Università degli studi di Pavia

Proprio nei mesi immediatamente precedenti allo scoppio della pandemia da COVID19 la sostenibilità ambientale ha progressivamente guadagnato spazio nell’agenda politica internazionale e continentale, divenendo uno dei termini di riferimento degli scenari d’intervento sia degli operatori pubblici, sia del settore privato. Esemplificativo in tal senso il Green Deal lanciato dalla Commissione europea nel dicembre 2019 (COM(2019)640), non come iniziativa settoriale, ma come più ampia “strategia di crescita mirata a trasformare l’UE in una società giusta e prospera, dotata di un’economia moderna, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva che nel 2050 non genererà emissioni nette di gas a effetto serra e in cui la crescita economica sarà dissociata dall’uso delle risorse” (p. 2).

In tale quadro, è lecito chiedersi, se e come tale progressiva assunzione di centralità, ancora peraltro da consolidarsi nei fatti, possa venire influenzata da una fase di crisi sistemica di ampiezza e dimensioni così significative e imprevedibili.

Diverse appaiono le considerazioni e implicazioni possibili, in direzioni peraltro non coincidenti.

In termini preliminari, non può non osservarsi come l’evento Coronavirus mostri evidenti elementi di collegamento con i temi della sostenibilità energetico-ambientale e del rischio climatico. In entrambi i casi si tratta infatti di fenomeni fisico-naturali che, contrariamente, ad esempio, allo shock finanziario del 2007-2008, mettono in discussione in maniera profonda i rapporti tra uomo e natura e la capacità di governare le retroazioni che quest’ultima può ingenerare sui sistemi socio-economici. Mai come in questo momento, ci dovrebbe apparire chiaro come l’innescarsi di azioni o situazioni di rottura negli equilibri ecosistemici possa essere causa di effetti dinamici, non-lineari e potenzialmente cumulativi, per il governo dei quali il, pur importantissimo, stato di avanzamento della ricerca e della scienza possono risultare inadeguati o, comunque, non risolutivi. Tale segnale dovrebbe fungere da monito, a fortiori, per un tema come il cambiamento climatico che presenta caratteri di autoalimentazione e propagazione spaziale e intertemporale, nonché di irreversibilità degli effetti, che rischiano di essere ben maggiori rispetto a quelli manifestati nel caso del contagio da COVID19.

Se ben compresa, la lezione può, in termini generali, attivare una maggiore consapevolezza sui temi del rischio e dell’incertezza, favorendo l’affermarsi di una visione, e di comportamenti concreti, che si caratterizzino per un ampliamento dell’orizzonte temporale e per una capacità di gestione più consapevole, già nel presente, dei fattori di vulnerabilità futura. Tale approccio non potrebbe che giovare alla causa della sostenibilità ambientale, per sua natura connotata da forti elementi di interdipendenza nel tempo e nello spazio.

Un secondo fattore di rinforzo può essere dato dal ruolo delle politiche pubbliche, quasi ovunque rivalutate come strumento fondamentale di correzione dei fallimenti del mercato. La sostenibilità ambientale richiede, proprio come la gestione dei rischi igienico-sanitari, l’intervento di istituzioni che siano in grado, attraverso vari tipi di strumenti (regolamentazione, produzione pubblica, incentivi/disincentivi economici, ricerca di base, educazione e sensibilizzazione), di allineare costi e benefici privati con quelli sociali, tenendo conto anche dei già menzionati riflessi sulle generazioni future. Niente di nuovo, visto che il tema delle esternalità è vecchio quanto i primi contributi in tema di finanza pubblica (Pigou, 1920), ma un rilancio in questa direzione può costituire un importante fattore di svolta per accelerare e sostenere il processo di guida e correzione, sia a livello internazionale, sia statale, sia locale.

In questo periodo pare essersi altresì attivata e/o rivalutata, in maniera per ora forzosa, una serie di comportamenti e scelte (smart-working, attenzione al tempo libero e ai beni relazionali, importanza componenti immateriali del benessere, rilancio della filiera corta, riduzione delle esigenze di spostamento, rilancio dei negozi di vicinato, etc.) che, se consolidati nel tempo, possono contribuire in modo rilevante alla valorizzazione dell’approccio dal basso, di natura etico-comportamentale, alla sostenibilità ambientale. Non solo, quindi, tecnologia e infrastrutture, ma anche stili di vita, scelte consapevoli e responsabili, solidarietà intra e inter-generazionale, parsimonia e attenzione alla qualità come fattori di alimentazione di un circolo virtuoso che, lungi dal rappresentare un ritorno al passato, possa rappresentare una delle chiavi di lettura vincenti del futuro (incerto).

Di contro, l’emergere di priorità pressanti dovute all’emergenza e al forte depauperamento del capitale economico rischiano di allontanare la piena integrazione delle politiche energetico-climatiche nelle scelte degli operatori pubblici e degli agenti economici. Le imprese, in preda a crisi di liquidità e redditività possono essere indotte a ritardare il rinnovo in chiave sostenibile dei propri asset; i consumatori, anche grazie all’abbassamento del costo delle commodities energetiche, possono essere spinti dalla congiuntura a privilegiare scelte energy e environment – intensive; gli stati possono essere spinti a riallocare risorse e attenzioni prioritarie ad altri temi, apparentemente più pressanti. Detto in altri termini, il regresso delle variabili reddituali, se non governato e indirizzato, potrebbe determinare un percorso a ritroso lungo le curve di Kuznets ambientali, con effetti negativi su ambiente e natura.

Non emerge quindi, nel complesso, un responso univoco, ma una serie di forze e possibili influenze reciproche che chiamano in causa in maniera diretta la capacità dei governi, a tutti i livelli, di guidare in maniera selettiva le scelte in questo momento delicato. Se, nell’impianto originario del Green Deal della Commissione, un ruolo determinante nel sostenere la transizione era affidato al settore privato, tale prospettiva pare essere messa in discussione, almeno nel breve-medio periodo, dalla situazione di grave sofferenza a cui necessariamente andrà incontro il mondo delle imprese e dei consumatori, almeno nella prima fase post-emergenza. Il peso della bilancia nel mix pubblico/privato è destinato quindi a pendere in maniera prevalente, almeno nell’innesco dei nuovi percorsi di sviluppo, sulla prima componente.  Ecco perché si tratta di un momento cruciale: perché un impegno di risorse pubbliche (o comunque garantite dal pubblico) di dimensioni come quelle attualmente in discussione sarà difficilmente replicabile e andrà ad ipotecare le future possibilità d’intervento per diverso tempo. Se si vuole quindi che obiettivi climatici, energia pulita, economia circolare, efficienza energetica, mobilità sostenibile e la preservazione della natura e della biodiversità (gli assi portanti del Green Deal) possano realmente trovare sostanza e seguito nei prossimi decenni, essi, coerentemente con il principio di integrazione previsto dal TFUE, devono divenire da ora un punto di riferimento orizzontale delle misure di recupero e investimento messe in campo per fa ripartire i sistemi economici.

 

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