Storico e giornalista
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

A ott’antanni dalle leggi razziali la Fondazione propone un’intervista ad Adriano Prosperi a cura di Sara Troglio e Niccolò Panaino.


A dieci anni di distanza da un suo articolo in cui accennava alla presenza di un “virus antico e pericoloso”[1] nella società italiana, il reiterarsi di retoriche e di azioni razziste non pare scemare, trovando sempre più spazio in linguaggi politici che contribuiscono ad «eccitare» “gli umori collettivi”[2]. Riscontra aspetti di novità, oppure il razzismo italiano ha caratteristiche di lunga durata, che lo portano a riemergere come un fiume carsico in determinati frangenti storici?

Io non credo che esista in natura il razzismo italiano a meno di non entrare da “credenti” nel tempio del razzismo: esiste la realtà storica degli esseri umani, che vivono all’interno di sistemi politici e civili che mutano nel tempo.

Il mutare del tempo e del mondo intorno a noi, e il nostro mutare nel mondo, è ben rappresentato da un sintomo importante legato alle leggi razziali del ‘38 e alla storia dell’antisemitismo. Per molto tempo abbiamo pensato confusamente che l’antisemitismo e la Shoah fossero stati una mostruosità tedesca: ebbene questo anniversario invece ha portato un vento diverso. Per la prima volta è maturata la consapevolezza che quelle leggi incontrarono il consenso passivo della maggioranza ed anche attivo e entusiastico di folle plaudenti. Penso a quel discorso di Mussolini a Trieste, a tutti quegli italiani – o quasi tutti – che ritennero che la questione riguardasse solo gli ebrei…e che forse se gli ebrei erano oggetto di quelle misure una colpa l’avessero.

Oggi per la prima volta abbiamo “scoperto” che gli italiani non sempre sono stati brava gente, che qualcosa ci aveva allontanato quella coscienza delle nostre responsabilità.

Cos’era avvenuto? Era avvenuta la Liberazione ed era stata varata la Costituzione italiana, e la questione è proprio qui: cos’è successo a quella Costituzione? Essa nacque sotto la spinta di forze divergenti che accettarono di collaborare in un mondo mutato, accettando il principio che l’Italia fosse una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Oggi siamo davanti alla manifestazione vincente del capitalismo finanziario che ha fatto nuovamente diventare il lavoro una merce, che si compra e si vende; in cui i diritti sono solo di coloro che posseggono e che esercitano il diritto internazionale di muoversi seguendo loro piacere e interesse. Ovvero quello di spostare fabbriche, uomini e soprattutto capitali impoverendo progressivamente le classi subalterne. E’ in questo scenario che vedo ritornare tutti i fantasmi degli anni Trenta: il mondo è in grande disordine, guerre locali hanno sostituito la cosiddetta terza guerra mondiale, e gli uomini sono isolati, impauriti, terrorizzati dagli altri. L’alterità è percepita solo come nemica e il solidarismo è scomparso completamente: ognuno difende il suo briciolo di spazio, cercando di afferrarne un pezzo in più dall’altro.

Con questi umori collettivi siamo pronti certamente ad una nuova stagione di razzismo: poco importa che ne siano vittime gli ebrei o altri esseri umani.


Rivede quindi nei nostri giorni un meccanismo simile di “abuso” storico oppure siamo di fronte all’assenza del senso storico dal dibattito?

Leggevo in questi giorni un bilancio sulla storiografia del Novecento di Michele Battini, intitolato “Necessario Illuminismo”, in cui il termine viene inteso come una visione che possa riportare la Storia al racconto della verità, ricercata attraverso le prove, i documenti e non con convinzioni precedenti alla ricerca stessa.

L’obbligo di dire il vero si è scontrato e si scontra oggi con il problema del falso: quest’ultimo ci dice qualcosa delle nostre società. E’ importante che caratteristiche prendano il falso, il finto, l’inventato.

In questo momento l’istruzione e il sapere soffrono di una grave malattia: l’accesso all’università è rimasto un fenomeno ristretto, che soltanto negli anni Sessanta  ha conosciuto un momento di allargamento che ha dato respiro al paese intero, che si è tradotto poi in quelle confuse lotte animate dalle migliori intenzioni. E’ interessante vedere come un cinquantennio di promesse ha visto invece smarrire questo popolo, che sperava di migliorare, sperava di raggiungere le vette del sapere e invece si è fatto monetizzare.

Oggi la nostra speranza è che un giornalismo colto vada alla ricerca della verità e la racconti: che raccolga la fiaccola della verità storica e continui a diffonderla.


Nel tempo presente, quali accuse, vecchie o nuove, quali pregiudizi giustificano o sostengono gli anti- dell’attualità?

Nell’attuale società civile – italiane ed europea – ravvisa delle energie e degli strumenti atti ad elaborare una risposta efficace agli anti- dell’attualità?

Anzitutto è necessario collegare il discorso con il problema dell’identità. Lo sviluppo storico implica che siamo persone immerse nel tempo: oggigiorno gli uomini hanno un orizzonte che è il presente, non hanno passato, non ricordano, non sanno e se sanno dimenticano.

