Centro de Estudos Sociais (CES) dell'Università di Coimbra

Nel 2009, la scrittrice nigeriana con cittadinanza statunitense Chimamanda Adichie pronunciava una famosa orazione dal titolo: “The danger of a single story” . Il testo racconta il modo in cui la narrazione unica che ci troviamo ad avere su eventi, luoghi e gruppi sociali determini radicalmente non solo il nostro modo di rappresentarceli, ma, più profondamente, finisca per determinare la loro stessa esistenza, trasformandoli in stereotipi senza alternative: forzandoli, di fatto, a divenire ciò che di loro viene raccontato.

Non si tratta di un generico appello al pluralismo delle voci che raccontano una storia; il “pericolo di un’unica storia” risiede soprattutto nel fatto che il soggetto che, sistematicamente, la racconta sia tutt’altro che casuale: chi può raccontarla è solo chi si trova in una posizione di dominio e, al tempo stesso, chi è in posizione di dominio ha ottenuto e conferma il proprio potere proprio tramite il monopolio della narrazione. Che cos’è, in fondo, il dominio, se non la possibilità di raccontare gli altri in una maniera talmente univoca da farli divenire, di fatto, cioè che di loro abbiamo voluto raccontare?

Adichie è una narratrice, non una storica: ma cosa succederebbe se provassimo a compiere quel passaggio che, nella lingua dell’autrice, si può sintetizzare come quello da “story” a “history”, e che si potrebbe rendere nella nostra come il passaggio dalla “storia” alla “Storia”?

Si sono sentiti, ultimamente, appelli accorati alla salvaguardia quasi sacrale della Storia che risiederebbe in targhe, monumenti e statue che popolano le strade delle città; elementi che oggi si sono ritrovati ad essere messi in discussione, o forse, sono improvvisamente diventati visibili, a prendere vita sotto i nostri occhi che, apparentemente, erano abituati a passare sopra questi oggetti urbani accarezzandoli o – attraversandoli – con lo sguardo, senza soffermarsi su di essi.

Questo processo di “rendere visibile l’invisibile”, non è forse uno dei compiti della disciplina storica? Non l’invisibile tenuto nascosto dalla materiale occultazione del tempo – materia che spetterebbe forse più all’archeologia che alla storia – ma un altro tipo di invisibile: quello che ci circonda costantemente, talmente in vista che il nostro sguardo vi si è completamente abituato; talmente in vista che il nostro sguardo sembra fatto apposta per guardarlo; talmente in vista da essere stato creato, così com’è, dal nostro stesso sguardo.

Storici e storiche – anche loro tendenzialmente invisibili durante il resto dell’anno – sono stati tirati in ballo in massa, chiamati ad esprimere il parere definitivo, tecnico, esperto, in favore della salvezza della Storia, in difesa delle tracce del passato, a ricordarne l’importanza, a sacralizzarne l’esistenza.

Ma è davvero così che funziona la Storia?

Stories Matter, “le storie contano”, dice Adichie; se raccontare la Storia è sempre espressione di un esercizio di potere allora conta anche da che punto di vista si guarda e si racconta: conta anche la storia di chi racconta la Storia.

Io sono una storica – una “giovane storica”, forse si direbbe, stando all’eterna giovinezza che la precarietà ha regalato alla mia generazione; sono italiana, bianca, meridionale, espatriata. Amo profondamente la Storia per questo suo superpotere di rendere “visibile l’invisibile”, provando a lavorare sullo sguardo di chi osserva, prima ancora che sulle cose osservate. Con quello sguardo che si posa sul mondo, credo profondamente che inizi qualsiasi processo che porta a cambiarlo.

Odio considerarmi ed essere considerata “un’esperta” di qualcosa; odio che la Storia venga considerata – di solito solo quando conviene – materia da esperti. Se fosse possibile, vorrei che

si parlasse di Storia in fila alla posta il 27 del mese, che si comprasse al kilo tra le urla del mercato, che si discutesse sotto i porticati d’estate e intorno ai camini d’inverno, che si imparasse nelle piazze gremite.

Credo che sia la cosa meno sacra che riesca ad immaginarmi, incrostata com’è della carne e del sangue, del vino e degli avanzi, dell’inchiostro sbavato delle brutte copie.

“Il buono storico somiglia all’orco della fiaba: là dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda”, scriveva Marc Bloch, che, insieme a Lucien Febvre, aveva fondato nel 1929 la rivista Annales, dando origine ad una nuova maniera di pensare la disciplina storica, che privilegiava la scoperta di nuovi oggetti e soggetti storici, destinati a cambiare la visione dello storico stesso. Non più la Storia dei grandi eventi – evenemenziale – ma una storia fatta di uomini e donne comuni, di sensibilità collettive e credenze religiose; una storia che si fa rimestando nelle sue “pattumiere”, alla ricerca di ciò che è stato buttato via, più che di ciò che è stato conservato e celebrato.

