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Il 10 dicembre 1948 a Parigi viene firmata la Dichiarazione universale dei diritti umani. È un documento che, nella memoria pubblica, è rimasto a lungo in secondo piano e ancora oggi – nonostante il 10 dicembre sia una giornata internazionale dedicata alla riflessione pubblica sul senso, la portata e la rilevanza di quel testo – tutto si svolge molto in sordina, in una dimensione di “silenzio”. La Dichiarazione universale dei diritti umani, in breve, sembrava un “parente povero” della più nota Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino che di fatto dà forma, il 26 agosto 1789, alla Rivoluzione francese. Probabilmente sono le scene di massa, la sensazione che ci sia un mondo da conquistare che fanno da volano a quella “fortuna”. Nel 1948 le masse non sono a festeggiare e a mobilitarsi per i diritti. Sono divise dai conflitti ideologici, sono immerse dentro il lutto della morte di massa che le ha toccate da vicino. Hanno la sensazione che ci sia qualcosa da rivendicare e da riconquistare, ma che i diritti nel loro passato prossimo abbiano avuto la dimensione della carta straccia. Il vissuto collettivo talvolta non riesce a trovare le parole. È per esempio quello che accade a Marguerite Duras quando finalmente, nell’autunno 1945, rivede Robert Antelme, di ritorno da Dachau. La sensazione del diritto violato si afferma allora con la cifra del silenzio. È una condizione che accompagna a lungo la riscoperta del diritto nel secondo dopoguerra.

“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. È l’articolo 1 che apre la Dichiarazione universale dei diritti umani. La nostra attenzione tuttavia, più che concentrarsi sul contenuto della dichiarazione, deve rivolgersi ai preliminari laddove il testo recita: “Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti dell’uomo hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità, e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godono della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo”.

Il diritto acquista forza, dunque, non in base a una estensione dei diritti, al riconoscimento della loro insufficienza, ma in relazione alla barbarie vissuta, al senso di inadeguatezza, sulla base di una “ferita”. In breve, sull’idea di “male”, come ha suggerito anni fa con acutezza Salvatore Veca. E tuttavia questa dimensione del diritto che si propone come riparazione a un torto subito accelera una dimensione in cui da allora è diventato sempre più complicato puntare alla dimensione universalistica del diritto, propria di una società di liberi ed eguali. Avvertire infatti che il diritto si origina dal torto, se accelera e mette in stretto rapporto la condizione attuale con ciò che vorremo, include anche che si percepisca la necessità di normare diritti sempre più specifici, sempre più definiti e “tagliati su misura” per individui particolari. Ogni volta il dato è indubbiamente l’allargamento della sfera di cittadinanza, ma anche la sensazione che il diritto si declini come “normalizzazione” di una condizione di svantaggio di un gruppo, più che affermazione di una condizione condivisa. È corretto “riparare” al torto, ma è anche urgente chiederci come questa modalità fondi, produca e consolidi una dimensione universalistica del diritto. Ovvero quanto la dimensione “di ognuno” sia oggi declinabile con quella “di tutti”.

David Bidussa
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

07/12/2015

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