Pubblichiamo qui un estratto del testo di Alessandro Leogrande pubblicato nell’eBook G8 GE 2001. La generazione che perse la voce


Per parlare di Carlo Giuliani devo partire da Paolo Borsellino.

Il 19 luglio piango per i morti di via D’Amelio e il giorno dopo per quel ragazzo ucciso in piazza Alimonda. Due mondi distanti, anche perché i fatti sono accaduti a nove anni di distanza, eppure un filo rosso li unisce.

  1. Paolo Borsellino: un magistrato che stava provando a liberarci dall’alleanza fra mafia e politica, ucciso insieme a 5 agenti. Meno di due mesi prima, ai funerali di Falcone, i poliziotti avevano contestato i rappresentanti delle istituzioni e le loro lacrime di coccodrillo. Per la mia generazione quelli erano i poliziotti: avevamo un comune obiettivo, volevamo liberarci dal potere mafioso, spesso intrecciato per convenienza reciproca al mondo delle imprese e della politica.

Noi e gli sbirri eravamo dalla stessa parte. Meno di 10 anni dopo quegli uomini in divisa sono diventati i miei nemici, quelli che mi violentavano, mi pestavano, limitavano le mie libertà. Come è potuto accadere? Il principale imputato di questa torsione antidemocratica cominciata dentro le forze di polizia ha un nome e un cognome: Gianni De Gennaro. Lui e i suoi fedelissimi erano al vertice del Viminale nel luglio 2001, avevano esautorato i comandanti locali, sono responsabili – anche se impuniti – delle peggiori nefandezze di quei giorni a Genova. Ecco il legame tra Paolo Borsellino e Carlo Giuliani: dopo la macelleria messicana durante il G8 la mia generazione ha totalmente perso la fiducia nelle istituzioni chiamate a difendere la mia libertà, visto che a Genova è stata tolta arbitrariamente a migliaia di persone inermi e innocenti.

 

Dal 1981 – anno della riforma che la smilitarizzava – al 2001 i vertici della Polizia hanno seminato artificialmente i piccoli sindacati interni, che mano a mano hanno snaturato il senso della riforma. Gli stessi vertici hanno poi applicato una gestione dell’ordine pubblico para-militare. In un periodo contrassegnato da guerre (Iraq, ex Yugoslavia, ad esempio) in cui l’Italia ha un ruolo interventista anche le forze di polizia sono slittate verso un modello in cui devono fronteggiare un nemico. Di conseguenza vengono archiviati i metodi di gestione pacifica e negoziata, per essere sostituiti dallo scontro fisico, dai “pattuglioni” che militarizzano il territorio, dalle “bonifiche” del campo di battaglia. Come si vede anche il linguaggio si adegua. E il passaggio logico conseguente è non riconoscere al “nemico” le garanzie previste dallo Stato di diritto. Provate a ripensare a Genova 2001: la “zona rossa”, i carabinieri paracadutisti del Tuscania per le strade, i manifestanti pestati e fatti sparire per ore…

 

Radio Popolare ha raccontato il 2001 così: l’anno era cominciato con George Bush alla Casa Bianca; in Italia il Governo di centrosinistra di Amato era in agonia: tutti scommettevano una facile vittoria della destra berlusconiana. Al G8 di Genova si affacciavano più generazioni anagrafiche, che condividevano alcune caratteristiche: avevano voglia di conoscere (ad ogni Forum Sociale la parte preponderante era lo studio, i seminari, le discussioni); erano portatrici di culture meticce e alternative. Leggete le conclusioni dei Forum sociali, c’è tutto quello che è accaduto dopo: la finanziarizzazione dell’economia che, prima di implodere, accresce le disuguaglianze e distrugge i diritti; la lotta al terrorismo che crea le condizioni per la guerra permanente; il modello di sviluppo liberista che sta distruggendo il pianeta lasciando senza acqua, terra e cibo milioni di persone.

 

Ma attenzione: i Forum sociali terminavano con una proposta di cambiamento. Lo slogan più famoso di Genova è stato “un altro mondo è possibile”. Prima e dopo il 2001, non a caso, gli slogan che abbiamo sentito più spesso avevano in premessa una negazione: No Nuke, No Tav, No Expo… Per arrivare ad un altro slogan propositivo c’è voluto Obama, con il suo “Yes, we can”. Ma ci sono voluti sette anni contrassegnati da guerre, terrorismo e crisi economica.

