Ricercatrice in Urbanistica e Politiche del Territorio

Il 21° secolo ha aperto una stagione nuova, complessa e avvincente per lo studio sulla città. Ha innanzitutto riscritto il perimetro del campo di osservazione, ampliando il focus sui modelli di città occidentali al resto del mondo.

Se nella prima metà del XX secolo, infatti, i processi di urbanizzazione ridefinivano le società del “Nord”, specialmente in Europa e in Nord America, e la “scuola di Chicago” dominava gli studi urbani, negli ultimi decenni la globalizzazione ha impattato Asia, America Latina e Africa specialmente nella forma di un’urbanizzazione imprevista e accelerata. Quando negli anni ’80 la caduta delle barriere nel commercio e nella finanza determina la dislocazione delle sedi produttive, dei servizi e delle comunicazioni verso Paesi che di lì a poco saranno economie emergenti, come il Messico, il Brasile, Taiwan, la Cina, uno dei primi effetti visibili è la crescita di nuovi poli urbani. Shenzen è tra gli esempi più eclatanti: negli anni ’80 era poco più di un villaggio, nel 2015 appare come una metropoli cresciuta del 6.040%! Allo stesso tempo, i paesi più sviluppati del nord del mondo transitano verso un’economia postindustriale, le cui maggiori città sono soprattutto centri di controllo dei sistemi informativi e della finanza.

I più grandi agglomerati urbani si concentrano oggi nel Sud del mondo, dove, a crescere più rapidamente, sono  le città asiatiche e africane di medie dimensioni (500.000 – 1 milione di abitanti). Il timelapse interattivo di Google Earth Engine (https://earthengine.google.com/) ha catturato questa crescita sbalorditiva, che produce forme nella maggioranza dei casi inedite. Il McKinsey Global Institute ha addirittura sostenuto che “il 21 ° secolo non sarà dominato dall’America o dalla Cina, dal Brasile o dall’India, ma dalla Città. In un mondo che appare sempre più ingovernabile, le città – non gli stati – sono le isole del governo su cui sarà costruito il futuro ordine mondiale”.

Se è questo l’orizzonte che ci attende, il percorso per arrivarci richiede grandi responsabilità. Innanzitutto, quella di dotarsi di nuove ed efficaci chiavi interpretative e metodologiche per comprendere l’oggetto sfaccettato nel quale ci troviamo immersi e riuscire a governarlo nel solco di un’alternativa che costruisca condizioni di convivenza più sostenibili, giuste, realmente inclusive.

Gli ultimi decenni hanno visto una fertile diversificazione di approcci e metodologie di indagine negli studi urbani, intensamente contaminati dagli apporti teorici di altre discipline (scienze sociali, scienze politiche, geografia, scienze naturali, psicologia, ecc.), che ha prodotto una grande sperimentazione e ibridazione teorico-empirica. Tra le diverse correnti che li hanno maggiormente influenzati negli ultimi decenni, due in particolare hanno avuto un’eco importante: le teorie postcoloniali e il comparativismo.

Riguardo alle prime, l’apporto di autori come Said e Spivak è stato fondamentale per spiegare come il colonialismo abbia determinato non solo un certo tipo di produzione fisica della città nelle ex-colonie – con la città dei colonizzatori separata, ad esempio, da quella delle popolazioni locali -, ma la stessa teoria con cui se ne è a lungo studiata la trasformazione – inquinata dai retaggi intellettuali fondati su pregiudizi etnocentrici e razziali. La coppia di antropologi africanisti Comaroff e Comaroff ha dimostrato con la propria prolungata attività di lavoro sul campo come le pretese universalistiche della teoria euroamericana fossero fondamentalmente inadeguate a restituire le profonde trasformazioni antropologiche e spaziali degli ambienti abitati in Africa, senza riuscire a spiegare le ragioni storicamente prodotte della loro evoluzione. Queste linee di pensiero critico hanno influenzato la generazione di studiosi formata, tra gli altri, da Jennifer Robinson, Ananya Roy, Garth Myers, Sujata Patel, AbdouMaliq Simone, Anant Maringanti, Vanessa Watson la cui attività di ricerca è rivolta a dimostrare come l’applicazione delle teorie urbane costruite in Europa e Nord America non funzioni nelle città del resto del mondo, mentre serve un approccio più aperto, attento ad analizzare e confrontare le differenze e complessità empiriche dei diversi “mondi” urbani. Il comparativismo, in tal senso, apre un importante spazio nella produzione di nuovi concetti e metodi utili a cogliere le trasformazioni urbane, rintracciare analogie, cambiamenti e declinazioni diverse di fenomeni analoghi, identificare e comprendere ciò che appare imprevisto. La matrice deleuziana dell’approccio emerge qui chiaramente nella sua duplice valenza: esso è sia “genetico”, nella misura in cui traccia la genesi interconnessa di risultati urbani ripetuti, distintivi e correlati, che “generativo”, laddove altre istanze o altri concetti ispirano intuizioni teoriche nuove. Lo sguardo che affondiamo nell’urbano si muove così finalmente libero nel mondo, è contestuale ma itinerante, riesce, nel trattare singoli casi, ad incorporare suggestioni e suggerimenti interpretativi e operativi ispirati (non calati!) da contesti altri, che si traducono spesso in risultati pratici importanti.  Non soltanto un pensatore occidentale come Agamben può essere utile ad analizzare l’urbanesimo emergente in alcune città dell’Africa come nel lavoro di Abdou Maliq Simone, ma questo tipo di immaginazione nata per comparazione può contribuire a costruire le azioni necessarie nei contesti urbani più poveri.

