Ricercatore presso il Dipartimento di Comunicazione, arti e media dell’Università IULM di Milano

Il fenomeno della migrazione riveste oggi una posizione di indubbio rilievo all’interno del discorso mediatico nazionale ed internazionale invitandoci a interrogarci con rinnovata attenzione sulle sue profonde ripercussioni nell’immaginario collettivo. Sulla scia del clima di incertezza innescato dalla crisi finanziaria del 2008 e dalla parallela riconfigurazione degli equilibri geopolitici seguita al crollo del Muro di Berlino, il “transito”, o meglio l’attraversamento dei confini tra differenti «comunità immaginate» (B. Anderson, Comunità immaginate, ManifestoLibri, 2000), sembrerebbe in effetti aver assunto lo status di metafora del nostro tempo nonostante, a ben vedere, esso ci riporti a dinamiche tutt’altro che inedite nella storia della cultura occidentale. Un paradosso che merita di essere indagato più a fondo, specie se si intende comprenderne la natura al di là di facili semplificazioni.

 

Inquadrato da molteplici angolazioni – imperialismo, eurocentrismo, decolonizzazione e globalizzazione –  appare evidente come il fenomeno della migrazione abbia contribuito a definire storicamente la “nostra” idea di cultura, forse più di quanto l’Occidente sia disposto ad ammettere. Considerazione che occorre tornare ribadire con ferma convinzione di fronte al diffuso risorgere di nazionalismi, o di ancor più miopi campanilismi frutto di una distorta concezione autarchica dell’identità, e che può al contempo offrirci, soprattutto sul piano teorico, un riferimento utile a comprendere alcuni degli spinosi dilemmi etici del nuovo millennio.

Per quanto apparentemente irrelati, gli aspetti sinora abbozzati trovano un ideale punto di convergenza nell’uso strumentale dei concetti di appartenenza e di estraneità a fini politici più o meno dichiarati, nonché nella costante operazione di “invenzione della tradizione” su cui si fondano simili strategie retoriche e discorsive. Ed è proprio in tale sede, ossia nei cruciali snodi tra la Storia e il privato, che la rappresentazione artistica può rivelare il suo potenziale nell’indirizzare, costruire e modificare dinamicamente la nostra visione della realtà.

La letteratura, al pari dei linguaggi audiovisivi e delle arti performative, hanno notoriamente tratto prezioso alimento dalla serrata dialettica tra Sé e Altro, sviluppandola secondo le proprie possibilità e le proprie esigenze. Lungi da promuovere un riflesso mimetico del reale, o peggio, un’evasione dal reale, questi ambiti hanno di conseguenza giocato un ruolo fondamentale nel plasmare quella logica della prossimità in cui, secondo la lezione Goethe, si annida lo “spirito” di un popolo. Basterebbe ricordarne il ruolo predominante nel delineare i tratti salienti dell’attuale fisionomia dello stato-nazione per rendersi conto della loro considerevole incidenza ben al di là del piano della fruizione estetica.

Il campo di produzione artistica è quindi strettamente connesso alla vita della cultura di cui si propone di interpretare i bisogni e le più recondite aspettative né, in linea di massima, si possono scindere questi due aspetti senza che entrambi risultino in qualche modo deformati o diminuiti nella loro complessità. Non si potrebbe d’altro canto comprendere il dibattito odierno sulla migrazione, precidendo dal ricchissimo repertorio di immagini, clichés e stereotipi mediante i quali tale tema è stato di volta in volta declinato in ambito estetico. Oltre a questo, v’è tuttavia anche un aspetto ulteriore.

Dopo l’ondata di autoreferenzialità e di citazionismo del postmoderno, la scena artistica degli ultimi decenni sembrerebbe nel complesso rivolgere un rinnovato interesse al mondo che ci circonda, in particolare agli «spazi intermedi» (H.K. Bhabha, The Location of Culture, Meltemi 2001) ove si dissimulano le sue innumerevoli contraddizioni. L’estetica è tornata così a riappropriarsi di una funzione sociale, a tratti esplicitamente “militante” nel prendere le parti dei “dannati della terra”, degli esclusi e dei marginali provenienti dalle lontane periferie del «mondo Sud» (A.Gnisci, Creoli, meticci, migranti, clandestini e ribelli, Meltemi, 1998).

Guardando all’Italia, la cosiddetta letteratura della migrazione ha svolto un ruolo significativo in tal senso, inaugurando un rinnovato dibattito riguardo all’esperienza coloniale nel periodo postunitario, spesso passata sotto silenzio nell’immaginario collettivo nazionale in quanto considerata di effimera durata, o comunque meno brutale rispetto alle principali potenze europee. Nulla di più falso, ovviamente, una volta che si è passati ad analizzarla nel dettaglio.

Allargando la prospettiva ad altri ambiti e, nello specifico, alle arti performative, si riscontra una tendenza molto simile, seppur con una non trascurabile differenza. Dalla pagina alla scena, dalle parole ai corpi in movimento, la natura del medium chiamato in causa tende a modificare giocoforza la struttura del “messaggio”, restituendoci la perturbante presenza dell’Altro mediante codici inevitabilmente differenti, se non addirittura divergenti.

Là dove sul versante poetico o romanzesco ci si propone infatti di dare “voce” a coloro che nella prospettiva dell’imperialismo non «potevano rappresentarsi» quale entità autonoma e dovevano pertanto «essere rappresentati» (E. Said, Orientalism, 1978); sul versante della performance questa attitudine demistificatoria chiama piuttosto in causa un altro fattore cruciale nell’esperienza della migrazione – il “corpo” e la sua mutevole collocazione all’interno dello spazio – ossia ciò che, per la natura stessa della comunicazione letteraria, può essere da lei evocato solo in termini “figura”, “personaggio” o, appunto, di “voce”.

Il corpo il quale, per converso, nelle arti performative assume il duplice valore di “oggetto” e “strumento” di comunicazione, il cui «movimento» e la cui «gestualità» risultano cruciali nel problematizzare «le relazioni prossemiche» dettate, al pari delle convezioni verbali, da «paradigmi sociali» storicamente determinati (A. Pontremoli, La danza: Storia, teoria, estetica nel Novecento, Laterza, 2004). Elemento in definitiva irriducibile all’astrazione della scrittura, esso si riconferma essere l’architrave portante di ogni costruzione ideologica, nonché uno snodo cruciale nell’“ordine del discorso” partendo da cui questa sovrastruttura può essere rovesciata.

Se si volesse delineare un’ideale gerarchia nel panorama mediatico del nuovo millennio, non sarebbero pertanto più la musica o la poesia già care al Romanticismo a poter rivendicare il titolo di principali interpreti del nostro tempo bensì una pratica che, nella sua poliedricità, sembrerebbe di fatto rubare la “parola” alle altre Muse, quale appunto la coreutica. La «madre di tutte le arti» ove, non a caso, si riconcilia l’atavico dissidio tra codici autografici e allografici, arti del tempo e arti dello spazio poiché, come sosteneva giustamente Curt Sachs, prima ancora «di affidare le sue emozioni alla pietra, al suono, l’uomo» si è servito e continua a servirsi «del suo corpo per organizzare lo spazio e ritmare il tempo» (C. Sachs, Storia della danza, Il Saggiatore, 1966).

Una lezione che può dimostrarsi di indubbia attualità di fronte delle sfide di un presente in cui l’epifania del “volto” dell’Altro ci costringe nuovamente a confrontarci con un villaggio globale in cui la manichea distinzione tra “noi” e “loro” sembrava in procinto di dissolversi, solo per tornare a manifestarsi nelle sue forme più deteriori.

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