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Lo sviluppo economico che il Mezzogiorno ha conosciuto negli scorsi decenni deve molto all’intervento pubblico. Sin dalla fine del XIX secolo, ma in maniera più ampia e organica a partire dal secondo dopoguerra, in maniera diretta o indiretta lo Stato ha promosso l’avvio di iniziative produttive e sollecitato la maturazione di un ambiente favorevole agli investimenti. Da questo punto di vista quello di Taranto è un caso esemplare. Il capoluogo ionico ha partecipato alle due grandi fasi di industrializzazione dell’economia italiana: prima con l’insediamento dell’Arsenale della Marina Militare e dei Cantieri navali Tosi (a cavallo fra gli anni ’80 dell’Ottocento e la Grande Guerra), poi con la costruzione del siderurgico (anni ’60 del Novecento).

Questi episodi ci consentono di cogliere alcuni aspetti significativi del rapporto fra Stato centrale e province meridionali. Entrambi quegli interventi, quando furono varati, rispondevano a un interesse nazionale: il rafforzamento dell’apparato bellico nel quadro di una politica di potenza che puntava a proiettare il giovane Regno d’Italia nel “gioco grande” degli imperi europei; la costruzione di una base produttiva adeguata a soddisfare i nuovi bisogni di una società dei consumi di massa in rapida espansione. Sarebbe però sbagliato considerare quelle iniziative come puramente “calate dall’alto”. Nella dialettica politica dell’epoca si riscontra un intreccio fra queste prospettive e le istanze rappresentate dalle classi dirigenti locali. L’obiettivo condiviso della modernizzazione favorì una più stretta integrazione fra centro e periferia. In altri termini, quelle operazioni andarono a consolidare la legittimazione dello Stato unitario, prima, e della Repubblica democratica, poi, e contribuirono al rafforzamento dei canali di mediazione fra potere politico (centrale e periferico) e società.

Chiaramente ci sono differenze notevoli fra le due fasi: la mediazione notabiliare dell’Italia liberale seguiva linee ed obiettivi molto diversi da quelli dei partiti di massa del secondo Novecento. Così come non vanno sottaciute e sottovalutate le discrepanze – e talvolta i conflitti – fra interesse nazionale e bisogni locali. Quello che qui ci sembra opportuno valorizzare è però la cornice “unitaria” nella quale si collocarono quegli interventi. Se si prescinde da quest’ultima si rischia infatti di scivolare facilmente in un paradosso: nel considerare cioè alla stregua di un’interferenza esterna quella che è stata di fatto una convergenza fra il tentativo dello Stato di strutturare un rapporto più solido con una parte del suo territorio e, dall’altro lato, l’aspirazione di un segmento periferico della società italiana di connettersi alle dinamiche dell’economia nazionale.

Più interessante è invece misurare i limiti di quella convergenza e del modello di integrazione che ne è alla base. Per il primo periodo è evidente la prevalenza di un’impostazione gerarchica. Nel caso di Taranto, gli apparati della Marina assumono i contorni di una sovrastruttura dominante. Essi ridisegnano l’assetto del territorio, regolamentano l’accesso a risorse cruciali (su tutte, il mare), impostano in maniera autoritaria i rapporti con le maestranze. Gli stessi gruppi dirigenti locali si adattano a questo stato di cose, collocandosi (e prosperando) negli spazi aperti da quelle trasformazioni (gli appalti dei grandi stabilimenti, l’edilizia sospinta dal tumultuoso processo di urbanizzazione). Dal punto di vista della comunità locale questo assetto si configura come una “integrazione subalterna”.

E sta proprio qui il punto di debolezza fondamentale di quel modello di sviluppo. La convergenza fra interesse nazionale e istanze locali è così forte da lasciare margini residuali fuori di sé. L’economia cittadina si struttura come un complesso articolato intorno al binomio Arsenale-Cantieri, trovandosi così a dipendere dalle loro oscillazioni congiunturali e, in ultima istanza, dalla logica che li aveva ispirati. Così Taranto prospera nelle fasi di riarmo e crolla nei dopoguerra. E la manovalanza giunta dalle campagne nei momenti di espansione, col ritirarsi della marea va ad affollare la sacca del sottoproletariato urbano. Viene quindi a delinearsi un quadro sociale altamente instabile, che rafforza l’esigenza della militarizzazione, sia in funzione di contenimento delle spinte delle classi subalterne sia come sbocco della crisi attraverso nuove avventure belliche. Questa opzione però nel secondo dopoguerra non è più percorribile, per l’esaurimento delle velleità espansioniste e per il conseguente ridimensionamento del ruolo delle forze armate. Alla ristrutturazione dei grandi stabilimenti – con annessa repressione del movimento operaio – non segue una nuova fase di crescita. Gli anni ’50 si consumano in una profonda depressione.

