Economista e politico
DiEM25 - Movimento per la democrazia in Europa 2025

Era il 1998 quando i capi di Stato e di governo dell’Eurozona si incontrarono ad Amsterdam per definire lo Statuto e la composizione della Banca Centrale Europea. Nonostante molti Paesi, fra cui l’Italia, fossero all’epoca governati da forze progressiste o di centro-sinistra, venne congiuntamente deciso che l’azione principale della BCE dovesse essere diretta esclusivamente alla lotta all’inflazione, mentre la sua capacità di intervento a sostegno dell’economia e dei bilanci nazionali doveva essere fortemente limitata. Tutte scelte, queste, perfettamente in linea con un fondamentalismo di mercato che vede nell’inflazione il nemico da combattere (perché l’inflazione svaluta il valore del capitale) e nell’occupazione una variabile destinata ad aggiustarsi da sé attraverso la svalutazione del lavoro.

A chi oggi giustamente attacca l’Unione europea per le sue scellerate politiche economiche o la sua completa mancanza di democrazia vogliamo ricordare questo: sono gli stessi stati nazionali ad avere dato all’Unione tale configurazione attraverso l’esclusione di alternative reali nella dialettica politica e nell’economica nazionale. E ora non sarà sufficiente disfarsi dell’Unione per imprimere una svolta alle politiche del pensiero unico. Perché il problema non è semplicemente uno spazio geografico, un confine o una moneta. Ma l’uscita da un immaginario distorto e corrotto e da un sistema economico iniquo e distruttivo.

Francoforte, sede della Banca Centrale Europea

 

L’opposizione fra quanti si dicono a favore di una maggiore integrazione europea e quanti chiedono un’uscita dalla moneta unica è un’opposizione falsata e fuorviante. Non esiste, infatti, un’Europa arcigna a cui si contrappone una nazione sociale ed egualitaria. Non esiste una tecnocrazia europea neoliberale e predatoria a cui si contrappone una politica nazionale emancipata e dalla parte del popolo. Anzi. Gli Stati nazionali – i primi ad avere costruito l’Europa così com’è – sono anche i primi ad essere stati catturati da lobby di potere e ad aver visto lo spazio della rappresentanza sterilizzato da qualunque germe di alternativa.

Basti pensare alla cattura della democrazia da parte dei grandi interessi economici e finanziari, capaci di influenzare sempre più direttamente le politiche pubbliche.

Abbiamo più volte scritto a riguardo la totale assenza di democrazia nei processi decisionali europei. Ma c’è almeno un altro deficit democratico da affrontare: la difficoltà dei cosiddetti corpi intermedi, e più generalmente delle strutture della società civile, dei sindacati, dei media e senz’altro dei partiti, di recuperare lo spazio transnazionale e di agire politicamente a livello europeo.

Abbiamo bisogno di un nuovo tipo di forza politica che dai municipi all’Europa, e viceversa, con un biglietto di andata e ritorno, abbia la capacità di rimettere il demos al centro della democrazia nazionale ed europea. Una forza che sia in grado di tornare a dire parole chiare attorno a un programma di rottura con le ricette fallimentari del passato. E che abbia una strategia su come cambiare rotta a questa Europa, al tempo stesso contro l’establishment economico e finanziario che ci ha portato al disastro e contro i partiti nazionalisti che in questo disastro cercano, come negli anni 30, di imporre una soluzione reazionaria e nazionalista.

Per sottrarre il nostro continente dalla rovina a cui va incontro, proponiamo una strategia di disobbedienza costruttiva. Ma cosa vuol dire? Disobbedire alle proposte politiche o alle direttive che danneggiano l’integrità europea è condizione necessaria ma non sufficiente. Per essere progressisti e costruttivi dobbiamo coniugare la disobbedienza con contro-proposte dettagliate di politiche o direttive alternative a quelle alle quali noi disobbediamo. Queste proposte alternative devono essere universalizzabili.

Lo status quo non è più un’opzione. Utopico non è immaginare un cambiamento possibile e necessario, ma immaginare che le cose possano restare come sono oggi. Non accadrà. La domanda che dobbiamo porci non è se cambiare sia possibile, ma come riuscire a indirizzare la grande trasformazione già in atto verso un’uscita virtuosa e umanista da un sistema in crisi e agli sgoccioli.

 


 

Il testo è tratto dal contributo Tre tesi sull’Europa ospitato nel libro collettaneo Indicativo futuro. Le cose da fare: materiali per una politica alternativa. Abele edizioni.

 

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