Questo orientamento metodologico che sostiene l’impossibilità e l’inutilità di una definizione singolare di città e la necessità di rendere la teoria urbana da esportabile ad aperta, è fertile non soltanto perché estende la capacità di comprensione del fenomeno della globalizzazione rispetto agli impatti e alle risposte che produce in contesti diversi, ma perché, confrontandoli attraverso il lavoro di campo, li mette in relazione, connette esperienze, è generativo di possibilità.

Nel tempo in cui spuntano nuove forme urbane (dalle città satelliti ai corridoi urbani) ma la “città pubblica” sembra scomparire, stretta nella tenaglia della pressione della finanza speculativa e della mancanza di risorse, questa tensione rappresenta una reazione non scontata allo sforzo costante di divisione, instabilità e dissoluzione delle relazioni dello sfruttamento neoliberale, l’unica che può aprire il varco verso nuove strade di ricerca e di azione. “Thinking global, act local” dicevano i no-global e la strada è più che mai aperta negli studi urbani.

 

Da questi presupposti nasce l’Atlante delle città, progetto frutto della collaborazione tra l’Osservatorio su Città e Cittadinanza di Fondazione G. Feltrinelli e il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano: un confronto tra dodici città del mondo con studiosi, esperti e artisti internazionali, per raccontare i paradossi generati da diseguaglianze economiche e sociali, gli impatti sociali delle trasformazioni dei mercati del lavoro , gli squilibri nella distribuzione e nell’accesso alle risorse delle città e provare a capire essenzialmente cosa possano apprendere Milano e altre città d’Italia da casi urbani che sono il risultato di diversi percorsi storici e declinazioni non identiche della globalizzazione.

Il tutto a partire da 12 termini opposti e 6 domande protese ad individuare lo spazio nel mezzo in cui eventualmente ricomporli: il contrasto tra etnocrazia/democrazia, che, mettendo a confronto Tel Aviv e Istanbul, si domanda “come possono convivere le diversità?” e come lo sviluppo delle città possa generare l’idea che esistano “soggetti altri”, titolari di diritti diversi dai nostri; l’opposizione tra mobilità e immobilità, dalla prospettiva della garanzia dell’accesso equo alle opportunità urbane mediante il raffronto tra due casi letteralmente agli antipodi come Amsterdam e Ulaanbaatar; il divario tra povertà e ricchezza, nel tentativo di capire attraverso due città oggi incredibilmente simili come Dubai e Londra, in che modo riequilibrare economie urbane accelerate; il rapporto tra sicurezza e insicurezza analizzato a Sao Paolo e Tokyo per discutere di come costruire una città sicura, in cui sia data la possibilità di abitare  in maniera stabile, protetta e rispettosa dei bisogni autentici della persona; il superamento della dicotomia formale/informale da due diversi Sud, Napoli e Maputo, che offrono l’occasione per discutere di forme peculiari di esistenza, resistenza e resilienza forieri di valori diversi per vivere le città; e, infine, il passaggio dall’infelicità alla felicità, che nel chiedersi cosa renda davvero felice una città, prova a rintracciare i passaggi necessari a trasformare una questione individuale in un obiettivo per la politica a partire dai due casi generalmente presentati come modelli esemplari di felicità di New York e Oslo.

Roteando il globo sul collo mentre si dibatte con questi interrogativi, l’Atlante proporrà un giro intorno al mondo per documentare i contrasti che si producono tra l’evoluzione delle città e la vita dei suoi abitanti, raccogliendo proposte, sperimentazioni e tentativi di risposta alle criticità più urgenti. Perché, nella condizione presente e futura di cittadinanza che ci accomuna, a reggere l’Atlante è ciascuno di noi.

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