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Giorgia Meloni a Budapest: il modello politico dell’Ungheria di Orbán


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Giorgia Meloni esalta il modello politico e sociale rappresentato dall’Ungheria di Orbán. Questo è noto, non è certo la prima volta che la premier esprime ammirazione per le realizzazioni del suo omologo danubiano. Il 14 settembre scorso è intervenuta al Budapest Demographic Summit, un convegno cui Orbán teneva molto.

Nel suo contributo all’incontro la Meloni ha affermato che il governo ungherese è riuscito ad arrestare il calo demografico che il paese evidenziava da lungo tempo, e a far crescere l’occupazione per entrambi i sessi. Tutto bene, quindi? Non proprio. La propaganda del governo del Fidesz lavora molto sull’immagine, sull’apparenza, e riesce a darla a bere a tanti filosovranisti sprovveduti che vedono acriticamente nell’Ungheria di oggi un esempio da seguire. La Meloni non è fra loro, non fra gli sprovveduti, certo; comunque si è sperticata in lodi per l’operato del governo arancione (tale è il colore del Fidesz) elencando una serie di successi che, va precisato, vengono messi in discussione da sindacati e vari osservatori. Da analisti che, se non altro, dubitano della stabilità di tali soluzioni.

La premier si è quindi lanciata in lodi per il governo Orbán che, secondo certa tifoseria politica, indica la strada maestra all’Europa.

Come la mettiamo, però, con l’impegno dell’esecutivo di Budapest per smantellare le istituzioni democratiche, silenziare la stampa dissenziente, sopprimere il pensiero critico?

Stiamo parlando di un sistema di potere che è entrato in tutte le istituzioni interne e se n’è impossessato, è entrato nelle case portandovi un messaggio divisivo e ha appunto diviso il paese operando una distinzione tra i veri ungheresi e i nemici della patria. I primi sono chiaramente quelli che sostengono il governo o che per lo meno non lo ostacolano.

Che dire ancora di questo governo “modello” che si è impegnato “con successo” a delegittimare l’opposizione e ha creato sul fronte interno una sindrome da accerchiamento che descrive l’Ungheria come patria costantemente minacciata da pericoli che vengono da fuori? Tra essi i migranti, il cui arrivo, secondo la narrazione orbaniana farebbero parte di un piano volto a cancellare l’identità culturale europea che per il premier ungherese è eminentemente cristiana. Privi di identità, dice, si è più deboli ed esposti e la Meloni a Budapest si è espressa su questo punto sostenendo che “senza identità siamo solamente dei numeri, strumenti nelle mani di chi ci vuole usare”.

Quello dell’identità è sempre più un tema abusato e oggetto di strumentalizzazione; del resto Orbán fa scuola da questo punto di vista. È stato abile nel manipolare simboli e significati nazionali e a presentarsi ai suoi connazionali come loro custode. Oggi l’Ungheria è un paese profondamente diviso e caratterizzato da un disagio morale e materiale che è opera del sistema di potere di cui il primo ministro è principio ispiratore. Un sistema costruito scientificamente allo scopo di controllare tutte le manifestazioni della vita pubblica del paese: l’economia, l’informazione, la scuola, la ricerca, la cultura e via discorrendo. Orbán aiuta le famiglie, sottolineano i suoi sostenitori, ma in ogni caso risulta che cospicui settori della popolazione ungherese vivono un disagio economico di cui non si parla. Il suo governo si cura dell’infanzia e per questo concepisce la cosiddetta “legge anti-Lgbtq” che stigmatizza (se non peggio) l’omosessualità e dà luogo a un’inaccettabile associazione tra essa e la pedofilia. Un po’ come il nesso propagandistico tra migrazione e terrorismo islamico; sono tutte manifestazioni di un lavaggio del cervello che intossica la società e diffonde un’irragionevole paura di chi è diverso. Quanto si parla di questo?

Il governo Orbán aiuta le famiglie e le donne, ma intanto non vuole firmare la Convenzione di Istanbul perché a suo avviso sostiene perniciose ideologie di genere, mostra e diffonde una visione della donna legata a stereotipi e ruoli di genere tradizionali e ha ormai un governo privo di ministre. Ha una presidente della Repubblica, è vero, ma si tratta di una fedelissima di Orbán che sostiene pienamente l’agenda del governo e si dice nemica delle ideologie di cui sopra.

All’interno dell’Ue ci sono meccanismi, concezioni e diverse cose da rivedere, certo, ma vedere il sistema attualmente al potere in Ungheria come un modello da seguire è un pessimo segno. La Meloni, come si diceva, afferma sostegno alla lotta della sua controparte ungherese che si prodiga al grido di “Dio, patria e famiglia”, e Pillon le fa eco mostrando riprovazione verso un paese come il nostro che invece di aiutare le famiglie, come fanno a Budapest, spende 25 euro per ogni migrante. La frase si commenta da sé.

 

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