Lo spirito del nostro tempo non prevede la storia perché il nostro senso del passato è scomparso: l’orizzonte di memoria delle nuove generazioni è cancellato dal fatto che non c’è un orizzonte di futuro, cioè non c’è un investimento della vita in cui in un percorso di studio o di lavoro si raggiunga il proprio posto nel mondo e si operi attivamente. I giovani hanno davanti uno scenario oscuro, frammentato, ridotto alla giornata. Quando scompare l’orizzonte dello sviluppo nel tempo che cosa rimane se non l’idea fissista dell’identità, secondo cui  il “diverso” viene visto come una minaccia, un nemico.

Questa è la realtà: il pregiudizio anti-altri ha la sua radice nell’identità.

La popolazione migrante proprio perché migrante viene percepita come una minaccia non solo perché è diversa da noi ma perché non ha una solidità, una consistenza nello spazio, nel tempo, nel potere di denaro tale da poterci attirare. Dietro questo fenomeno c’è la vicenda tragica di come le sinistre si siano incapsulate in una serie di governi e si sono messe ad inseguire i diritti umani-civili, dimenticandosi completamente dei diritti sociali. Non possiamo dire che siamo alle soglie del fascismo ma siamo alle soglie di un sistema per cui il lavoro non è un diritto, è solo una merce, che si compra e che si vende, lo studiare è un privilegio e molto spesso i giovani preferiscono lasciare l’Italia.


Oggi come ieri, la popolazione autoctona tende sempre più frequentemente ad arroccarsi su posizioni di aperta ostilità verso la popolazione migrante: un atteggiamento incentivato dalla presenza di linguaggi politici che tendono all’esclusione del “diverso”, identificato sempre più spesso come elemento “pericoloso”. Quali possibili scenari potrebbero verificarsi nel contesto europeo?

Naturalmente lo sguardo sul futuro è influenzato dai miei umori e non è uno sguardo ottimista. Però c’è una realtà di fatto: l’Europa nata come unica speranza dopo le tragedie del nazionalismo e dell’imperialismo precedente, ecco questa Europa è nata morta perché ha posto come suo fondamento l’Euro. Il modo in cui la moneta è stata posta è stata a mio avviso una truffa ai danni della collettività perché il suo valore di scambio con la lira era stato strutturato in maniera da depauperare i salari e gli stipendi fissi e per rilanciare i commerci e coloro che ne sfruttavano il flusso e la leva del padronato. Quindi è nata morta ma, tuttavia, non può morire: sarebbe un’implosione che equivarrebbe ad un’altra guerra mondiale.

Adesso, l’Italia è nelle mani di una coalizione di destra – naturalmente definizione soggettiva – ma io credo che siamo davanti a una Lega profondamente di destra, anche nella sua parte commiserante che si piega sui poveri per renderne meno dura la povertà.

La crisi di questo paese si è proiettata nell’assenza di un partito credibile di sinistra, di cui abbiamo bisogno come l’aria.

La democrazia purtroppo da noi sta morendo per una ragione molto semplice: essa può esistere soltanto nel benessere: se non c’è benessere, se ci sono squilibri sociali forti le alternative sono le oligarchie, i “duci”.

Come abbiamo imparato per nostra disgrazia con il fascismo, il sistema dei partiti fu liquidato per gli interessi dei padroni del lavoro e della monarchia: essi si convinsero dopo la Settimana Rossa a buttare questo paese nell’immane macello della Prima Guerra Mondiale in cui morirono centinaia di migliaia di poveri contadini che non avevano niente a cui spartire con gli ideali Risorgimentali. Dopo la guerra c’è stato il fascismo, che ha preso il potere senza batter ciglio anche grazie agli errori del partito socialista e della frammentazione del partito comunista. Dopo la guerra era rinato un sistema di partiti vitale, che innervava tutta la società: la speranza è che rinasca un modello simile.

Siamo alla mercè di un modello di funzionamento politico di tipo populistico, il che vuol dire che i flussi e le opinioni vengono manovrate da chi ha in mano i meccanismi per controllare, emozionare e tacitare i sentimenti collettivi per riempire una piazza. Nonostante ciò, io penso che l’Italia non possa e non potrà uscire dall’Europa perchè ne è una pietra fondamentale.

Il problema dell’Italia è un problema speciale, e non credo che ci aiuteranno a risolverlo i soci europei che hanno dei sistemi che sono diversi dai nostri. Certe cose che per loro sono diritti vissuti quotidianamente, per la maggior parte degli italiani sono un sogno.

La dignità delle persone risiede soprattutto nel lavoro.


Restando sempre sul tema dell’Europa e della sovranità: è mai esistito uno Stato senza moneta? E una moneta senza Stato?

L’Italia ha rinunciato alla sovranità, trovandosi in un ingorgo di conflitti di sovranità. Ora si parla di sovranismo, che è l’imbruttimento del termine.

Abbiamo visto tanti sovrani: Carlo V prendeva soldi dalla grande ricchezza dei banchieri genovesi e tedeschi e non li rendeva. Lo Stato in quanto sovrano non li paga, cancella il debito e va avanti. All’inizio della fase europea credevo rimanesse una possibilità di sovranità nazionale ma ci siamo impiccati ad una sovranità che non appartiene a noi e che non si sa bene a chi appartenga. Ed ora siamo sotto al tallone del sistema finanziario internazionale: il peggiore dei padroni.


[1] Adriano Prosperi, “Cause perse. Un diario civile”, Einaudi, Torino, 2010, p. 60.
[2] Ibidem.

La Fondazione ti consiglia
pagina 49777\