Design curator

Traduzione di Cristina Pradella


New York, aprile 1939. Il futuro appariva vasto, radioso e promettente, perché mentre in Europa si profilava la seconda guerra mondiale, a New York veniva inaugurata la World’s Fair, un’esposizione internazionale che entro la data di chiusura del 27 ottobre 1940 avrebbe attratto più di 44 milioni di visitatori. Accompagnata dallo slogan di “Dawn of a New Day” (l’alba di un nuovo giorno) prometteva nientemeno che uno sguardo sul mondo del domani. La schiera dei numerosi esponenti di questo futuro contava anche “Elektro, the Moto-Man”. Il robot fece il suo ingresso in scena insieme con altre macchine innovative e affascinanti, come la prima lavapiatti al mondo proposta da Westinghouse, società americana impegnata nel settore dell’energia elettrica e degli elettrodomestici. Elektro, che era alto 2,1 metri e pesava appena 120 chilogrammi, vantava ben 26 funzioni, tra cui camminare, parlare, contare, cantare e fumare. Il suo vocabolario includeva circa 700 parole, e questo bastò per convincere il pubblico sbalordito che la macchina – ogni macchina – potesse tramutare il mondo in un luogo più equo da un punto di vista sociale.

Questo mito si ritrova identico nella storia della nascita dei robot, che – a differenza di quanto si sarebbe forse tentati di credere – non avvenne in un laboratorio, bensì in un teatro. Nel 1920 infatti si tenne la prima di R.U.R. – Rossum’s Universal Robots, un dramma utopico fantascientifico del ceco Karel Čapek, che narra come gli uomini-macchina, ovvero lavoratori a basso costo e privi di diritti, un giorno si ribellano ai loro oppressori, gli uomini, annientandoli. Ma questi “replicanti” umanoidi mostrano alla fine sentimenti e valori, rivelandosi addirittura come “gli uomini migliori”. In questo senso R.U.R. non è solamente il racconto di un robot che prima lavora al nostro posto per poi distruggerci – trama poi riproposta in un elenco senza fine di romanzi, racconti, fumetti, film, opere teatrali, canzoni e radiodrammi. La storia di sfruttatori e sfruttati può anche essere intesa come critica sociale anticapitalistica, interpretazione che affiora più volte. E tuttavia il robot si rivelò ben presto anche pronto a cambiare fazione, come in Metropolis di Fritz Lang, mettendosi a disposizione dell’élite dominante per sottomettere i lavoratori.

La narrativa del robot che prima ci serve e poi ci distrugge è giunta sino all’oggi, riaffiorando di tanto in tanto non solo nella cultura popolare. Mentre l’inventore, informatico e saggista Ray Kurzweil individua nel raggiungimento della “singolarità” –punto tecnologico-evolutivo in cui l’intelligenza artificiale (IA) sorpassa quella umana – il superamento di tutti i nostri problemi, persino della morte, il filosofo Nick Bostrom vede in quello stesso momento temporale l’inizio della fine dell’umanità. Un discorso che prosegue anche nei media – classici e nuovi – proprio come a un tavolo informale.

Ray Kurzweil


Ma nell’ardore dello scontro spesso tralasciamo di definire cosa intendiamo veramente quando parliamo di robot o macchine intelligenti. Troppo spesso pensiamo a figure come Wall•E o ai robot umanoidi dell’americana Boston Dynamics, osservati da milioni di utenti su YouTube mentre camminano incespicando. Se non esiste un’unica definizione di robot, si può affermare con assoluta certezza che, a differenza di noi umani, non hanno bisogno di un corpo proprio, chiaramente strutturato e definito. Mantenendosi su un livello molto generale, possiamo affermare che a loro servono soltanto tre cose: sensori, intelligenza e dispositivi attuatori. Ovvero: strumenti che raccolgono dati; software che elaborano dati; apparecchi che in seguito alla raccolta e all’elaborazione dei dati danno vita a una reazione misurabile fisicamente, per esempio luce, rumore, calore o movimento. Secondo questa definizione tutto può essere trasformato in robot: ogni oggetto, ogni casa, ogni città, ogni ambiente. Attraverso l’aiuto di sensori, intelligenza e attuatori tutto quanto conosciamo da internet attraversa il video e penetra di conseguenza nello spazio tridimensionale. Definiamo questi robot anche come l’internet delle cose (Internet of Things – I.o.T.).

