L’uso politico-mediatico delle fragilità sociali
Ormai da trent’anni ogni fatto di cronaca che scuote l’opinione pubblica rimette in scena lo stesso copione: si dichiara un’emergenza, si invocano nuove pene e si approva un altro “pacchetto sicurezza”. Cambiano i bersagli – droga, immigrazione, degrado urbano, rave, baby gang, movida – ma la risposta rimane identica. A volte non è nemmeno più necessario che accada qualcosa.
Basta una telecamera o un post sui social media per mettere a nudo le fragilità di comunità frammentate e divise, caratterizzate da distanze e solitudini. Piuttosto che indagarle quartiere per quartiere, strada per strada, casa per casa, in modo da intervenire per aiutare le persone, riparare le relazioni e costruire legami, queste fragilità vengono immesse in un discorso sulla paura che punta a fossilizzare le divisioni e le distanze attorno a stereotipi.
Le fragilità vengono “usate” per creare nemici pubblici, così da aumentare ascolti e visualizzazioni e ricavarne consenso politico. E, così, per farsi ascoltare, finisce che bisogna urlare la propria rabbia contro qualcuno.
C’era un tempo in cui la mancanza di case accessibili, di lavoro, di spazi pubblici di cultura, educazione e tempo libero spronava persone diverse a unirsi in movimenti collettivi. Nell’individualismo consumistico che caratterizza i nostri tempi, queste esperienze sono ancora preziose ma fiacche, ulteriormente indebolite da una politica, anche di sinistra, che fatica a riconoscerne il valore.
Per dare impulso a politiche pubbliche che provino a invertire la rotta serve molto più che qualche evidenza scientifica. Eppure, riportare a ragionare sui dati può attivare forme di consapevolezza utili a non rimanere ingabbiati nel copione emergenziale e a pensare, per così dire, “out of the box”.
Prima istantanea: sempre più leggi, sempre più punitive
È convinzione diffusa che in Italia le leggi siano inadeguate a contrastare fenomeni di criminalità e illegalità perché troppo blande. Su questo presupposto l’opinione pubblica (che il compianto Jürgen Habermas ci ha insegnato a leggere criticamente nelle società a capitalismo avanzato) richiede leggi più dure.
In realtà, i dati dimostrano che la legislazione penale e della sicurezza negli ultimi trent’anni ha visto un aumento rilevante tanto rispetto alla quantità di interventi normativi quanto rispetto al loro contenuto punitivo. L’Osservatorio di CRIMePO ha censito, tra il 1993 e il 2024, più di mille interventi legislativi nel campo penale, oltre sessanta pacchetti legislativi e dieci “pacchetti sicurezza”, dimostrando come l’area della punitività si sia espansa continuativamente (Fig. 1).
Fig. 1: totale degli interventi legislativi impattanti sull’area della punitività. Anni 1993–2024.

Fonte: dati dell’Osservatorio sulla legislazione penale e della sicurezza di CRIMePO
Il governo Meloni non inaugura questa traiettoria, che ha visto protagonisti anche governi sostenuti da partiti di centrosinistra, ma certamente la esaspera, introducendo nuovi reati, inasprendo le pene e incrementando i poteri preventivi di polizia.
Con quali effetti? Dopo il decreto Caivano (poi convertito in legge), per esempio, le presenze medie giornaliere negli istituti penali per minorenni sono passate in poco più di un anno da circa 400 a quasi 600. La ricerca criminologica lo dice da tempo: leggi sempre più punitive non fanno altro che peggiorare le condizioni di vita in carcere, rendendo sempre più evidente la sua inutilità rispetto alla finalità rieducativa e, dunque, la sua inefficacia nel costruire condizioni di maggiore sicurezza.
E sul piano della criminalità? Ancora la legge Caivano ci aiuta a capire: l’episodio grave di violenza sessuale di gruppo avvenuto in un parco di quel Comune ha scosso l’opinione pubblica e ha spinto il Governo a un inasprimento generale della normativa penale riguardante i minori, senza che ci fosse alcuna impennata della criminalità minorile prima e senza che si siano rilevate riduzioni significative dopo.
Seconda istantanea: la criminalità non è la principale preoccupazione degli italiani
Le politiche punitive, sempre più populiste, non hanno bisogno di legittimarsi attraverso i dati, potendo contare su “verità” che si sono affermate quasi incontrastate negli ultimi trent’anni. Una di queste è che il cittadino ha sempre più paura della criminalità e che quest’ultima costituisca la preoccupazione principale degli Italiani. Se verifichiamo questo luogo comune sulla base dei dati più affidabili a nostra disposizione, ci accorgiamo che le cose stanno diversamente.
Iniziamo col dire che i dati Istat di due indagini campionarie indipendenti dicono esattamente l’opposto (Fig. 2): l’insicurezza derivante dalla percezione della criminalità nel proprio quartiere di vita è in netta diminuzione a partire dal 2016 e, negli anni precedenti, ha avuto degli innalzamenti in occasione dell’approvazione di pacchetti sicurezza (nel 2008-2009) o in presenza di campagne politico-mediatiche particolarmente pressanti (per es. nel 2015).
Fig. 2: Persone che percepiscono il proprio quartiere a rischio di criminalità (percentuale). Anni 1993-2022.

