Storica, esperta di didattica della storia, Vice Presidente Deina

La memoria, intesa come ricostruzione e riformulazione del passato, risponde alle esigenze, alle categorie di pensiero e agli affetti del presente, assolvendo anche una funzione pratica di integrazione degli individui in un gruppo. La memoria di una società è l’esito di processi di istituzionalizzazione e trasmissione che sono tutt’altro che neutri: per questo intorno alle immagini e ai discorsi sul passato si gioca spesso una partita importante, che ambisce a definire il presente, a costruire il futuro, a tracciare i confini di una comunità. Una memoria viva è dunque capace di essere un terreno di confronto e di discussione, a partire dal quale chiedersi chi vogliamo essere e quali valori vogliamo che ci tengano insieme.

Gli oggetti e le pratiche memoriali sono molteplici. Tra questi mi pare che le statue siano un po’ come i discorsi retorici: una volta che prendono forma, la mantengono e la reiterano sempre uguale a se stessa, non importa quali siano le evoluzioni del tempo. Il rischio è che a un certo punto smettano di comunicare, perché incapaci di parlare a noi oggi, o che il messaggio che rappresentano non sia più un progetto di futuro desiderabile.

 

È quello che, ad esempio, può succedere con i discorsi intorno al Giorno della Memoria in Italia; per accorgersene basta entrare in una scuola il 27 gennaio: le ragazze e i ragazzi di oggi hanno vissuto il loro curriculum scolastico celebrando una volta all’anno il ricordo della Shoah e spesso portano i segni di una stanchezza, di un disinteresse dati anche dalla ripetizione di alcuni stilemi sempre uguali a loro stessi. Ridare vita a quella memoria significa scomporla, indagarne gli aspetti complessi, spesso esclusi dai discorsi pubblici celebrativi, riscoprirne i grigi e soprattutto trovare dentro quel racconto gli elementi che ancora ci fanno discutere animatamente. Quando questo avviene, l’interesse si risveglia e improvvisamente si apre il campo al ragionamento, alla partecipazione, alla ridefinizione: ci sentiamo coinvolti e chiamati in causa per dire la nostra. Diventa, insomma, un discorso che ci riguarda.

Una statua naturalmente non si può scomporre, si può abbattere – ma una volta che non c’è più avremo ancora qualcosa di cui discutere? Si può tuttavia, come in molti oggi sostengono, fare un lavoro di stratificazione, di risemantizzazione. Mi viene in mente Piazza delle vittime del nazionalsocialismo a Monaco: qui sono stati eretti un monumento con una fiamma eterna e una targa commemorativa in cui si ricordano le vittime perseguitate per ragioni di (presunta) “razza”, religione, opinioni politiche o orientamento sessuale. I Sinti e Rom, il cui genocidio è stato riconosciuto tardivamente, hanno scelto poi di costruire un altro monumento commemorativo nella stessa piazza, poco distante, per ricordare la loro persecuzione nella città di Monaco tra il 1933 e il 1945. Si è deciso dunque di non cambiare il monumento originario, ma di fare un’aggiunta: la “dimenticanza” è dunque presente ancora oggi, rimane visibile e si fa significato. Quel luogo rappresenta uno spazio educativo inedito proprio grazie al fatto che esprime i segni di un dibattito. Quando ci fermiamo lì, con i gruppi di giovani che accompagniamo con l’Associazione Deina, apriamo una discussione sulla riduzione delle persone e delle vite in “categorie”, sulle identità escludenti e su come includere significhi anche allargare e ridiscutere il discorso sul passato. Ragioniamo sul fatto che la memoria non assomiglia a una pietra costruita una volta e per sempre, a differenza di quanto alcuni monumenti sembrano suggerire, ma piuttosto a qualcosa di rimodellabile alla luce delle grandi questioni che riguardano il presente e l’immaginazione del futuro. E soprattutto che questo dibattito deve essere aperto a tutte e tutti, ed è nostra responsabilità parteciparvi.

Mi piacerebbe che l’attuale discussione sulla memoria pubblica muovesse in questo senso: credo sarebbe davvero un valore aggiunto che da oggi tutti i monumenti dibattuti portassero il segno del conflitto in atto, come monito per tutti coloro che nel futuro attraverseranno gli spazi urbani. Se i gruppi di giovani (e non solo) potessero vedere i segni di una memoria che chiede di allargarsi, di farsi inclusiva, sarebbe già il segno della volontà di tenerci stretti questi valori, e allora le nostre strade e le nostre piazze acquisirebbero un reale significato pedagogico.

Credo sia poi importante ricordarci che non esistono solo i cosiddetti “segni di pietra”, ma che quando si insegna la storia e quando si promuove la memoria, andando a visitare i luoghi simbolo del passato, sta in definitiva a noi scegliere quale narrazione costruire. Da anni con Deina accompagniamo migliaia di ragazze e ragazzi a visitare Auschwitz e i luoghi europei degli stermini del Novecento e per anni abbiamo focalizzato l’attenzione, durante la formazione precedente ai viaggi, sul nazionalsocialismo e sulla Shoah. Ma il tempo passa: ci presenta nuove sfide, nuove grandi questioni da affrontare ed è sempre più urgente raccontare la storia del fascismo, raccontarne i crimini, scalfirne i luoghi comuni e, congiuntamente, allargare il campo della storia oltre l’Europa, ragionando di colonialismo e imperialismo. La nostra narrazione si sta evolvendo, non perché (ovviamente) si modifichi la storia, ma perché riteniamo che per comprendere i processi che oggi sono in atto sia fondamentale ampliare la discussione. I simboli rimangono gli stessi, il discorso si può cambiare.

Credo che negare o condannare la critica dei simboli e della memoria così come la abbiamo costruita tempo addietro non porti lontano. Credo invece che riaprire il discorso sul passato, costruire nuove pratiche, significhi per noi oggi ridefinire i confini di quella che chiamiamo società. Prendere sul serio il conflitto che si sta delineando vuol dire ridiscutere insieme quei confini, ampliarli il più possibile, perché la nostra memoria diventi davvero inclusiva di tutte le voci che fino a oggi sono state dimenticate. Ma dobbiamo anche ricordarci di averle a lungo dimenticate: solo così ci ricorderemo di fare attenzione a imbastire narrazioni plurali, sempre.

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