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Senza chiedere il permesso |

Stagione 2026/27


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Viviamo una stagione segnata dalle prepotenze degli autocrati, dal restringersi degli spazi del dissenso, da guerre che tornano a imporsi come strumenti ordinari della politica.

Fenomeni che sembravano transizioni governabili assumono la forza di tsunami inesorabili: la crisi climatica stravolge territori e condizioni di vita; l’intelligenza artificiale trasforma il lavoro, la conoscenza, le nostre capacità cognitive e relazionali; le disuguaglianze scavano nuove distanze dentro le società.

Tutto questo accade senza chiedere il permesso.

Di fronte a questa accelerazione, c’è il rischio di sentirsi spettatori. Di convincersi che non resti che adattarsi, aspettare, sperare che passi. Intanto il potere restringe gli spazi della partecipazione e ci vorrebbe più quieti, acquiescenti, ciascuno al proprio posto. Non disturbate il conducente.

Senza permesso nasce dal rifiuto di questa postura. È un invito a non aspettare che qualcuno ci autorizzi a intervenire nel nostro tempo. A prendere parola e prendere parte liberamente, con coraggio e senso di responsabilità. A essere irriverenti quando il conformismo diventa una forma di obbedienza, indocili quando l’ordine delle cose viene presentato come naturale e inevitabile. A fare domande scomode, a esercitare la critica, a costruire alleanze, a occupare democraticamente lo spazio pubblico.

Ma chi ha oggi il coraggio di guastare la quiete?

Non cerchiamo nuovi maestri né rimpiangiamo un tempo in cui poche voci parlavano a nome di molti. Ci interessa piuttosto chi sceglie di mettersi di traverso, di incrinare il senso comune quando diventa inerzia remissiva o compiacenza opportunistica, di mettere un punto di domanda che destabilizza semplificazioni sterili o arroccamenti identitari.

È con questo spirito che attraverseremo la politica italiana nell’anno che ci avvicina alle prossime scadenze elettorali. Rivolgeremo domande puntuali e pungenti a quanti si candidano a governare le nostre città e il Paese, senza concedere alla politica il riparo delle formule di rito. Torneremo a interrogare il campo mobile delle sinistre sulle condizioni necessarie per tornare a costruire un’alternativa: sulla possibilità di tenere insieme diritti sociali e civili, istituzioni e movimenti, rappresentanza e piazza, dando vita a nuove alleanze attorno a un’idea condivisa di giustizia, libertà e dignità.

Un’idea di società inclusiva oggi a brandelli, perché in tempi di remigrazione “senza permesso” ha anche un significato più letterale e più duro.

Sono le vite senza permesso: senza permesso di soggiorno, senza cittadinanza, spesso senza diritti. Le vite considerate sacrificabili, espulse ai margini delle nostre città o respinte ai confini dell’Europa, spesso bersagli di propaganda, usati per alimentare paure e nuove contrapposizioni politiche. Anche da qui passa la domanda fondamentale su chi abbia oggi pieno diritto di abitare il mondo e chi debba invece continuamente chiedere il permesso di esistervi.

Quelle vite di scarto non sono solo uomini, donne, bambini con nomi, corpi, vissuti, speranze. Sono anche un’anticipazione di una condizione che riguarda tutti noi: un’umanità che rischia di diventare sempre più sostituibile, ridotta a forza lavoro da ottimizzare, a giacimento manipolabile di dati da accaparrarsi, mentre l’intelligenza artificiale promette prestazioni instancabili e una nuova economia dell’estrazione che, tra data center e corsa alle materie prime, si beve il mondo e il suo futuro.

Anche queste trasformazioni irrompono senza permesso. Ed è proprio per questo che altrettanto viva deve essere la nostra capacità di comprensione e controffensiva.

Perché oggi non si concentrano soltanto il denaro e il potere. Si concentra anche la possibilità di capire il mondo.

Mentre poche piattaforme decidono che cosa vediamo, leggiamo e desideriamo, la disinformazione prospera e l’attenzione si restringe. Scrolliamo molto. Comprendiamo sempre meno.

Al cuore di questo programma di attività sta l’intuizione da cui è germogliato il progetto originario della nostra Fondazione: capire il mondo è già un modo per cambiarlo.

Nel patrimonio della Fondazione sono custodite le tracce di donne e uomini che hanno resistito, disobbedito, preso posizione, organizzato conflitti e immaginato alternative quando farlo comportava un rischio. Non hanno aspettato che qualcuno concedesse loro, con la benevolenza spesso ipocrita del potere, il permesso di comparire sulla scena pubblica.

La Stagione 2026/27 di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli parte da qui.

Dalla convinzione che questo non sia il tempo dell’attesa. Che esista un patrimonio minimo e insieme radicale – democrazia, giustizia sociale, dignità del lavoro e della persona, libertà, diritti – che non possiamo considerare acquisito una volta per tutte. E che difenderlo e reinventarlo richieda partecipazione, conflitto, immaginazione e nuove forme di irriverenza per dare battaglia.

Prendere parola. Prendere parte. Fare domande. Creare alleanze. Disturbare. Senza aspettare. Senza permesso.


Un piccolo assaggio della Stagione

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