Calendario civile

La proclamazione dell’Impero italiano 


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Cosa e perché

Novant’anni fa, la sera di sabato 9 maggio 1936, Benito Mussolini proclama dall’alto del balcone di Palazzo Venezia la nascita dell’Impero fascista. L’aggressione militare nei confronti dell’Impero etiopico, iniziata il 3 ottobre 1935 e conclusa con l’occupazione della capitale Addis Abeba il 5 maggio 1936, oltre a rappresentare uno sforzo bellico, propagandistico e finanziario immenso e senza precedenti nell’esperienza del Regno d’Italia, costituisce anche il momento di massimo consenso nella storia del regime.

La conquista dell’Etiopia viene presentata come la realizzazione di un destino nazionale, la prova che l’Italia fascista è finalmente in grado di imporsi sulla scena internazionale e di affermare la propria “missione civilizzatrice”.

A novant’anni di distanza, tornare al 9 maggio 1936 significa guardare oltre la retorica trionfale che ha accompagnato la proclamazione dell’Impero.

Quella data non rappresenta soltanto un momento di espansione territoriale, ma il punto in cui il fascismo rende visibile un progetto politico fondato sulla conquista coloniale e sulla costruzione di gerarchie tra popoli. È nelle colonie, infatti, che il regime sperimenta forme di dominio, pratiche di segregazione e rappresentazioni razziali che precedono e preparano le discriminazioni degli anni successivi.

Ricordare oggi quella giornata significa fare i conti con una parte della storia italiana a lungo rimossa: il ruolo centrale che il colonialismo svolge nel definire l’identità del regime e nel plasmare immaginari, linguaggi e categorie che hanno attraversato il dopoguerra. Interrogare il 9 maggio 1936 non è quindi un esercizio di memoria distante, ma un modo per comprendere come quell’eredità continui a influenzare il presente, nelle forme di esclusione e nelle narrazioni che ancora oggi stabiliscono chi appartiene alla comunità nazionale e chi ne resta ai margini.



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Il culmine del consenso al regime

“Ed ecco Mussolini ammonire: «Questo grido è un giuramento sacro che v’impegna d’innanzi a Dio». Così è: d’annuncio in annuncio egli ci ha accesi di tanta fiamma, ci ha portati tanto in su che quella parola breve e infinita è apparsa sul popolo come una naturale invocazione di là dalla vita. Un grido gli risponde come a dire che sì, Dio era già nel cuore di tutti. La piazza in quel momento sotto la gran cupola del cielo somiglia a un tempio.” [Ojetti, U., Stelle sull’Impero, Il Corriere della Sera, 10 maggio 1936]

Le parole che Ugo Ojetti, uno dei più importanti giornalisti dell’epoca, affida alle pagine del Corriere della Sera il giorno seguente al discorso di Mussolini, restituiscono perfettamente il clima di trasporto, adorazione e adesione al regime che si respira tra la folla radunata sotto il balcone di Palazzo Venezia. È la fotografia del consenso che il fascismo è riuscito a costruire nel corso degli anni Trenta, combinando sapientemente una incessante e capillare propaganda, un utilizzo feroce della violenza politica volta a silenziare il dissenso e la promessa di un’Italia finalmente forte e rispettata sulla scena internazionale.

Le sanzioni e la retorica dell’“assedio”

La guerra d’Etiopia, iniziata il 3 ottobre 1935 con l’invasione da parte dell’esercito italiano del Paese africano, assume fin da subito i tratti di un conflitto condotto in violazione aperta e sistematica delle convenzioni internazionali: bombardamenti indiscriminati, uso di gas asfissianti e attacchi contro obiettivi civili suscitano sdegno da parte della comunità internazionale.

L’Etiopia, membro della Società delle Nazioni, denuncia l’aggressione: 18 novembre 1935 l’organizzazione approva sanzioni economiche contro l’Italia, in applicazione dell’articolo XVI dello Statuto. Le misure prevedono l’embargo su armi e materie prime strategiche, il divieto di concedere prestiti, il blocco di alcune esportazioni verso l’Italia e la sospensione di importazioni italiane nei Paesi membri. Restano però esclusi beni cruciali come il petrolio, e diverse potenze applicano le sanzioni con scarsa convinzione. Si tratta dunque di provvedimenti parziali e facilmente aggirabili, che la propaganda fascista trasforma in un potente strumento politico.

