Quando il Sud globale sfidò il neoliberismo


Articolo tratto dal N. 87 di Bye Bye Occidente Immagine copertina della newsletter

Recentemente, la storiografia ha individuato nel primo decennio post-Guerra fredda l’apogeo dell’“Ordine neoliberale” sviluppatosi nello spazio euro-atlantico a partire dalla metà degli anni Settanta. L’Ordine neoliberale è un insieme di costituencies  ideologico-culturali, politico-istituzionali, tecniche ed economiche. Un complesso e multiforme intreccio che si dispiega su scala globale, e che determina le specificità storiche dello sviluppo capitalistico a cavallo fra XX e XXI secolo.

A cavallo fra i due secoli l’Ordine neoliberale si avvia a raggiungere il suo punto di rottura: nelle contraddizioni create dal neoliberismo, cominciano ad emergere, in quello che inizia a essere definito “Sud globale”, una serie di ipotesi politiche, soggetti statuali, rivendicazioni economiche e geopolitiche pongono in discussione le forme di governance della globalizzazione a guida occidentale e a prospettare delle alterative ad esse.

Le periferie della globalizzazione esplodono

Nella seconda metà degli anni Novanta, proprio nel momento in cui la globalizzazione guidata dagli Stati Uniti d’America sembra mostrare un’irresistibile forza espansiva, una serie di crisi colpiscono le periferie dei centri di potere politico ed economico che avevano cercato di integrarsi nei processi produttivi e finanziari transnazionali sotto l’egida delle istituzioni di governo economico mondiale a guida occidentale.

Fra il 1997 e il 1998 le cosiddette “Tigri asiatiche” (Corea del Sud, Malesia, Indonesia, Singapore, Tailandia e Filippine) sono travolte da speculazioni finanziarie, caduta del valore delle monete, deflusso degli investimenti esteri e innalzamento repentino dei tassi di disoccupazione.

Il ritorno della sovranità in America Latina

Il fenomeno attraversa il Pacifico e si estende anche all’Argentina: nel paese latinoamericano si innescano massicce proteste di piazza contro il governo ultraliberista di Carlos Menem destinate a protrarsi negli anni successivi e ad assumere una netta caratterizzazione di critica del neoliberismo e di difesa della sovranità nazionale contro le ingerenze delle multinazionali, del FMI e della Banca mondiale. Il movimento argentino sfocerà nella vittoria, nel 2003, del peronista di sinistra Néstor Kirchner, all’insegna di un programma di critica sovranista e statalista della globalizzazione.

In Venezuela, un ex militare – Hugo Chavez – protagonista di un fallito tentativo di colpo di Stato nel 1992 contro il governo filostatunitense, vince le elezioni presidenziali del 1998 sulla base di una piattaforma “bolivariana” di critica al neoliberismo, difesa della sovranità economica nazionale e controllo statale sulle risorse energetiche.

Anche in Brasile gli effetti della globalizzazione producono la crescita dei movimenti che, nel 2002, porteranno alla vittoria il Partito dei Lavoratori guidato dall’ex sindacalista Luis Inacio Lula da Silva, all’insegna di un programma basato sul controllo nazionale dello sviluppo economico e di una più equa distribuzione delle risorse.

Prendono, dunque, corpo proposte politiche che, con linguaggi e pratiche diverse, iniziano a opporsi alla globalizzazione neoliberale, in un processo che agli inizi degli anni Duemila porterà al governo movimenti e partiti progressisti di diverso orientamento in numerosi paesi del subcontinente latinoamericano.

La fine del liberalismo postsovietico

Se in America Latina si sviluppano tentativi di conciliare giustizia socialerivendicazioni di sovranità economica e politica ed esperimenti di integrazione sovranazionale indipendente, gli effetti del neoliberismo nella Russia postsovietica sono di segno parzialmente diverso. Nel 1998, anche la Federazione Russa è colpita da una devastante crisi finanziaria che ricade su una popolazione già fortemente segnata dalla perdita delle protezioni sociali garantite dal socialismo reale. Crisi economica, perdita di influenza internazionale, terrorismo islamico, disgregazione sociale e malcontento popolare sono le condizioni per l’ascesa di Vladimir Putin nel 2000, protagonista di una transizione dal liberal-liberismo filo-occidentale di Boris Eltsin a un progetto politico improntato a forme di nazionalismo neo imperiale e di statalismo, che predica il riscatto di un Paese umiliato e minacciato dalla disgregazione e punta alla costruzione di nuove forme di egemonia nello spazio postsovietico basate sulla leva delle risorse energetiche e sul rilancio della potenza militare.

La Cina e l’alleanza tra mercato e Stato

Infine, la Cina. L’ingresso del gigante asiatico governato da un partito comunista nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001 è interpretato in occidente come l’ineluttabile convergenza del modello economico cinese verso quello occidentale. Premessa a una trasformazione politica di tipo democratico-liberale del Paese. In realtà l’integrazione della Repubblica Popolare Cinese nella globalizzazione si articola nel quadro di una più ampia strategia di sviluppo nazionale indipendente cominciata alla fine degli anni Settanta, e che si sviluppa parallelamente all’ascesa del neoliberismo occidentale. In questa strategia lo Stato è protagonista del processo di modernizzazione (controllo delle privatizzazioni, pianificazione decentrata e multilivello, permanenza di un’industria di Stato nei settori strategici, barriera alla liberalizzazione dei movimenti di capitali e alla penetrazione del capitale finanziario occidentale, solo per citare alcuni esempi).

Così, oggi, molti studiosi riconoscono che il boom dell’economia di mercato rafforza il sistema di governo della Cina invece di indebolirlo. Un rafforzamento che avviene attraverso un’enorme mobilitazione della società civile sotto la guida autoritaria del Partito comunista, dispiegatasi sia a livello del governo sia centrale sia locale. Questa mobilitazione è protagonista di un progetto di ingegneria sociale definito dalla Banca Mondiale «senza precedenti nella storia umana, sia per dimensioni che per rapidità», che, dal 1980 al 2022 permette a 850 milioni di persone di accedere allo sviluppo e a un sostanziale allargamento di diritti sociali e civili.

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