Fonte: elaborazione CRIMePO di dati Istat
Se, poi, osserviamo i dati di Eurobarometro, risulta evidente come la criminalità non sia in cima alle preoccupazioni degli italiani: lo sono, invece, l’aumento dei prezzi e il costo della vita, le tasse da pagare, la situazione economica del Paese e, poi, la salute e la questione ambientale (Fig. 3).
Fig. 3: le due questioni più importanti che stai affrontando in questo momento (campione italiano)

Fonte: elaborazione CRIMePo di dati Standard Eurobarometer 105 – Spring 2026
Terza istantanea: più immigrazione, meno violenza
Il tema che più di altri ha intersecato il discorso sulla paura in questi ultimi decenni è quello dell’immigrazione: è soprattutto attorno alla presunta maggiore pericolosità degli “extracomunitari” che si è costruita la narrazione di una società sempre più violenta e insicura. È un tema di grande rilevanza e che andrebbe analizzato da diverse prospettive: quella del governo delle società multiculturali, della relazione tra immigrazione e diversi tipi di reato mediata da altre variabili come età, condizione economica e status giuridico, della selettività dei processi di criminalizzazione e d’incarcerazione, della crimmigration e della victimmigration, solo per citarne alcune. Ma la promessa è di lavorare su un’istantanea, un grafico che mostra come in Italia gli omicidi inizino a diminuire proprio negli anni in cui le migrazioni verso l’Italia s’intensificano (Fig. 4).
Fig. 4: Confronto tra andamenti degli omicidi (tasso per 100mila abitanti – linea continua) e della presenza di stranieri residenti (valore assoluto – barre) in Italia. Anni 1991-2021.

Fonte: elaborazione CRIMePO di dati Istat
Stiamo parlando, evidentemente, di due fenomeni, gli omicidi compiuti in Italia e la presenza di stranieri sul territorio italiano, che hanno caratteristiche e dimensioni difficilmente comparabili, al punto da risultare azzardato metterli in relazione anche solo inserendoli in un unico grafico.
Eppure, nel discorso pubblico immigrazione e criminalità vengono costantemente associati, sostenendo che gli immigrati hanno reso le città più violente. Seguendo questo motivo ricorrente, dati alla mano, dovremmo, al contrario, sostenere che è proprio la maggiore presenza di stranieri ad aver reso l’Italia meno violenta?
È una conclusione che suona inaccettabile; ma se al posto di una diminuzione si fosse registrato un aumento di omicidi, la conclusione sarebbe stata altrettanto indicibile?
Riannodare il filo al contrario
Al di là dei dati, il tema di fondo che sollevano queste istantanee riguarda precisamente la forza dell’ideologia securitaria in cui siamo immersi, per cui diventa inconcepibile tutto ciò che non si adegua al discorso sulla paura e da rigettare ciò che mina la legittimità di buona parte delle politiche, delle leggi e delle pratiche istituzionali che hanno affrontato l’immigrazione nel solco della sicurezza, dell’ordine pubblico e, da ultimo, perfino della difesa nazionale.
È il caso di riprendere il filo di questa ideologia e provare a riannodarlo al contrario, a partire da una lettura delle mobilità umane come normali e necessarie.
