LUISS Guido Carli

La democrazia liberale è una democrazia “rappresentativa” che, proprio perché storicamente centrata sulla sua natura elettorale (sebbene non subito sull’idea del suffragio universale e nemmeno sul concetto di partecipazione), si basa su un processo di delega.

Il tema della rappresentanza è tradizionalmente connesso a due poli di riferimento: da una parte la dimensione elettorale, dall’altra quello della partecipazione. In realtà, tale connessione è una forzatura concettuale relativamente recente e affonda le sue radici nella connessione “democrazia-elezioni” che è però ideologica. Bernard Manin ha evidenziato come i governi democratici contemporanei costituiscano in realtà il punto d’arrivo dell’evoluzione di un sistema politico concepito per attenuare gli effetti “sovversivi” della democrazia.

James Madison prima e Thomas Jefferson poi introdussero una cesura sostanziale fra governati e governanti, dove questi ultimi dovrebbero poter rappresentare le istanze di tutti grazie a una sorta di superiorità, una specie di “aristocrazia naturale” come l’aveva definita proprio Jefferson.

Il metodo elettivo, in altre parole, si sviluppa agli albori delle “democrazie” liberali come un sistema di controllo del potere da parte delle oligarchie economiche, legittimate però dal voto popolare.

Il rapporto fra rappresentanza e democrazia appare quindi non scontato.

 

 

Tuttavia, le democrazie che si sono sviluppate dopo la caduta dei fascismi hanno recuperato – nelle Costituzioni e nelle pratiche politiche – il valore della partecipazione come elemento fondativo del metodo democratico, giungendo persino a declinare l’idea di sovranità popolare in connessione proprio con la partecipazione, talvolta interpretata come leva per la promozione di un’eguaglianza sostanziale.

 

Voto in america. 2017

La cosiddetta “crisi della democrazia” si sviluppa proprio dentro il cortocircuito fra delegittimazione degli istituti di rappresentanza (i corpi intermedi) e la percezione da parte degli individui della perdita di quel potere che i partiti di massa sembravano avere loro garantito.

La progressiva erosione delle identità a lungo termine su cui si era fondata la legittimazione dei partiti ha messo in crisi anche le forme consolidate della partecipazione politica.

L’altra grande concausa – la crisi economica globale – ha funzionato da acceleratore del disancoraggio della struttura democratica. Più ancora, però, ha acuito la percezione popolare di una progressiva riduzione degli spazi di presenza politica; la perdita della “sovranità popolare”, derivante dall’espropriazione delle scelte politiche di fondo da parte di organismi economico-finanziari sovranazionali, ha accentuato lo scollamento fra partiti e cittadini e, più in generale, fra questi ultimi e la politica.

In questo quadro di crisi della rappresentanza politica organizzata, uno dei portati ideologici dei partiti neo-populisti risiede proprio nel tentativo di delegittimare la rappresentanza, ritenendola esaurita a fronte delle possibilità offerte dalla partecipazione “dal basso”.

Tuttavia, l’esaltazione della partecipazione “dal basso” si risolve per lo più: a) nell’enfasi posta sulla democrazia diretta; b) nella legittimazione del leaderismo autoritario, dove il capo-popolo diventa il “rappresentante supremo” degli interessi popolari; c) nei fenomeni di etnotribalismo, strumento tattico per costruire un “noi” contro un “loro”, tendenza che esalta il popolo identitario contro il non-popolo costituito dalle minoranze sociali.

D’altra parte, la partecipazione politica ha senso “solo se porta una redistribuzione delle risorse a vantaggio di chi ne ha meno”. Non è un caso che sia la letteratura scientifica sia i testi “militanti” degli anni Sessanta e Settanta avessero considerato la partecipazione sia come categoria del potere al servizio dei cittadini sia come strumento pedagogico.

La partecipazione, in altri termini, rappresenta uno strumento di emancipazione, e l’inclusione di fasce sempre più ampie di popolazione può costituire un elemento importante per giungere a una situazione di giustizia sociale. Al tempo stesso, la partecipazione politica è strettamente connessa a principi ritenuti fondativi per le democrazie moderne, come l’eguaglianza, il diritto all’inclusione, l’accountability elettorale, etc.

Non è la partecipazione popolare che alcuni populismi inseguono quindi.


Il testo è tratto dall’ebook La sfida Populista, vai alla pagina

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