Università Luigi Bocconi

Lo sblocco dei licenziamenti si profila come un autentico boomerang per l’occupazione, specie in alcuni settori come il commercio e quelli degli alloggi e ristorazione. Il rischio è di perdere circa il 12% dei posti di lavoro, rischio di perdita che sale addirittura al 14% nel comparto dei lavoratori autonomi ed effetti assai più drastici al Sud.

A lanciare il grido di allarme è stata la Fondazione Consulenti del Lavoro nel “Secondo Rapporto di monitoraggio sulla crisi da Covid-19” sugli effetti della pandemia sul mondo del lavoro. Soprattutto nelle PMI, a livello territoriale, le percentuali ipotizzate mostrano perdite assai più feroci al Mezzogiorno e al Centro, con la stima di oltre un lavoratore su quattro a rischio per il proprio posto di lavoro al Sud.

 

Lo scenario, frutto di un sondaggio su un campione di oltre 3mila iscritti all’Ordine, condotto nella prima metà del mese di dicembre, a distanza di due mesi da una precedente rilevazione, ha interpellato professionisti che, dall’inizio dell’emergenza, stanno assistendo PMI e lavoratori nelle loro attività.

Se sul fronte delle pmi la situazione è molto critica, con il venir meno del divieto di licenziamenti per i lavoratori autonomi si profila una Caporetto. Per imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti e partite Iva, che in questi mesi hanno pagato il prezzo senza dubbio più elevato della pandemia, i consulenti stimano che, rispetto all’inizio del 2020, la riduzione media delle attività in proprio si attesterà sul 14,6%.

 

Sono proprio questi lavoratori ad accusare, più degli altri, una situazione complessa dovuta al prolungarsi dell’emergenza, ai tempi di recupero sempre più lontani per alcune attività, che uniti all’incertezza delle misure messe a disposizione, costituiscono un mix esplosivo per la tenuta di molti lavoratori in proprio. Ancora una volta è soprattutto al Mezzogiorno e in parte al Centro che il bilancio per questa componente del mercato del lavoro sarà estremamente negativo, con perdite superiori al 20%.

Se il 31 marzo cesserà davvero il blocco dei licenziamenti, dovremo fare i conti con un grande assente: le politiche attive del lavoro. Il tempo per realizzare servizi per il lavoro capaci di accogliere le richieste delle migliaia di disoccupati che la pandemia ci lascerà in eredità è pochissimo e urge avere il massimo controllo dei sistemi regionali, imponendo dal centro una regia in grado di fornire a tutti i cittadini i medesimi servizi.

La legge di bilancio entrata in vigore il 1° gennaio prova a dare un segnale mettendo a disposizione, per il solo 2021, 500 milioni di euro del programma europeo React Eu per le politiche attive del lavoro. È già qualcosa: le risorse, anche se poche rispetto ai circa 44 miliardi lordi destinati alle politiche passive nel 2020, sono gestite centralmente e finanziano, con 233 milioni di euro entro il 2021, un nuovo programma denominato Gol, che vuol dire “garanzia di occupabilità dei lavoratori”.

A quanto si legge, il programma vuole essere una sorta di “garanzia giovani”, ma per gli adulti disoccupati in cerca di un lavoro o per i lavoratori che un lavoro rischiano di perderlo. Peccato che la norma, il comma 324 dell’articolo 1 della legge di bilancio, non dica nulla di più. Occorrerà un decreto interministeriale da emanare entro sessanta giorni, a ridosso dunque dello sblocco dei licenziamenti, nel quale dovranno essere precisati non solo i destinatari di Gol, ma anche il tipo di servizi e il flusso delle attività – che vanno dalla presa in carico fino alla ricerca intensiva di un lavoro.

Quello che si capisce leggendo la norma è che il ministero del Lavoro ha voluto varare una misura di politica attiva del lavoro nazionale, cercando di sostenere (o superare?) le regioni, che su questa materia hanno una competenza concorrente con lo Stato. Le stesse regioni sono chiamate a un’intesa con lo Stato sull’emanando decreto interministeriale: l’auspicio è che non facciano ostruzionismo per rivendicare un ruolo nella gestione delle risorse.

È poi necessario che il decreto interministeriale separi le platee dei beneficiari: una cosa è fornire misure di politica attiva a un disoccupato di lunga durata, altra cosa è accompagnare al lavoro un percettore del reddito di cittadinanza che non ha mai lavorato, altra cosa ancora è assistere un lavoratore appena licenziato. Il decreto dovrà individuare con precisione e per ciascun gruppo i tempi di presa in carico, il flusso e i tempi per l’erogazione delle singole misure.

Gli effetti della pandemia sull’economia e sull’occupazione del 2021 saranno diversi nella varie aree del Paese. È palese che nel Meridione la crisi in atto si va a sommare a situazioni locali di depressione economica, che caratterizzano alcune zone del Sud Italia. Per ottenere risultati efficaci, capaci di contenere l’emorragia in arrivo di aziende e lavoratori, bisognerebbe intervenire a livello governativo sugli arcinoti problemi esistenti da sempre: in particolare, sulle infrastrutture viarie e ferroviarie, come l’Alta Velocità in Calabria, Puglia e Sicilia, oltre a creare una vera e diffusa cablatura tecnologica dei territori.

Resta però l’interrogativo da cui siamo partiti: come sarà possibile realizzare tutto questo entro la fine di marzo?

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