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In Ucraina l’Unione europea ha perso se stessa?


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Negli ultimi mesi di crisi è diventata ancora più evidente la contraddizione tra gli ideali che guidano le democrazie europee e le loro decisioni in ambito geopolitico. Eppure la promozione dei valori democratici potrebbe essere l’asset fondamentale nel futuro dell’Ue

Parlando dell’invasione russa dell’Ucraina davanti al Parlamento europeo riunito in seduta plenaria il 2 marzo 2022, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha voluto sottolineare come il conflitto in corso non determini solo, a trent’anni di distanza dalle guerre balcaniche, il ritorno della guerra sul continente europeo, ma segni soprattutto lo scontro di due mondi e due sistemi di valori tra loro inconciliabili. Vedendo contrapposti, sui campi di battaglia ucraini, democrazia e autoritarismo, secondo von der Leyen il modo in cui l’Unione risponderà a questa aggressione deciderà il futuro stesso del sistema internazionale.

La sfida che la guerra in Ucraina sta ponendo alle democrazie europee e occidentali ha in effetti pochi equivalenti recenti, e tra esperti e analisti è ormai diffusa la convinzione che questo conflitto rappresenti un punto di cesura per l’Europa e per tutto l’Occidente.

Rinnovata unità atlantica

Dopo gli anni della presidenza Trump, durante la quale i rapporti transatlantici erano sembrati giungere a un punto di non ritorno, con l’esistenza stessa della NATO che era stata messa velatamente in discussione, si sta ora assistendo a una rinnovata unità atlantica, tornata a essere formidabile strumento di difesa della democrazia e dei valori occidentali messi in pericolo dall’imperialismo russo.

Tuttavia, se da un lato si riconosce all’Ucraina il ruolo di “campione” che si sta battendo per il trionfo dei valori della democrazia, della libertà e della giustizia cari a tutto l’Occidente, dall’altro lato si assiste allo svilupparsi di una politica estera da parte dei Paesi atlantici sempre più improntata alla realpolitik e alla ricerca di soluzioni rapide per ridurre l’impatto della crisi attuale.

I recenti accordi in ambito energetico conclusi dall’Italia con diversi regimi autoritari sul continente africano, o ancora la recente visita del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden in Arabia Saudita con annessa stretta di mano a Mohamed Bin Salman – il principe ereditario saudita sospettato di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi – sembrano disvelare una tensione latente tra una retorica improntata ai valori, e un agire in politica estera molto più “realista” e incurante della natura dei regimi con cui si stanno stringendo accordi.

joe biden arabia saudita
Visita Joe Biden in Arabia Saudita

Se le drammatiche contingenze degli ultimi mesi parrebbero poter almeno in parte giustificare alcune delle scelte più problematiche compiute di recente dai Paesi occidentali, considerare la crisi attuale come il principale fattore che starebbe costringendo le democrazie occidentali a mettere parzialmente da parte i propri valori rischia di far commettere un errore di prospettiva.

Quanto sta avvenendo oggi, infatti, deve essere osservato prima di tutto alla luce di trasformazioni in atto da almeno vent’anni sul piano internazionale.

In ambito europeo

Per restare in ambito europeo, la stessa Ursula von der Leyen già nel 2019 aveva deciso di presentare la Commissione che si apprestava a presiedere come una “commissione geopolitica”. Nel suo discorso di inaugurazione, la neoeletta presidente della Commissione europea aveva sottolineato come, di fronte a un contesto internazionale che poneva sfide complesse e molteplici all’Unione europea, fosse necessario dotare quest’ultima degli strumenti e dei mezzi – anche in ambito di politiche di sicurezza e difesa – necessari all’effettivo perseguimento dei propri interessi, da vedere non in competizione, ma comunque autonomi rispetto ai propri valori.

In quel discorso von der Leyen riprendeva di fatto quanto già espresso nella Strategia Globale dell’Unione europea del 2016, documento programmatico di politica estera scritto dall’allora Alta Rappresentante Federica Mogherini, in cui attraverso l’espressione “pragmatismo con principi” si descriveva il cambio di paradigma in senso “realista” che l’Ue avrebbe dovuto realizzare nel suo agire a livello internazionale.

Ursula von der Leyen
Discorso Ursula Von Der Leyen
Il ripensamento strategico attuato dall’Unione europea nasce come conseguenza diretta della crisi che il progetto europeo ha conosciuto nell’ultimo decennio.

La crisi finanziaria globale prima, e la cosiddetta “crisi” migratoria del 2014-15 poi, hanno rimesso in discussione la tenuta stessa dell’Unione. Da questo punto di vista, l’ascesa dei partiti antieuropeisti in buona parte degli stati membri, così come la Brexit, non hanno fatto altro che confermare la necessità di ripensare il modo in cui l’Ue funziona a livello tanto interno che internazionale.

Una tale situazione ha creato però il paradosso per cui, proprio per salvaguardare l’esistenza di uno spazio di libertà, democrazia e benessere sul continente europeo, si è finito con il rendere negoziabili tali principi sul piano internazionale. Gli accordi conclusi con Libia e Turchia in funzione anti-migratoria, la costruzione di barriere e fili spinati ai confini orientali dell’Unione, o la conclusione di accordi di approvvigionamento con alcuni dei più feroci regimi al potere in Medio Oriente, sono solo alcuni degli esempi più evidenti di questa svolta “realista” della politica estera europea.

Guerra globale al terrorismo

Retrodatando il ragionamento al decennio precedente, si noterà poi come meccanismi simili fossero già stati innescati dalle conseguenze dell’11 settembre 2001. Il sostegno offerto alla “Guerra Globale al Terrorismo” dichiarata dagli Stati Uniti di George W. Bush e proseguita nei due decenni successivi, così come le limitazioni alle libertà personali inaugurate dopo l’11 settembre e mai abrogate, hanno costituito ulteriori momenti in cui i presunti valori occidentali sono stati sacrificati nel nome di una apparentemente necessaria realpolitik.

Se le scelte compiute oggi per far fronte alle conseguenze della crisi ucraina, devono dunque essere lette in continuità con quanto è stato fatto nel corso degli ultimi due decenni, è possibile tuttavia immaginare che il conflitto in corso abbia la potenzialità di modificare alcune di queste dinamiche. Un’epoca “d’oro” dell’Occidente, in cui affermazione dei valori liberali e azione nell’arena internazionale sarebbero andati coerentemente a braccetto, non è nei fatti mai esistita: restando alla sola storia del secondo Novecento, la Guerra Fredda è piena di scelte politicamente “pragmatiche”, ma moralmente ingiustificabili compiute dall’Occidente in funzione antisovietica.

Resta tuttavia innegabile che la promessa di maggiore libertà e sviluppo rappresentata dall’Occidente nel secondo dopoguerra – promessa nel frattempo andata almeno in parte delusa – abbia storicamente avuto una formidabile forza attrattiva per i popoli di tutto il mondo. Di fronte a una guerra che sta di fatto accelerando una riconfigurazione in senso multipolare del sistema internazionale, destinato sempre di più a riplasmarsi intorno a modelli politici, economici e sociali tra loro in competizione, mettere al centro dell’azione occidentale la promozione dei propri valori fondativi, a partire dal rispetto dei diritti e della dignità umani, potrebbe rappresentare un asset fondamentale per i decenni a venire.

In tal senso, le decisioni che verranno prese nel corso dei prossimi anni avranno davvero il potenziale di decidere il futuro dell’intero sistema internazionale.

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