Nella narrazione fascista, le sanzioni rappresentano l’ennesimo tentativo delle “plutocrazie occidentali” di ostacolare la legittima ascesa dell’Italia a grande potenza. La propaganda insiste sull’idea di un Paese accerchiato e ingiustamente colpito, rafforzando il legame tra cittadini e regime. La retorica dell’assedio diventa così un collante interno, capace di trasformare una condanna internazionale in un’ulteriore leva per mobilitare il popolo italiano al fianco del suo dittatore.

Quando il 9 maggio 1936 Mussolini proclama la nascita dell’Impero, la vittoria appare come la risposta definitiva all’ingiustizia delle sanzioni: la prova che l’Italia, unita e disciplinata, può aspirare a diventare grande nonostante l’ostilità del mondo che la circonda. Le sanzioni, nate per isolare il regime, finiscono così per consolidarne il consenso.

Il razzismo come progetto politico 

La proclamazione dell’Impero rende visibile un progetto politico fondato sulla costruzione di gerarchie razziali. È nelle colonie dell’Africa orientale che il fascismo sperimenta forme di dominio e pratiche di segregazione che anticipano e preparano le discriminazioni degli anni successivi. Già prima della promulgazione dei “Provvedimenti per la difesa della razza italiana”, contenuti nel Regio Decreto‑Legge 17 novembre 1938, infatti, il regime introduce divieti di matrimonio misto, codici penali differenziati per italiani e sudditi coloniali, obblighi di separazione negli spazi pubblici e rappresentazioni razziali che permeano la scuola, la stampa e la cultura popolare.

L’Impero diventa così il laboratorio in cui il fascismo elabora una visione del mondo fondata sull’idea di superiorità della “razza italiana” e sulla necessità di preservarne la purezza. Il razzismo italiano non rappresenta dunque un incidente di percorso né una concessione alla Germania nazista, ma un elemento strutturale del progetto imperiale fascista.

L’importanza di ricordare il 9 maggio 1936

Guardare oggi al 9 maggio 1936 significa riconoscere che la costruzione dell’Impero non fu solo un momento di consenso e mobilitazione, ma anche il punto in cui il fascismo rese esplicita la propria visione gerarchica dell’umanità. Un’eredità che ha continuato a influenzare il dopoguerra, i linguaggi pubblici, le rappresentazioni dell’alterità e le narrazioni su chi appartiene alla comunità nazionale e chi ne resta ai margini.

Le radici storiche

La gallery presenta alcuni documenti dal Patrimonio che raccontano la costruzione dell’Impero fascista: dalle immagini tratte dalla rivista «La Difesa della Razza», che mostrano il razzismo insito nell’impresa coloniale e nella società italiana, alle prime pagine dei quotidiani che restituiscono il clima di mobilitazione e consenso del 1936, fino a un discorso sulle sanzioni della Società delle Nazioni, utile a comprendere come il regime abbia trasformato la condanna internazionale in strumento di propaganda.

9 maggio 1936: la folla radunata sotto il balcone di Palazzo Venezia
assiste al discorso di Benito Mussolini che annuncia la nascita dell’Impero fascista.

Stampa comparsa sul periodico La difesa della razza del 5 dicembre 1940.

Prima pagina del quotidiano Il Popolo d’Italia del 10 maggio 1936.

La difesa della razza

Articolo dell’antropologo Guido Landra sui Concetti del razzismo italiano apparso sul periodico La difesa della razza il 20 agosto 1938
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Scritti e discorsi dell’Impero

Trascrizione del discorso di Benito Mussolini sulle sanzioni della Società delle Nazioni, tenuto al Senato il 9 dicembre 1935
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Il discorso di Benito Mussolini in Piazza Venezia del 9 maggio 1936

Guarda il video di OpenHistory proveniente dall’Archivio Luce

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L’ombra lunga dell’Impero. Voci afrodiscendenti tra razzismo sistemico, colonialismo e resistenza globale

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Il nero è vicino. Colonialismo e razzismo nell’atlante visuale dell’Italia repubblicana

Elena Cadamuro, Viella, Roma, 2026

Noi però gli abbiamo fatto le strade. Le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie

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All’ombra della Shoah. Decolonizzazione e politiche della memoria

Micol Meghnagi, Fandango, Roma, 2026 

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