono essere sfiduciati dai membri del partito. Il ruolo degli iscritti non si può però limitare all’elezione degli organi direttivi perché il Movimento 5 Stelle mira a realizzare una forma di democrazia diretta e partecipata (art.4) che permetta ai membri del partito “un effettivo ruolo di indirizzo e determinazione delle scelte fondamentali per l’attività politica dell’associazione” (art.2).

 

Movimento 5 Stelle. Comizio 2017

Riesce il Movimento a realizzare questo obiettivo?

La risposta non può che essere negativa a causa di un’idea di partecipazione politica, strettamente aggregativa, che giustifica strumenti inadeguati per soddisfare compiti così complessi. Se è vero che agli iscritti è garantita la possibilità di discutere, all’interno di forum on-line o nei diversi meet-up, su singoli temi e proposte, è chiaro come questo non possa essere sufficiente per definire, o anche solo influenzare, la linea politica o il programma. Questi ultimi non potranno che essere delineati dal gruppo dirigente, senza che le procedure che questo seguirà siano chiarite e mettano nelle condizioni i membri di controllarne l’operato. Agli iscritti è garantita esclusivamente la possibilità di votare quanto deciso da altri, in pieno contrasto con quanto richiesto dalla democrazia partecipativa. Questo modello viene infatti abitualmente criticato perché impone troppi oneri agli individui richiedendo loro di partecipare attivamente alla definizione delle proposte, alla loro critica e revisione. Se la partecipazione politica si riduce al voto, il modello non è oneroso ma nemmeno partecipativo visto che il ruolo dei cittadini è minimo.

Il problema del Movimento 5 Stelle, e della sua concezione aggregativa della democrazia, non è quindi solo l’asimmetria che si genera tra gruppo dirigente e semplici membri, ma anche la bassa qualità della partecipazione politica degli iscritti i quali possono solo esprimere le proprie preferenze su singole istanze. In un simile contesto il compito del partito sarà quello di trasformare tali preferenze in un insieme di proposte senza definire le procedure che portano a questo risultato o le ragioni che lo possono giustificare. Questo permetterà di definire un programma in modo molto efficace ma per nulla partecipato, non mettendo nelle condizioni iscritti e cittadini di poter valutare attentamente le proposte politiche e i valori a cui queste si ispirano, ma chiedendo loro solo se queste gli piacciono o meno.

Una simile concezione della partecipazione svilisce il ruolo dei cittadini veicolando l’idea che il loro unico compito sia quello di approvare o meno l’operato dei partiti. Solo mettendo gli iscritti realmente nelle condizioni di discutere e delineare i valori di fondo del partito e le sue principali decisioni, si può pensare di garantire ai cittadini l’opportunità di essere attori politici, i quali devono decidere cosa la società in cui vivono dovrebbe fare, e non utenti che possono valutare un prodotto.

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