L’emergenza gode di ottima salute
La sicurezza ha una proprietà curiosa: come problema politico, funziona meglio se non viene mai risolto. Dopo più di trent’anni di “emergenze sicurezza”, infatti, una cosa sembra certa: l’emergenza gode di ottima salute. La storia comincia trent’anni fa. Fino ai primi anni Novanta, nei media “sicurezza e degrado” indicavano cose piuttosto diverse da oggi.
La prima rimandava soprattutto alla pericolosità di trasporti, edifici e cantieri o al rischio di attentati; il secondo all’abbandono di stabili, parchi e beni pubblici. A metà del decennio i due termini cambiano significato. “Degrado” diventa il deterioramento dello spazio urbano prodotto dalla presenza di determinati gruppi sociali; “sicurezza” di riferisce ora all’incolumità e alla tranquillità dei cittadini, minacciate dalla criminalità e dalla marginalità sociale – soprattutto se associabili all’immigrazione.
È così che prende forma il nuovo “problema sicurezza”: dapprima alimentato dalla rappresentazione di una microcriminalità dilagante e poi, quando questa non regge più, riformulato nei termini più resistenti dell’“insicurezza percepita” e della “domanda di sicurezza”. Paradossalmente, nemmeno i sondaggi usati per certificarla mostravano quel “dilagare della paura” dato per scontato nel discorso pubblico. A crescere incontrovertibilmente era piuttosto il discorso sulla sicurezza.
A veicolare questi nuovi costrutti sono state soprattutto politica, media e istituzioni. Sia chiaro: i fatti al centro del problema sono per lo più reali e spesso esistevano prima che qualcuno li codificasse come minacce alla sicurezza. Non per questo, però, il problema che ne risulta è meno costruito, anche se le stesse scienze sociali paiono spesso dimenticarsene.
Fabbricare un problema sociale
Ma concepire un problema sociale come una condizione oggettivamente dannosa, che si impone naturalmente all’attenzione collettiva, è fuorviante per almeno due ragioni. La prima è che i problemi sociali raramente emergono in questo modo. Perché una certa condizione acquisti lo statuto di problema, occorre un lavoro di selezione, connessione e interpretazione dei fatti: una coalizione di imprenditori del problema li seleziona e li collega, assegna loro un significato, ne indica le cause, designa vittime e responsabili, accredita portavoce, rende certe soluzioni ovvie e altre impensabili.
I problemi sociali fanno carriera perché alcuni attori hanno più risorse e determinazione per imporli nell’arena pubblica insieme alla propria definizione. Paure, ansie, fastidio o senso di vulnerabilità possono avere molte origini: ma perché diventino paura politica devono trovare discorsi capaci di incanalarli e organizzarli intorno a un oggetto, fino a costruirli come “opinione pubblica”.
È ciò che fa il discorso sulla sicurezza. Stabilisce quali minacce contano e quali rimangono fuori campo, chi ha titolo per parlare, chi deve essere protetto e chi controllato. Costruisce da una parte “la gente”, i cittadini, i residenti: una comunità apparentemente compatta, titolare del diritto alla sicurezza; dall’altra chi porta degrado, minaccia il decoro, deve dimostrare rispetto per la legalità.
Alcune vulnerabilità diventano così problemi di sicurezza e altre no; alcuni interessi assumono la forma di diritti universali, altri diventano una minaccia al loro godimento. Prende così forma una relazione politica efficace: una distribuzione selettiva di privilegi e paure che, alimentando una domanda di protezione, conferisce legittimità a chi promette di soddisfarla.
C’è poi una seconda questione: trattare il “problema-sicurezza” come auto-evidente mette in moto un circolo vizioso che ne conferma le premesse. Si misura la “domanda di sicurezza”, si cercano le cause dell’“insicurezza”, si elaborano risposte, dando per acquisiti i presupposti incorporati nella definizione del problema: quali paure meritano attenzione, quali vittime protezione, quali soggetti controllo. Il problema può così riprodursi all’infinito.
Il ciclo permanente dell’emergenza
È quanto è accaduto sin dall’inizio. Le grandi ondate dell’allarme per la sicurezza – dall’“emergenza albanesi” di fine anni Novanta, a quella per rom e romeni del 2007-2009, fino alla “crisi dei rifugiati” del 2015-2018 – seguono un copione ricorrente. Quando il centro-sinistra è al governo, la destra lo accusa di “buonismo” e di non saper proteggere i cittadini; e il governo di sinistra in carica, invece di contestare la definizione del problema, rincorre l’avversario sul suo terreno, confermandone le premesse.
Un episodio di cronaca che incarna la minaccia fa da detonatore: cresce l’attenzione mediatica, si moltiplicano dichiarazioni e provvedimenti sempre più estremi, l’“emergenza” acquista consistenza. A beneficiarne è la destra, più credibile nel ruolo di protettore dal pugno di ferro, che vince poi elezioni oramai costantemente giocate su questo tema. Una volta al governo, deve mostrare di agire: leggi, ordinanze, espulsioni, sgomberi e controlli trasformano la rappresentazione della minaccia in pratiche concrete che ne confermano la gravità.
Dopo poco più di un anno rivendica i risultati e l’emergenza viene lasciata spegnere. Ogni ciclo lascia norme, apparati e categorie di sospetto destinate a sopravvivere all’emergenza che le ha generate.
Ma la storia non si ripete sempre allo stesso modo. Oggi saltano agli occhi due cambiamenti.
Il primo: il centro-sinistra, che fino agli anni Duemila proponeva di affiancare alla repressione politiche di prevenzione e integrazione, sembra aver rinunciato a questo secondo versante di azione.
Il secondo: una destra sempre più bisognosa di nemici ha cambiato tattica. Il governo, invece di spegnere l’allarme dopo aver esibito la propria potenza repressiva, continua ad alimentarlo, confessando implicitamente di non averlo risolto.
I due cambiamenti segnalano una trasformazione profonda, sono forse il segno di una più generale perdita di capacità politica delle democrazie: la sicurezza conta sempre meno come problema su cui intervenire e sempre più come linguaggio politico da alimentare, mettendo in scena la determinazione ad agire più che la capacità di affrontare i nodi sistemici che producono i problemi. Su questo la destra ha oramai una strategia permanente, mentre il centro-sinistra non sembra ancora capace di cambiare terreno di gioco.
