Prevenzione, giustizia sociale, presidio del territorio, ma anche repressione e sanzione sono tutte facce indispensabili di una infrastruttura democratica della sicurezza.
Nel surreale dibattito che si è aperto in Italia sul “woke” si è completamente perso di vista quello che Alexandria Ocasio-Cortez ha realmente detto e che invece merita attenzione, perché consente di fare qualche riflessione in più sul tema della sicurezza e sulla postura che su di esso si dovrebbe avere “da sinistra”.
Il 10 agosto scorso, durante un’intervista al programma domenicale This Week della ABC, il conduttore Jonathan Karl ha chiesto alla deputata dem un commento su Francesca Hong – candidata democratico-socialista che aveva perso le primarie per la corsa a governatrice del Wisconsin – che in passato aveva sostenuto il movimento woke, in particolare le istanze di “definanziare la polizia” emerse all’indomani dell’uccisione di George Floyd – istanze che la stessa Ocasio-Cortez aveva promosso.
La deputata dem risponde prima con la nota battuta: «Woke 1 was crazy» (“La prima fase del woke è stata folle”) – le uniche parole a cui la stampa italiana ha dato rilievo –, per poi proseguire rivendicando i risultati di quei movimenti che hanno consentito di affrontare temi (come la carcerazione di massa dei neri o il razzismo nella polizia) in modi prima impensabili. E infine chiosa: «Penso però che la retorica di quel periodo non fosse quella che useremmo oggi»
Il mito delle “comunità” e i pregiudizi contro la polizia
Dietro slogan come “definanziamo la polizia” però non c’è solo una retorica, ma un preciso approccio al tema sicurezza da parte di larga parte della sinistra, non solo statunitense.
Il sociologo francese Loïc Wacquant lo spiega molto bene in un illuminante articolo uscito sulla New Left Review qualche mese fa. In estrema sintesi Wacquant attribuisce a una certa sinistra un atteggiamento pregiudizialmente ostile all’apparato coercitivo e di polizia, che sarebbe strutturalmente razzista e antidemocratico. A questo pregiudizio negativo nei confronti dell’apparato repressivo dello Stato fa da pendant un pregiudizio, stavolta positivo, nei confronti delle cosiddette “comunità” e dei soggetti subalterni.
Ma, osserva il sociologo, i quartieri popolari e periferici sono profondamente stratificati e attraversati da interessi e bisogni fra loro diversi. E quali di questi bisogni meritano la nostra attenzione e la protezione dello Stato? «In concreto», si chiede retoricamente Wacquant, «chi ha diritto di parola: il titolare del negozio o il ladro che lo ha derubato, il proprietario dell’immobile o il senzatetto, la madre di tre figli o lo spacciatore all’angolo della strada che li terrorizza, l’insegnante o il ragazzo che marina la scuola, il poliziotto che vive nel quartiere o il membro della banda che ne controlla le strade?».
La verità è che le “comunità” non esistono. Esistono persone in precise condizioni materiali che vivono in precisi contesti, spesso attraversati da una violenza da cui lo Stato ha il dovere di difenderle. E questo vale anche laddove le indagini statistiche – come il recente Dossier Viminale 2026, che registra un calo generale dei reati del 10% – indicano un trend complessivo in discesa. A chi vive in quartieri dove a farla da padrone sono le gang o gli spacciatori, poco importerà che a livello nazionale i reati violenti siano diminuiti.
Il dilemma della sicurezza: come garantirla?
Il punto naturalmente è come si garantisce la sicurezza. A fronte di interventi normativi come la legge n. 54 del 2026, con cui la destra espande “zone rosse” e logiche di puro controllo ed espulsione, la sinistra non può rifugiarsi nella negazione dei problemi. Pur senza raggiungere gli eccessi del dibattito statunitense, anche da noi, infatti, gran parte della sinistra finisce per ridurre la sicurezza alla sola questione sociale, trascurando la dimensione repressiva e sanzionatoria.
Il rischio è quello di accreditare una visione irenica e ingenua della società, secondo cui la giustizia sociale da sola basterebbe a riassorbire ogni forma di devianza e criminalità. Ma, se non c’è alcun dubbio che una buona fetta di criminalità sia legata a precise condizioni socio-economiche sulle quali è doveroso intervenire, è altrettanto vero che non è nota una società complessa che non conosca la devianza e che non abbia dunque bisogno anche della repressione e sanzione.
E soprattutto: ad aver bisogno di protezione – anche da parte delle forze dell’ordine – sono soprattutto i soggetti più vulnerabili. Dunque, a meno di voler tornare a società fondate sulla vendetta privata o sulla rappresaglia comunitaria, quello che da sinistra dovremmo pretendere è che l’apparato repressivo dello Stato – che rappresenta il principio del monopolio legittimo dell’uso della forza – sia rigorosamente orientato a questo scopo.
Riappropriarsi del territorio
Tradurre questo principio nella vita concreta dei territori significa uscire dalle formule generiche e declinare una vera e propria infrastruttura della sicurezza democratica che tenga insieme prevenzione, giustizia sociale, presidio del territorio, mediazione dei conflitti ma anche repressione e sanzione.
Ciò richiede, in primo luogo, una polizia di prossimità radicata nei quartieri e dotata di chiari meccanismi di trasparenza e accountability, affrancata dalla logica militarizzata dell’emergenza e in costante dialogo con i residenti.
In secondo luogo, la presenza dello Stato nei luoghi critici – dalle stazioni ai complessi di edilizia residenziale pubblica – non può esaurirsi nella pattuglia, ma deve configurarsi come un’occupazione sociale dello spazio: scuole aperte oltre l’orario scolastico come presìdi di aggregazione giovanile, centri di mediazione dei conflitti di strada, servizi socio-sanitari di soglia per le dipendenze e una rigorosa manutenzione dell’illuminazione e degli spazi comuni.
Insomma, laddove la destra propone la segregazione spaziale tramite l’estensione delle “zone rosse”, l’alternativa democratica risiede nel riappropriarsi del territorio restituendo ai cittadini il diritto fondamentale alla sicurezza e alla protezione.*
* Questo articolo è uscito anche sulle pagine di MicroMega online.
