Università degli Studi di Milano

La polarizzazione ideologica non ha mai goduto, né gode tutt’ora, di una buona nomea. È naturale collegarla alla debolezza dei governi, all’immobilismo decisionale, e financo, a lungo andare, alla tenuta democratica di un paese. La sostanziale convergenza ideologica e programmatica dei partiti su molte tematiche nelle democrazie contemporanee, in particolare europee, registratasi negli ultimi 30 anni per effetto, tra l’altro, di alcuni eventi epocali come la caduta del muro di Berlino e l’emergere della moneta unica, con connessi vincoli di bilancio pubblico, dovrebbe quindi essere accolta con un generale sospiro di sollievo dai più. Una convergenza ideologica, si noti, non di poco conto dato che la polarizzazione programmatica dei partiti (calcolata come loro rispettiva distanza lungo l’asse ideologico sinistra-destra) è scesa di quasi il 40% dagli anni sessanta ad oggi. Ma come spesso accade, guardare così a lungo al dito, rischia di far passare inosservata la luna che si nasconde dietro.

Il punto è che se nessun corpo può fuggire alle leggi di Newton, allo stesso modo la politica democratica non può fuggire alla sua regola più basilare: ovvero, la competizione per il voto popolare. Che potrà anche cambiare pelle, ma non scomparirà di certo. E se quindi, per via della accresciuta convergenza ideologica, si fa fatica a tarare tale competizione esclusivamente sui programmi, perché, dopotutto, quando due partiti hanno differenze programmatiche assai contenute, criticare il programma dell’altro significa implicitamente anche attaccare il proprio, e, analogamente, sottolineare i meriti della propria piattaforma politica implica indirettamente tessere le lodi di quella del diretto contendente; e quindi perché farlo?, il confronto politico si materializzerà su qualche cosa d’altro. Come, ad esempio, il tema della corruzione. E, difatti, sempre lungo lo stesso arco temporale notato prima, ovvero dagli anni sessanta ad oggi, assistiamo ad una spettacolare crescita di quanto i partiti politici in Europa, e non solo, parlano del fenomeno della corruzione nei loro manifesti elettorali: +90%.

I due trend, d’altra parte, sono direttamente collegati. Quanto più infatti le posizioni programmatiche sono percepite, a torto o a ragione, come simili, tanto più i partiti si trovano costretti a trovare una strada alternativa per differenziarsi di fronte agli elettori. Le questioni di valore condiviso, come è quella della corruzione, permettono esattamente di fare questo. Ecco quindi lo straordinario successo, elettorale e mediatico, di slogan quali il “partito degli onesti” in questi ultimi anni.

Ed è qua che si inserisce di prepotenza il fenomeno dei populismi. Cosa infatti accomuna i movimenti populisti, prima di ogni altra cosa, se non proprio la chiamata (virtuale) alle armi del “cittadino comune” contro il “corrotto establishment”? Tutto questo ha esiti lungi dall’essere banali. Il tema del populismo, e della sua avanzata nelle democrazie occidentali, è tra quelli su cui più fiumi di inchiostro sono stati spesi in questi ultimi tempi. Ad interrogare politici, giornalisti, analisti e semplici curiosi è soprattutto capire quali siano i fattori dietro alla crescita di questo fenomeno. Tra questi ultimi, l’enfasi di gran lunga maggiore è stata posta sul ruolo giocato dalla perdurante crisi economica iniziata nel 2008, e, con una prospettiva spesso complementare, sull’emergenza del fenomeno migratorio. Queste prospettive sull’origine dell’affermazione dei movimenti populisti sono tuttavia auto-consolatorie. Il fenomeno populista viene infatti inevitabilmente ridotto ad un qualche cosa di transitorio: usciti (finalmente?) dal tunnel della depressione economica, affrontata con successo la crisi umanitaria dei migranti, ecco che la “minaccia populista”, magicamente, si svuoterà del tutto, privata dei suoi stessi presupposti. Insomma, basterebbe aspettare sulla riva del fiume. Prima o poi, il “cadavere populista” ci dovrebbe passare davanti.

Se prendiamo però sul serio quanto detto più sopra, la spinta per un linguaggio populista nella competizione politica che stiamo assistendo in questi anni, lungi dal rappresentare una parentesi, rischia al contrario di diventare una costante. Stante una geografia programmaticamente (sempre più) convergente, la spinta populista è nelle condizioni infatti di diffondersi per mere ragioni di convenienza elettorale, rappresentando la strada più efficace per conquistare il cuore, prima ancora dei voti, degli elettori, in un mondo in cui le differenze ideologiche si riducono a poco o nulla. La diffusione di argomenti e stili di comunicazione proto-populisti anche in forze politiche che populiste non sono, ne sarebbe nient’altro che il precursore. Insomma, finite le narrazioni ideologiche forti, che per definizione polarizzavano, rischiamo di ritrovarci in un mondo sì ideologicamente convergente, ma non per questo più rassicurante.


Per una trattazione più rigorosa di quanto discusso, rimando al mio libro “Corruption, Ideology, and Populism. The Rise of Valence Political Campaigning”, Londra: Palgrave/MacMillan, 2017.

La Fondazione ti consiglia
pagina 39061\