L’Alleanza Atlantica attraversa oggi una fase delicata. Dalla sua nascita, nel 1949, è stata discussa e criticata. Tuttavia, se in passato le richieste di ripensamento venivano primariamente dai partner europei, ciò che è inedito della situazione attuale è che le tensioni provengono dal socio principale, gli Stati Uniti. Per comprendere il significato di questo passaggio per l’Italia, è utile tornare alle origini e allo sviluppo dell’atlantismo di Roma.
Nel 1949 l’Italia fu tra i Paesi fondatori del Patto Atlantico, da cui prese forma la NATO, l’organizzazione politico-militare destinata a tradurre quell’alleanza in un sistema stabile di difesa collettiva. Non era un risultato scontato. A Washington pesavano diversi dubbi: l’Italia era un Paese mediterraneo più che atlantico, aveva un forte partito comunista e usciva da una guerra combattuta dal regime fascista al fianco della Germania nazista. L’ingresso nell’Alleanza fu un successo della politica estera di Alcide De Gasperi e rappresentò un riconoscimento internazionale importante. Non tutti i Paesi europei ebbero lo stesso percorso.
La Spagna, pur essendo geograficamente atlantica, non fu coinvolta inizialmente perché retta da un regime autoritario. L’adesione italiana, invece, confermò il reinserimento del Paese nel campo delle democrazie occidentali.
La costruzione della via italiana all’atlantismo
Da quel momento, la proiezione atlantica divenne uno dei pilastri della politica estera italiana. Insieme alla scelta europea, essa costituì l’asse fondamentale seguito da tutti i governi della Repubblica, pur con sensibilità e accenti diversi.
L’Italia non ha mai interpretato l’appartenenza alla NATO come una semplice adesione militare. Fin dagli anni Cinquanta cercò di dare all’atlantismo un significato più ampio, coerente con la volontà di prendere le distanze dall’imperialismo fascista e con la propria posizione geografica di cerniera tra Est e Ovest, ma anche tra Nord e Sud del mondo. Il Mediterraneo, da spazio di competizione coloniale, poteva diventare un ponte tra culture, economie e popoli diversi.
Questa idea prese forma in quegli anni in esperienze diverse. Giorgio La Pira promosse da Firenze il dialogo tra culture e religioni. Enrico Mattei tentò con l’ENI di impostare relazioni più eque con i Paesi produttori di petrolio. Giovanni Gronchi sostenne una diplomazia più aperta verso l’Est e l’America Latina. Tutti contribuirono a un’immagine dell’Italia come Paese capace di dialogo, mediazione e cooperazione.
La crisi di Suez del 1956 fu il momento in cui questa impostazione si manifestò con maggiore evidenza.
L’Italia criticò l’intervento militare di Francia e Regno Unito contro l’Egitto, al fianco di Israele, giudicandolo il riflesso di una vecchia mentalità coloniale.
Roma si trovò così più vicina agli Stati Uniti, contrari all’operazione, e poté presentare il proprio atlantismo come una visione definitivamente emancipata dai vecchi paradigmi dell’imperialismo, fondata su cooperazione, sviluppo e dialogo con il Mediterraneo.
Da qui venne coniata l’espressione “neoatlantismo”: fedeltà all’Alleanza, che nelle parole di Amintore Fanfani era la “stella polare” della politica estera italiana, ma con una interpretazione nuova. In un mondo diviso dalla Guerra fredda, in cui il processo di decolonizzazione faceva emergere nuovi attori sulla scena internazionale, l’Occidente avrebbe dovuto competere con il blocco sovietico non solo in termini militari ma anche sul terreno dello sviluppo, della cultura, della cooperazione economica e del dialogo politico.
Nella prospettiva di Roma, in un mondo che stava cambiando rapidamente, la forza delle democrazie risiedeva nella capacità di offrire un modello più libero, umano ed efficace.
Questa linea emerse anche in occasione degli snodi fondamentali della Guerra fredda. Durante la crisi di Cuba del 1962, l’Italia cercò di favorire ogni canale di comunicazione tra Est e Ovest, attraverso la Chiesa cattolica e sfruttando i contatti politici, culturali e diplomatici costruiti negli anni.
L’accordo tra Kennedy e Chruščëv che evitò la guerra nucleare comportò anche il ritiro dei missili statunitensi installati in Turchia e in Italia.
Tra fedeltà atlantica e protagonismo mediterraneo
Negli anni successivi l’Italia continuò a muoversi tra fedeltà atlantica e protagonismo mediterraneo. La crisi di Sigonella del 1985 mostrò questa tensione: Roma confermò l’alleanza con gli Stati Uniti, ma rivendicò la propria sovranità quando militari americani tentarono di agire sul territorio italiano senza il consenso del governo. Dopo la Guerra fredda, gli interventi nei Balcani trasformarono la NATO da strumento di contenimento del comunismo sovietico a meccanismo di coordinamento politico e militare tra gli alleati occidentali in scenari di crisi.
In tutto questo percorso, l’Italia non ha mai messo in discussione la propria adesione al Patto Atlantico. Ha però cercato più volte di interpretare l’atlantismo in modo originale e con un certo margine di autonomia strategica. Il nostro Paese ha infatti visto nell’atlantismo una cornice politica per promuovere sicurezza, fiducia, cooperazione e sviluppo. Per lungo tempo questa posizione è stata criticata come ambigua. Oggi sembra tornare attuale.
Non è casuale che l’attuale strategia italiana di approccio all’Africa sia stata chiamata “Piano Mattei”, rimandando ad un lungimirante e visionario imprenditore, ma anche ad una lunga tradizione di cooperazione e partenariato, fondato sull’idea di sviluppo condiviso e attenzione agli interessi reciproci.
