La paura sbagliata


Articolo tratto dal N. 100 di Siamo sicuri? Immagine copertina della newsletter

Il tentativo di ribaltare la narrazione dominante sulla sicurezza, associando quest’ultima a problemi sociali radicati e non semplicemente al rischio di essere oggetto di atti di microcriminalità, è abbastanza diffuso a sinistra.

Effettivamente l’idea che a renderci insicuri, nella nostra vita quotidiana, sia più il rischio di essere scippati o rapinati, estremamente improbabile per la grande maggioranza delle persone, che invece quello di perdere il minimo benessere economico, è del tutto irrazionale.

La narrazione dominante si basa su un’idea introdotta con l’offensiva neoliberista degli anni Ottanta: che la maggioranza delle persone – compresa una parte significativa della classe lavoratrice – sia “classe media”, i cui interessi, per via aspirazionale, vengono fatti coincidere con quelli della borghesia agiata; e che chi resta fuori sia individualmente e moralmente responsabile della propria condizione.

Un’idea usata per dipingere la povertà come una sconfitta personale, non come un problema sistemico. Un’operazione pienamente ideologica, che sposta in basso l’asse del conflitto: non più tra classe lavoratrice e borghesia, ma tra un’enorme e indistinta “classe media” e poche persone problematiche, immorali e irresponsabili.

I numeri di un’altra insicurezza

La paura che ne consegue è quindi quella della criminalità e non quella della povertà. Nel racconto mediatico, viene scavato un solco enorme tra benessere e povertà. I dati, invece, ci raccontano una storia diversa: in Italia, nel 2024, il 23,1% della popolazione era a rischio di povertà o esclusione sociale e 5,7 milioni vivevano in povertà assoluta, tra cui quasi 1,3 milioni di minori.

Anche lavorare non sempre mette al riparo dall’insicurezza: il 10,3% degli occupati era a rischio di povertà lavorativa e, all’inizio del 2025, i salari reali risultavano ancora inferiori del 7,5% rispetto all’inizio del 2021, la perdita più consistente tra le maggiori economie Ocse.

Nel 2024, inoltre, i dipendenti a termine rappresentavano il 7,4% della popolazione tra 15 e 64 anni. Sul fronte abitativo, oltre un milione di famiglie in affitto viveva in povertà assoluta, con un’incidenza del 22,1%, che saliva al 32,3% tra le famiglie con minori: dati che mostrano come bassi salari, precarietà e difficoltà nel sostenere l’affitto siano forme concrete e diffuse di insicurezza quotidiana.

Insomma: per milioni di persone, oggi, ci sono insicurezze ben più impellenti di quelle di cui si occupa l’informazione televisiva. Tra una vita tranquilla e il disagio sociale, per decine di milioni di persone, passano giusto un paio di eventi sfortunati.

Ribaltare la narrazione non basta

Ribaltare questa narrazione, e mettere al centro del dibattito l’insicurezza socio-economica, è una sfida sicuramente rilevante per chi si oppone al pensiero dominante.

Non è detto, però, che sia sufficiente. Alla domanda se l’insicurezza socio-economica, il rischio di povertà, la precarietà lavorativa e abitativa e i sentimenti di disagio e rabbia che ne conseguono possano essere dei motori efficaci di organizzazione e mobilitazione, infatti, non è semplice dare risposta.

La sociologia dell’azione collettiva ha smentito più volte nel corso dei decenni l’idea che quanto peggio le persone stanno, in termini di condizioni di vita, tanto più è probabile che si attivino per migliorare queste condizioni.

Organizzarsi e dare battaglia pubblicamente insieme ad altri richiede risorse materiali e culturali, che non sempre sono a disposizione degli ultimi della società. Se la condizione socio-economica ha un effetto politico, ce l’ha in termini relativi: è il peggioramento delle proprie condizioni, la perdita di status, a giocare un ruolo.

Questo ruolo però non è per forza positivo: a fare la differenza è il contesto sociale. Uno studio condotto negli anni della crisi economica ha mostrato come l’impoverimento seguito alla crisi si riflettesse spesso in isolamento sociale, perdita di fiducia negli altri e in tutto ciò che è collettivo, sviluppo di una visione del mondo tendenzialmente conservatrice e autoritaria.

Nell’epoca dell’individualizzazione e della povertà come colpa, la tendenza è all’atomizzazione e all’esclusione. Lo stesso studio, però, mostrava come questi effetti sparissero completamente nel caso in cui le persone che subivano l’impoverimento fossero parte di reti di solidarietà sociale.

A fare la differenza, quindi, sono le risorse organizzative che abbiamo a disposizione. Di fronte alla perdita del benessere, saremo soli o sorretti da una comunità?

Da questo dato sembra dipendere molto. Ed è quindi centrale, per chiunque sia interessato a un’emancipazione collettiva delle classi popolari, che le persone, in particolare quelle sottoposte alle insicurezze di cui sopra, abbiano a disposizione reti solidali, siano inserite in percorsi collettivi, trovino nel rapporto reciproco protezione e speranza.

La lotta come pedagogia della speranza

Parlare di speranza è centrale, perché decenni di studi sulla partecipazione politica ci mostrano come il fattore più rilevante nel favorire la disponibilità delle persone a mobilitarsi sia la percezione di efficacia dell’azione collettiva. Scenderò in piazza, mi iscriverò al sindacato, sosterrò in qualsiasi modo una battaglia collettiva se ho la ragionevole aspettativa che quella battaglia possa essere vinta e che la mia partecipazione possa essere in qualche modo determinante.

Questo aspetto è incredibilmente sottovalutato nel dibattito politico italiano: come ci si può aspettare una partecipazione di massa delle persone alla politica dopo decenni di sconfitte pressoché sistematiche delle battaglie sociali e di sostanziale impermeabilità della decisione politica alle istanze popolari?

Ricostruire questo senso di efficacia diventa quindi fondamentale. Veniamo da un lungo addestramento alla sconfitta, il cui risultato è la passivizzazione di ampi settori della società. Milioni di persone, in questo Paese, semplicemente non credono che un cambiamento in positivo della loro vita possa venire dall’azione collettiva.

È per questo che è così centrale, a ogni livello, dai movimenti alle istituzioni, che si individuino vertenze chiare, in grado di parlare alla maggioranza delle persone, anche di portata limitata, e che si concentri ogni risorsa nel lavoro comune per vincerle.

Come si può pretendere, a sinistra, di essere credibili nella proposta di fermare l’emergenza climatica, se non ci si mostra capaci di salvare un ospedale a rischio chiusura, una fabbrica in delocalizzazione o un parco minacciato dalla cementificazione? Servono orizzonti di trasformazione a lungo termine, e serve ricostruire la percezione dell’efficacia nel poterli perseguire. In questo senso, la lotta può diventare una pedagogia della speranza. La dimostrazione che, contrariamente a quanto ci viene raccontato ogni giorno, le cose possono cambiare.

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