Secondo Gartner, nota società di consulenza, ricerca e analisi nel campo dell’information technology, circa 21 miliardi di impianti elettrici e di riscaldamento, televisori, frigoriferi, forni a microonde, videocamere di sicurezza, serrature, macchine per il caffè, baby monitor, fitness tracker, tutti di ultima generazione e smart, spesso a comando vocale, appartengono al mondo dell’internet of things. Proprio come l’internet dei bits and bytes, anche quello delle cose è decentralizzato e dotato di una struttura a rete. Esattamente come l’internet classico, è soggetto all’uso improprio, ed è dominato dagli stessi pochi gruppi industriali di grandi dimensioni, il cui modello di business si basa principalmente sulla raccolta e sull’utilizzo dei nostri dati personali.

Esattamente come accadeva un centinaio di anni fa, ancor oggi ci dobbiamo chiedere da che parte vogliono stare i robot. Chi in questo nuovo sistema è lo sfruttatore, chi lo sfruttato? Thomas Vašek, caporedattore di Hohe Luft, rivista tedesca di filosofia, dà in proposito una risposta chiara: “Noi tutti – uomini come robot, smartphone e intelligenza artificiale di ogni genere – siamo schiavi del capitalismo digitale. Noi tutti produciamo dati che per Google & Co. sono sfruttabili da un punto di vista economico, noi tutti lasciamo tracce di dati nell’infosfera, noi tutti siamo tracciabili digitalmente – e pertanto anche controllabili da una mega-superintelligenza. Lo chiamiamo sistema capitalista”.

Non è un caso che la app attraverso la quale l’Apple Watch gestisce la nostra fitness/salute è stata sviluppata da una compagnia di assicurazioni attiva nel ramo malattia. E ogni volta che rivolgiamo un comando ad Alexa, Siri o altri sistemi guidati dalla voce, addestriamo l’intelligenza artificiale che sta dietro la voce amichevole.

Alexa


E più addestriamo l’intelligenza artificiale, più questa diventa efficace e meno siamo disponibili a rinunciare a lei e a tutte le cose pratiche che sa gestire, attraverso le quali lasciamo altre tracce di dati. La stessa tipologia di lavoro non remunerato la facciamo tra l’altro anche con Google quando, rispondendo al “non sono un robot”, decifriamo sequenze di lettere deformate o clicchiamo tutte le immagini che, per esempio, mostrano un autobus. ReCAPTCHA si chiama il sistema che dovrebbe proteggere tutte le pagine web dai bot e al contempo viene attivamente impiegato per la digitalizzazione di libri e il miglioramento dei software per il riconoscimento delle immagini. Amazon ha persino creato una propria piattaforma per questi lavori occasionali che richiedono l’intelligenza umana: Amazon Mechanical Turk.  Su questa, in determinate condizioni, si può anche guadagnare denaro: pochi spiccioli, un paio di centesimi a lavoro. Sì, è pensato in modo ironico, e nondimeno Amazon trattiene comunque il 20 per cento.

Ogni balzo della tecnologia muta le condizioni di lavoro degli uomini, non solo e non sempre in meglio. Per questo motivo nell’Inghilterra degli inizi del XIX secolo si bruciavano i telai. Il motivo è sempre lo stesso: la tecnologia provoca la perdita di professioni e posti di lavoro. In inglese, “computer” era originariamente la definizione professionale di una persona che faceva calcoli: una cosa che sanno in pochi al di fuori dell’ambito linguistico anglosassone.

