Unipolarismo alle corde
Le immagini delle visite di Donald Trump e di Vladimir Putin a Pechino restituiscono simbolicamente il senso della trasformazione storica che stiamo vivendo. Non soltanto perché attestano una centralità diplomatica raggiunta dalla Repubblica Popolare Cinese che un ventennio fa sembrava impensabile, ma perché rendono visibile la crisi simultanea di due piani che si erano a lungo sostenuti a vicenda: la realtà materiale dell’egemonia americana e la narrazione che la legittimava.
Il primo segnala il tentativo americano di ridefinire le regole del sistema su base bilaterale tra grandi potenze; il secondo conferma la ricerca di un’alternativa all’ordine occidentale. Ciò che emerge non è ancora la fine dell’egemonia americana, ma certamente rende evidente la transizione che si è aperta, in cui il centro della politica mondiale tende a spostarsi dall’Atlantico verso l’Eurasia, e in cui le istituzioni nate dal 1945 sopravvivono come strumento di gestione, non come architettura normativa dell’ordine.
Quella narrazione aveva un nome – unipolarismo – e una data di nascita ufficiale: il 1991. Ma era, nei fatti, una costruzione ideologica.
Il vero apogeo americano era stato il 1945: allora Washington produceva circa la metà della ricchezza mondiale, concentrava i due terzi delle riserve auree globali e disponeva del monopolio nucleare. Da quel momento la traiettoria è stata di declino relativo progressivo, non per ridimensionamento interno, tutt’altro, ma per la crescita degli altri.
La ricostruzione europea, la modernizzazione del Sud Globale, il miracolo giapponese, la Cina post-maoista: la seconda metà del Novecento è la storia di un sistema che si è fatto progressivamente più policentrico, ricalibrando i rapporti di forza a livello globale.
Il 1991 non invertì questa tendenza: la oscurò. L’implosione sovietica venne interpretata come conferma di una supremazia che da tempo invece stava cedendo terreno.
La narrazione dell’unipolarismo nacque allora; più che descrivere la condizione del sistema internazionale, serviva a consolidare la vittoria americana nella Guerra Fredda, a giustificare la gestione unilaterale USA della nuova fase della globalizzazione, e soprattutto a presentarla come “naturale”, “inevitabile”. Un racconto tanto più necessario quanto meno corrispondeva alla realtà.
Proprio la nuova fase della globalizzazione apertasi nel 1991, celebrata come universalizzazione dell’ordine liberale a guida atlantica, accelerò il ridimensionamento americano: spostando il centro materiale dell’economia verso l’Eurasia e integrando nei circuiti del capitalismo globale miliardi di nuovi produttori e consumatori, ha realizzato l’opposto di ciò che la narrativa dell’unipolarismo predicava. Oggi gli USA producono circa il 10% dei beni materiali del pianeta, mentre la quota di PIL globale dell’intero Occidente è scesa dal 70% del 1945 a meno del 45%.
Un nuovo ordine mondiale, tante conseguenze
La crisi dell’ordine non nasce soltanto dalla pressione delle potenze che chiedono di ridisegnarne le regole — tra cui figurano, tutt’altro che paradossalmente, alcuni vincitori del 1945 — né dalla voce di chi da quell’assetto è stato escluso.
Deriva anche dal fatto che la stessa potenza che quell’ordine aveva costruito – gli Stati Uniti – agisce oggi come “egemone revisionista”, modificando le regole in funzione dei propri interessi e attaccando le istituzioni multilaterali che non controlla più. Realtà materiale e racconto legittimante sono entrati in crisi insieme: l’unipolarismo non è più sostenibile né come fatto né come discorso.
Le conseguenze di questa crisi si scaricano su molte questioni, tre in particolare.
La prima è il ritorno della competizione strategica su scala globale. In campo militare, nel 2025 la spesa globale ha raggiunto un record storico assoluto: 2.887 miliardi di dollari, undicesimo aumento consecutivo, con una crescita complessiva del decennio pari al 41%. Sono cifre inedite dalla fase finale della Guerra Fredda.
Uno dei motori di questo rilancio è l’Europa, ma tutti i maggiori player globali sono protagonisti. Nel paradosso di una corsa alla deterrenza che, negli ultimi anni, non ha impedito lo scatenarsi di crisi o conflitti di grande portata.
