Non vorrei parlare di fascismo. Questa categoria è stata evocata nel discorso pubblico per definire i movimenti emersi negli ultimi anni, dall’America di Trump all’Ungheria di Orban. E più di recente anche in Italia, a proposito del governo Lega-Cinquestelle, per le sue forti tendenze di destra. Da storico, esito ad utilizzare questo termine che, al di là della polemica politica, deve essere circoscritto agli specifici fenomeni politici dell’Europa tra gli anni Venti e Quaranta. Vi sono tuttavia certi aspetti della storiografia sulla politica di massa tra Otto e Novecento e sui fascismi, e alcuni elementi teorici che derivano da quelle esperienze o le hanno nutrite, che possono a mio avviso consentirci di proporre delle categorie di lettura, o almeno degli spunti interpretativi rispetto alla situazione italiana. In particolare con riferimento agli elementi di più forte novità rappresentati dal Movimento Cinquestelle soprattutto nella sua fase di movimento, più che in quella di governo. La Lega di Matteo Salvini, al di là del suo innegabile successo che presto misureremo sul piano elettorale, mi pare invece un movimento di destra più convenzionale, segnato da componenti ideologiche che appartengono alla destra sociale, da marcate tendenze xenofobiche (in particolare islamofobiche),  e – fortemente – dalla difesa di valori familiari, sociali e culturali tradizionali.

Gli elementi di più forte novità dei Cinquestelle come movimento si riferiscono alla definizione delle forme di accesso alla rappresentanza politica; alla configurazione ideologica prodotta dal movimento; a elementi della visione del mondo che esso, o almeno alcuni suoi leader, hanno elaborato e veicolano. I Cinquestelle appaiono come un movimento populista, che fa cioè continuo appello al “popolo” e persino alla “democrazia”, ma che sulla scia delle analisi dello studioso del fascismo e dell’anti-illuminismo Zeev Sternhell, può essere definito “né di destra né di sinistra” o, più precisamente, “sia di destra che di sinistra”. Come tutti i populismi esso è infatti caratterizzato sia da componenti che appartengono alla tradizione di sinistra – come ad esempio l’attenzione alla questione sociale e alle condizioni dei ceti disagiati – e componenti di destra – come le posizioni di chiusura sui temi dell’immigrazione, espresse ripetutamente dal fondatore Beppe Grillo. Un altro tema “né di destra né di sinistra” (ma a ben vedere con aspetti reazionari) che attraversa il movimento, sono le sue preoccupazioni ambientaliste e sospettose della modernità tecnologica.

Sul tema della sovranità popolare i Cinquestelle predicano illusoriamente la democrazia, mentre evocano di fatto lo spettro della “democrazia totalitaria” descritta da Jacob Talmon e ripresa George L. Mosse nella Nazionalizzazione delle masse, democrazia totalitaria che fa capo alla figura di Jean Jacques Rousseau. Nell’era di internet e dei social network, il movimento ha chiamato “Rousseau” la sua piattaforma online, che è allo stesso tempo strumento di espressione dei sostenitori e mezzo di controllo dei suoi esponenti. Attraverso Rousseau si esprimerebbe una sorta di “volontà generale”, che è però in effetti un sostituto simbolico della democrazia rappresentativa e più precisamente una via non parlamentare alla (supposta) democrazia. Così il premier Giuseppe Conte assumendo la guida del governo Lega-Cinquestelle si è definito – novello Robespierre – “avvocato del popolo”: un popolo che si illude di esprimersi per via diretta e che egli, da presidente del consiglio, non farebbe che “difendere” nel tribunale della storia. Sulla stessa linea, nell’estate 2018, il figlio del co-fondatore e ideologo del movimento Roberto Casaleggio, Davide, ha dichiarato che tra alcuni anni il parlamento sarà superfluo.

Un altro aspetto che caratterizza la visione del mondo dei Cinquestelle, o almeno della sua leadership, è il cospirazionismo, che produce nel movimento atteggiamenti permanentemente sospettosi, di costante denucia, ed effettivamente paranoidi. Li si incontra nel fondatore Grillo, nell’ideologo Roberto Casaleggio e in uno dei leader di riferimento Alessandro Di Battista. Casaleggio ha immaginato nel suo video “Gaia” che il mondo dopo una futura ecatombe bellica sarà retto da una forma di governo diretto attraverso la rete, che abolirà non solo la democrazia rappresentativa, ma l’attuale supposto controllo planetario esercitato da fantomatiche organizzazioni segrete. Beppe Grillo ha ripetutamente evocato il ruolo della “finanza internazionale” e delle “banche” nel governo della società, su cui agirebbero come “sanguisughe”. Di Battista ha richiamato anche di recente il nome dei Rothschild e una loro teorica influenza sugli affari mondiali. In particolare questi ultimi due non sono estranei, quindi, elementi dell’immaginario antisemita storico e specificamente di quell’antisemitismo politico ed economico che ancora promana dal noto falso i “Protocolli dei savi anziani di Sion”.

Nella struttura mentale e ideologica di Casaleggio, ma anche di Grillo, mi pare si possa cogliere infine traccia della contrapposizione radicale “amico”/”nemico” che secondo Carl Schmitt starebbe alla base della politica, almeno della politica autoritaria cara a Schmitt, critico del pluralismo politico. Per Casaleggio sembra che l’antagonista politico sia appunto un “nemico” da abbattere. E così per Grillo, attraverso il grido o la parola d’ordine del “vaffa-day”: il confronto con la classe dirigente, con altri movimenti e partiti e, in genere, con gli interlocutori politici, non può essere che un’imprecazione, un insulto, una maledizione. La contrapposizione amico/nemico sancisce, quindi, il superamento della normale dialettica politica e del pluralismo parlamentare.

La critica al parlamentarismo, l’illusione della democrazia diretta attraverso una totalitaria “volontà generale” digitale, il cospirazionismo apocalittico che induce paranoia politica, la contrapposizione radicale amico/nemico, fanno in definitiva dei Cinquestelle un movimento che affonda le sue radici nell’antidemocrazia e mobilita, in contesti pure profondamenti diversi rispetto a quelli del passato, elementi oscuri della politica di massa tra Otto e Novecento, alcuni dei quali hanno segnato anche i fascismi storici.

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