In ogni caso, le nuove tecnologie danno vita anche a nuove occupazioni, dopo una fase di rottura che può essere più o meno dolorosa. Ma dobbiamo necessariamente lasciare che lungo il cammino si venga privati dei diritti di cui godiamo come lavoratori e consumatori, diritti acquisiti, almeno in Europa, dopo dure battaglie?


Baxter, robot della Metalmeccanica brevettato in Germania


Invece di proiettare sulla macchina tutte le nostre speranze e i nostri timori, invece di attendere l’immortalità come Ray Kurzweil o il giudizio universale come Nick Bostrom, dovremmo iniziare a considerarla come uno strumento. Come un utensile che ci può aiutare a difendere i nostri diritti e a risolvere i problemi complessi dell’oggi. L’architetto Achim Menges, per esempio, lavora presso l’Università di Stoccarda per trasporre in architettura, con l’aiuto di algoritmi e robot, gli intelligenti principi di edilizia inventati dalla natura. Da secoli utilizziamo – e sprechiamo – quantità di materiali, incuranti di ogni necessità statica, invece di rafforzare la struttura solo dove serve, come avviene, per esempio, nelle elitre dei coleotteri.

In quali punti è il caso di agire e come apparirà la struttura complessiva alla fine non viene deciso da Menges, bensì dall’algoritmo. L’architetto stabilisce soltanto il parametro entro cui la macchina può muoversi liberamente. “In questo caso, il computer è molto di più di uno strumento”, afferma Menges, “in quanto si schiudono anche livelli di accesso che altrimenti non ci sarebbero. Lo si potrebbe paragonare a un microscopio o un telescopio, che non modificano il mondo, bensì la nostra visione del mondo.” Sempre secondo Menges, il computer sarebbe in grado di affrontare complessità che vanno oltre l’intuizione umana. Come ricompensa per questa “controllata perdita di controllo” prendono forma strutture filigranate, divinamente belle – e questo con una frazione delle risorse impiegate.

L’enfasi ricade qui sul termine “controllata”, in quanto non dobbiamo commettere l’errore di credere alle macchine incondizionatamente. Le macchine sono prevenute esattamente come lo sono gli uomini che le programmano. Fino a quando dovremo combattere nella nostra società contro razzismo, odio verso le donne e ingiustizia sociale, le macchine lo rispecchieranno, avvantaggiando o svantaggiando gli uomini in base al colore della pelle, al sesso e ad altri fattori sociali. Invece di questo atteggiamento, dobbiamo non solo controllare le macchine, ma ribaltare il rapporto e utilizzare macchine intelligenti per controllare gli uomini, le organizzazioni, le imprese, i governi.

Forensic Architecture fa esattamente questo. Con l’aiuto di immagini satellitari e foto prese da droni, testimonianze e altri documenti che sono pubblicamente accessibili in rete e in altre sedi, il gruppo di ricercatori britannico esamina le violazioni dei diritti umani. Analizzando le colonne di fumo e le nuvole formate da polvere e schegge di vetro, il team interdisciplinare ricostruisce quale tipologia di bomba è stata usata e dove è stata fatta esplodere, e se il bombardamento era conforme alla convenzione di Ginevra. Oppure cerca di stabilire l’esatto andamento dei fatti sfruttando le caratteristiche acustiche dell’architettura. Forensic Architecture mira a diffondere presso l’opinione pubblica i risultati delle proprie ricerche, anche attraverso esposizioni, ma Eyal Weizman, il fondatore del team, è stato invitato anche a far parte di commissioni di inchiesta parlamentari.

Invece di lamentarci della perdita di posti di lavoro per colpa delle macchine, dovremmo riflettere su come modificare il sistema. Non è forse giunto il momento perfetto, ora che siamo dinanzi a quella che potremmo forse definire la peggiore crisi economica della storia, di ripensare a un reddito di base per tutti, senza condizioni? Il tempo diventato libero potrebbe essere utilizzato proficuamente non per controllare le macchine, bensì gli uomini che utilizzano le macchine per i propri fini, contro il bene comune dell’umanità.

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