Europa
 

Molti anni fa, nel 1935, quando in Europa i totalitarismi erano attraenti e la democrazie si difendevano a stento, Marc Bloch, da fine storico dei sentimenti, aveva intuito che la nozione di Europa si fonda su una nozione di panico. Si è europei (si dice di essere europei), scrive Bloch, perché si aderisce a un dato chiuso e non facendo riferimento a un codice culturale e normativo aperto. Per questo motivo definire l’Europa per molti significa fissare le sue frontiere. Talvolta il tema è dove finisce l’Europa (un confine che tradizionalmente si colloca a Est, da un po’ di tempo anche a Sud), qualche volta il tema è chi rappresenta lo spirito dell’Europa.

Quando le due questioni si sommano e si pensano in un solo luogo sappiamo che soffiano venti di intolleranza.

Forse è quello che sta accadendo in questo nostro tempo. Non è detto che sia ineluttabile, ma non è vero che ciò che vediamo in scena da mesi, sia l’antieuropa, o la non Europa. Sia in chi vuole muri, sia in chi manifesta disponibilità ad accogliere, soffia il vento dell’Europa, di due Europe diverse, da tempo in conflitto tra loro, ma entrambe parti della identità europea.

Vale la pena rifletterci, oggi 18 marzo, una giornata che è carica di storia, di una storia che si muove nel senso opposto ai venti che soffiano in molte parti d’Europa.

Il 18 marzo 1848 l’Europa è per le strade. Da Berlino a Palermo, da Vienna a Milano, da Venezia, a Roma, da Parigi a Francoforte, tutti sono in piazza a chiedere la libertà. Per molti quella domanda va riempita di contenuto. Come due generazioni prima, avrebbero potuto ripetere le parole di Sieyès  “Che cos’è il Terzo stato? Tutto. Che cos’ha rappresentato finora nell’ordinamento pubblico? Nulla. Che cosa chiede? Di diventare qualcosa”.

È il loro primo ingresso nella storia. Non hanno ancora chiaro cosa sarà domani, sanno improvvisamente che cambiare si può e che la loro voce conta.

Forse nessuno meglio di Carlo Cattaneo, nel settembre di quello stesso 1848, a evento concluso, nei giorni dell’esilio che percepisce lungo, ha saputo rendere l’atmosfera di quella scoperta della politica, quando ricorda che fu possibile il coinvolgimento di quella parte di popolazione che lontano dalle città, nelle campagne improvvisamente si presentò all’appuntamento con la storia, solo perché dei palloni lanciati in cielo e non colpiti dai cannoni austriaci raggiunsero le campagne che ignoravano cosa stesse accadendo nelle città.

Il senso del ’48 europeo, più precisamente la “cifra” di quelle giornate, rapide, convulse, nervose, sta anche in questa novità e nella sensazione che in gioco non si sia solo la propria persona, ma una dimensione più grande che riguarda l’intero continente.

La prima forma dell’Europa nasce in quelle giornate e si ritroverà in esilio più che la sconfitta, a come riaprire quella scommessa. Londra sarà il luogo tutti si saranno idealmente appuntamento, per riprendere tempo e pensare a come ricominciare: gli italiani, di tutti gli stati, i francesi, i tedeschi, ma anche i polacchi, gli ungheresi, i russi, Herzen per primo.

Ventisette anni fa è andata allo stesso modo, all’inizio. Iniziato per le vie di Varsavia, proseguito a Budapest, poi entusiasmante il 9 novembre a Berlino, infine contagioso a Bucarest, a Sofia, il 1989 rompeva gli orologi della storia e obbligava ricomporre il tempo. Improvvisamente sembrava che tornasse sulle strade d’Europa la stagione di un’altra vicenda quella che circa un secolo e mezzo prima, nella primavera del 1848, aveva portato molti attori dell’Europa a farsi largo nei regimi autoritari delle Europa delle case regnanti e a dire imperiosamente, a chi li aveva esclusi fino ad allora: “Io ci sono”, “Io conto”.

Il 1989 sembrava figlio del 1848. L’Europa, allora, nel 1989 come nel 1848, sembrava promettere molto. È ancora così?

David Bidussa
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

18/03/2016

 

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