La seconda industrializzazione del capoluogo jonico sembra replicare le stesse caratteristiche della prima. Ci sono però differenze non irrilevanti. Il modello di integrazione promosso dalle partecipazioni statali introduce elementi tipici del neocapitalismo di marca statunitense. Alti salari, welfare aziendale, razionalizzazione degli spazi urbani si intrecciano però con aspetti caratteristici dell’integrazione subalterna (la mediazione clientelare nella selezione della manodopera, il ricorso disinvolto all’appalto e al subappalto, l’approccio strumentale alle risorse territoriali da parte di Finsider-Italsider). Il quadro di una democrazia in movimento, come quello che si viene a delineare dalla fine degli anni ’60, offre a queste contraddizioni l’alveo in cui incanalarsi. Dalle istituzioni locali e dal movimento operaio – che in quella fase assume un ruolo guida – emerge un’istanza di democratizzazione che, nelle turbolenze economiche degli anni ’70, mette in discussione le modalità della convergenza fra nazionale e locale sperimentate fino ad allora. La comunità jonica rivendica l’autonomizzazione del tessuto produttivo locale dalla grande fabbrica, cercando di imporre alla stessa azienda un ruolo propulsivo in questa dinamica.

Si tratta, a ben vedere, di un tentativo di superamento dell’integrazione subalterna e di ridefinizione del rapporto fra Stato centrale e istanze locali; un processo – che evidentemente non coinvolge soltanto Taranto – in cui le “periferie” portano al centro rivendicazioni particolari e reclamano nuovi poteri. I canali consolidati della mediazione (le organizzazioni di massa) fanno fatica a stare al passo, e diventa oggettivamente difficile definire un “interesse nazionale” su cui costruire una nuova convergenza (si pensi alla vicenda del nucleare, che prende le mosse proprio in quel frangente).



L’altoforno, tipo di impianto utilizzato nell’industria siderurgica per produrre ghisa partendo dal minerale ferroso


Intorno a questo nodo si consumerà la divergenza della fase successiva. Da una parte, l’interesse nazionale andrà a coincidere con i processi di ristrutturazione sollecitati dall’intensificazione dell’integrazione comunitaria, che si traducono nel ripristino dell’autonomia dell’impresa dai condizionamenti sociali; dall’altra, le istanze di rilancio dell’economia locale animeranno la ricerca di “vocazioni territoriali” da anteporre alle attività “esterne” secondo un modello di sviluppo “autopropulsivo” ricavato dalle felici esperienze dei “distretti” della cosiddetta “Terza Italia”. Il tutto in un quadro di progressiva “liberazione” del mercato che dispiegherà davanti a Stato, territori e imprese un orizzonte di competizione su vasta scala, accelerando le spinte centrifughe.

Questa evoluzione ha sedimentato fratture profonde, che sono alla base delle aporie che caratterizzano il dibattito corrente. L’intervento centrale è spesso invocato, ma al contempo guardato con sospetto per la prevalenza che in esso assumono logiche estranee ai contesti locali; d’altra parte si continua a individuare nel “protagonismo” dei territori la chiave dello sviluppo, per poi constatare che in molti casi l’agire spontaneo delle forze “endogene” si rivela insufficiente. Contestualmente la stessa portata dell’“interesse nazionale” appare depotenziata per via delle interdipendenze sempre più strette all’interno del contesto europeo – che a sua volta è ben lungi dal costituire un nucleo di legittimazione comparabile con lo Stato nazione. Se la replica di una nuova “convergenza” è improbabile, non di meno il tema di come contenere la divergenza ed elaborare una cornice “unitaria” è quanto mai urgente.

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