 

Le generazioni di Genova venivano da esperienze diverse, ma le loro radici erano sostanzialmente progressiste; molta sinistra e molto cattolicesimo non convenzionale, parecchio pensiero ecologista. Nel febbraio 2001, nella prima riunione di quello che sarebbe diventato il Genoa Social Forum, all’ex Chiesa di San Salvatore c’era pure un ramo dissidente dei testimoni di Geova! Queste generazioni erano unite da un sostanziale desiderio di emancipazione. Erano persone cresciute urlando insieme ai Sex Pistols “no future” e si riconoscevano nel McJob inventato da Douglas Coupland in “Generazione X”. In Italia la precarietà era stata istituzionalizzata: è del 1997 il cosiddetto pacchetto Treu, che – rimaneggiato – ha permesso le forme di lavoro precario tuttora possibili. Liberi finalmente dalla gabbia dei blocchi (quello “atlantico” e quello “sovietico”), aiutati dalla facilità di comunicazione (la globalizzazione dal basso) queste persone scoprivano una nuova forma di internazionalismo, meno rigido ideologicamente e più saldato ai bisogni reali: Vandana Shiva che rivendicava le lotte contro le multinazionali e le istituzioni globali che rubavano l’acqua ai contadini indiani parlava la stessa lingua dei cittadini di Agrigento che devono comprarsela perché non esce dai loro rubinetti. La pericolosità del movimento altromondialista è tutta qui: un linguaggio universale contro l’iniquità.

 

Torniamo al 2001. Da una parte Bush e Berlusconi, dall’altra Susan George e don Gallo. Da una parte interessi forti e ben identificati, dall’altra un’ammirevole armata Brancaleone. Si è arrivati al luglio con un escalation in cui tutti i media mainstream, nessuno escluso, hanno fatto un lavoro sporco. Il simbolo, a imperitura memoria, è la velina pubblicata da quasi tutti (quotidiani, tv, radio) sulle sacche di sangue infetto da tirare contro la polizia. Andate a vedere chi ha firmato quegli articoli: sono ancora al loro posto. Fossi un direttore avrei mandato a casa immediatamente un redattore che scrive certa immondizia. Un’amica, che nei giorni del G8 aveva un ruolo fondamentale nel Genoa Social Forum seppure in ombra, mi ha ricordato che alcune di quelle firme – la cito testualmente – “cambiarono opinione proprio durante lo scorrere degli eventi”. Ma già allora potevano agire diversamente, con più onestà. Un mese prima del G8 venne a Radio Popolare una persona che si presentò con nome e cognome spiegando di aver saputo dalla sua fidanzata, che collaborava con la polizia, che un gruppo di ceceni aveva inghiottito dell’esplosivo ed era pronto a farsi saltare in aria a Genova. E’ bastata fare una telefonata ad un medico per sapere che quella storia non stava in piedi. Perché le brillanti firme del giornalismo tutt’ora attive invece hanno scritto quelle sciocchezze sulle sacche di sangue infetto da lanciare verso i poliziotti?

 

Fin dai mesi precedenti al G8 dunque si capiva che c’erano interessi forti e convergenti a distruggere quel movimento. La stessa amica che ho citato prima ha trovato le parole giuste per esprimere quello che sarebbe accaduto: “il disastro era chiaro. So già – scrive – che per alcuni il disastro arrivava da una parte e per altri arrivava da un’altra parte: non mi interessa e non mi interessava allora. Il disastro stava arrivando, bisognava trovare una soluzione. Io non ero ingenua. Perché lo erano altri?” Ha ragione questa amica a descrivere i fatti di Genova come un treno in corsa che tutti sapevamo si sarebbe schiantato contro il movimento. Ma temo che ci fosse poco da fare per evitarlo. Perché se sono vere le descrizioni delle fasi preparatorie è evidente che la risposta militare violentissima contro le persone è stata pianificata per distruggere sul nascere un movimento che conteneva tracce di solidità politica. Fatte le doverose proporzioni, Genova è stata la nostra Piazza Tien An Men.

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