In campo tecnologico, la corsa all’innovazione si è declinata sulla sicurezza. Semiconduttori ed intelligenza artificiale sono i casi più emblematici: controllo della produzione di chip, delle infrastrutture di calcolo e dei dati è diventato obiettivo di sicurezza nazionale prima ancora che vantaggio competitivo commerciale.
Il secondo aspetto sono gli shock energetici a cui siamo sottoposti. Nell’instabilità internazionale generale e nel contesto delle guerre in Ucraina e Medio Oriente, l’aumento dei prezzi delle materie prime ha eroso i margini delle piccole e medie imprese manifatturiere in tutta Europa e ha colpito il benessere di molti cittadini del Vecchio Continente, che si sono scoperti più poveri, non per investimenti sbagliati, ma per ragioni geopolitiche.
Infine, l’ultimo elemento, la tenuta delle società democratiche. La combinazione di inflazione, il bisogno di maggiore sicurezza personale, e vincoli strutturali delle regole dell’economia globale, ha contratto i bilanci pubblici di molti Paesi democratici.
Questo ha alimentato una polarizzazione sociale che trova nell’immigrazione un capo espiatorio. In tutto l’Occidente, ma in particolare in Europa, si assiste a una torsione nazionalista che contesta gli impegni multilaterali e raccoglie progressivamente consenso, alimentando incertezze sul futuro della collaborazione internazionale.
L’autonomia irrisolta dell’Europa
È in questo quadro che va letta la parabola europea. Per ottant’anni il rapporto transatlantico ha strutturato non solo la sicurezza militare dell’Europa, ma una cornice culturale e identitaria che ha plasmato in profondità entrambe le sponde dell’Atlantico.
L’Europa ha assorbito modelli di consumo, forme culturali e immaginari collettivi di matrice americana; parimenti, anche se meno pervasivamente, gli USA hanno acquisito molto della cultura europea. Entrambi hanno ricalibrato la propria identità entro la categoria dell’“Occidente”, che del legame atlantico era al tempo stesso prodotto e legittimazione.
Questa osmosi ha generato legami autentici e duraturi, tuttavia ha ristretto lo spazio entro cui l’Europa ha concepito sé stessa come soggetto strategico autonomo. Ciononostante, benché culturalmente il Vecchio Continente sia diventato sempre più americano, non sono mancati momenti di frizione con gli alleati d’oltreoceano.
Dall’allargamento della NATO verso est, alle guerre in Jugoslavia, Iraq e Afghanistan, l’Europa si è trovata ripetutamente a dover scegliere tra fedeltà alla cornice atlantica e la propria visione del diritto e delle relazioni internazionali, senza mai risolvere quella tensione.
Il rapporto transatlantico, a lungo presentato come fondato su consultazione reciproca e formale parità, oggi si è disvelato come legame strutturalmente asimmetrico: Washington fissa unilateralmente priorità e condizioni, e all’Europa viene chiesto di sostenere oneri crescenti senza un corrispondente peso nelle scelte strategiche.
I dossier ucraino, groenlandese e mediorientale lo mostrano con chiarezza: direttamente o indirettamente tutti investono la sicurezza del Vecchio Continente, eppure vengono trattati come variabili di un’equazione interamente impostata dall’America. Resta da vedere se la crescente percezione di questa asimmetria con Washington si politicizzerà e diventerà l’asse su cui il Vecchio Continente articolerà una proposta alternativa, o resterà tensione latente senza sbocco strategico.
Torniamo dunque a Pechino. Le visite di Trump e di Putin mostrano due aspetti complementari della stessa crisi. La prima segnala il tentativo americano di ridefinire le regole del sistema su base bilaterale tra grandi potenze; la seconda conferma la ricerca di un’alternativa all’ordine occidentale.
Ciò che emerge non è ancora la fine dell’egemonia americana, ma certamente rende evidente la transizione che si è aperta, in cui il centro della politica mondiale tende a spostarsi dall’Atlantico verso l’Eurasia, e in cui le istituzioni nate dal 1945 sopravvivono come strumento di gestione, non come architettura normativa dell’ordine.