Sposando questo approccio – non l’unico possibile, si badi bene, ma quello in cui in tanti ci siamo formati – è necessario chiederci: dove fiutiamo, oggi, la “carne umana” protagonista delle storie del nostro tempo? Probabilmente non nelle statue e nei monumenti che ci hanno abituati a pensare come imperituri – sebbene non lo siano mai stati: ogni epoca storica ha visto concludere o alternare cicli di potere sanciti dalla dismissione dei simboli, inclusi quelli architettonici, attraverso cui quel potere si era affermato; ma nelle passioni collettive e delle rivendicazioni storiche di chi segnala, dipinge, visibilizza e persino attacca quei simboli; tutt’altro che la massa acefala e rabbiosa che molto spesso, con un certo snobismo storico, siamo abituati a dipingerci: soggetti che si portano dietro una consapevolezza teorica e politica lunga quanto la loro intera storia. Corpi che costituiscono un monumento vivente ad una storia di oppressione che non trova spazio nei libri: la loro irruzione nello spazio pubblico – quello della città e quello del dibattitto – sono una riappropriazione radicale della Storia, poiché essa è, innanzi tutto, terreno di conflitto, campo di lotta tra chi ha il diritto di raccontare e chi il dovere di essere raccontato.

Se, di fronte alle statue di schiavisti e colonizzatori decapitate negli Usa si è facilmente gridato allo scempio e si sono facilmente liquidate le ragioni di questi gesti come “ignoranza e mancata conoscenza della Storia”, questo non è, ancora una volta, che un problema della nostra pericolosa “single story” – scritta da persone con il potere di narrare che ci somigliano tutte terribilmente, che parlano le nostre lingue e hanno la pelle del nostro colore. È la “storia a senso unico” che ci portiamo dietro che ci fa ignorare non solo secoli di lotte delle comunità afroamericane e indigene, ma anche l’uso radicale della storia che questi movimenti hanno fatto negli anni, rivendicando la possibilità di scriverla dal proprio punto di vista e chiedendo da tempo – cosa che risulta una novità solo per noi – la rimozione di simboli pubblici che inneggiano alla sistematica oppressione delle loro vite.

Cosa ci è arrivato delle narrazioni di sé che tali comunità si sono – con fatica e lotta – guadagnate nei decenni? Quanto abbiamo letto, visto, sentito della rivoluzione apportata dalla Black History? Di quanti storici e storiche – e narratori e narratrici – afroamericane conosciamo i nomi, citiamo i lavori, incontriamo i testi nelle librerie e nei programmi d’esame dei corsi di laurea? E di quante intellettuali non bianche italiane, che hanno raccontato anche la nostra storia dal punto di vista delle minoranze razziali rese invisibili, delle vittime del colonialismo italiano, di chi tutt’ora si scontra con il razzismo sistematico che impera nel Bel Paese?

E ancora, quante prospettive di studio della Storia basate su metodologie non eurocentriche, che si concentrino sull’analizzare e decostruire la visione a senso unico di una storia globale scritta a partire dall’Europa trovano spazio, in Italia, nel dibattito storiografico?

Il filosofo giamaicano Charles Wade Mills ha coniato il concetto di white ignorance. L’“ignoranza bianca” produce una idea collettiva sbagliata e parziale – ma ampiamente diffusa tanto da essere considerata l’unica valida – di ciò che è considerato necessario conoscere, sapere

e studiare; un unico canone scientifico, quello affermatosi negli ultimi secoli in base al dominio razziale della cultura bianca, ha finito per imporsi ed essere considerato il solo possibile o l’unico che davvero importi.

La “White ignorance”, secondo Mills, ha una influenza profondissima sul modo in cui si costruisce la “memoria sociale” di un gruppo, ma anche sul modo in cui si creano determinate “amnesie sociali” all’interno della storia che il gruppo in questione racconta di sé e degli altri. Quando ci interroghiamo sulla Storia che raccontiamo di noi – in quanto comunità nazionali o gruppi sociali – dovremmo, forse, anche imparare ad interrogarci su quali siano le amnesie di quella stessa Storia; o, in altre parole, su cosa potremmo trovare se rovistassimo nelle sue pattumiere. Se, riaprendo i cassonetti nascosti nei vicoli bui, tra gli scarti nella nostra Storia, un giorno farà capolino anche il coccio rotto di qualche statua, che avrà il magico potere proustiano di una madeleine al contrario – cioè che ci riporti, col suo cattivo odore, la memoria nascosta di un passato affatto eroico di cui non avere più nostalgia – allora magari ne sarà valsa la pena.

 

 

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