Brasile, laboratorio di capitalismo globale


Articolo tratto dal N. 87 di Bye Bye Occidente Immagine copertina della newsletter

Le elezioni con l’ombra del terrorismo

In Brasile si vota tra meno di cinque mesi. Lula, alla sua ultima candidatura, si scontra con un bolsonarismo tutt’altro che sconfitto, nonostante la condanna a oltre 27 anni di carcere per l’ex presidente Jair Bolsonaro – tra gli altri condannati per il tentativo di golpe di stato del 2023, e i molteplici scandali e indagini giudiziarie che coinvolgono vari membri del partito e della famiglia, tra i quali il figlio di Jair, Flavio, candidato alle prossime elezioni

Questa settimana, quest’ultimo è stato ricevuto alla Casa Bianca come se fosse un Capo di Stato, portando a Trump la richiesta di riconoscere ufficialmente due importanti organizzazioni criminali brasiliane come entità terroristiche.

Giovedì sera è arrivata la designazione, gettando ombre sinistre sulle prossime elezioni: gli Stati Uniti si dicono pronti a “usare tutti gli strumenti disponibili per proteggere la nostra nazione e i nostri interessi di sicurezza nazionale”, si legge nello stringato annuncio emesso dal Dipartimento di Stato.

Come scrivono i giornalicon altisonanti titoli nelle edizioni online di giovedì, la decisione non è concordata con il Governo brasiliano, che anzi vi si oppone, ed è vista con preoccupazione dal lulismo.

Più in generale, poco più di 3 anni dal tentativo di golpe di Stato, suona altissimo un campanello d’allarme per la società e le istituzioni democratiche brasiliane: per gli Stati Uniti, terrorista è l’organizzazione che sarebbe comandata dal Presidente venezuelano Maduro, cosa che ne avrebbe giustificato il sequestro; collaboratrice del terrorismo è Cuba, ed è quindi giusto e necessario strangolarne la popolazione;  terroristi sono, fino a prova contraria, i pescatori sulle barche al largo delle coste equadoregne e colombiane, così da legittimarne il massacro e fornire motivo sufficiente per garantire un appoggio incondizionato al governo dittatoriale dell’Ecuador.

E così via, senza scomodare le intere popolazioni terroriste palestinesi, libanesi, iraniane, destinate allo sterminio, e, naturalmente, senza negare la natura criminale delle organizzazioni brasiliane in questione.

La nuova dottrina Monroe

Ma chi accompagna le vicende latinoamericane degli ultimi anni, sa che si tratta solo di un esempio, di appena uno degli strumenti usati da Washington per mettere in atto la nuova dottrina Monroe, che tra lawfare, politica commerciale e tecnologica, minacce, sanzioni e interventi militari diretti, mira a un riallineamento forzoso del (fu?) cortile di casa, dentro un quadro più ampio di riorganizzazione complessiva delle catene produttive globali per contrastare l’ascesa cinese, come plasticamente mostrato dalla pressione esercitata dagli USA affinché il governo di Panama cacciasse l’impresa di Hong Kong che gestiva il Canale da oltre 25 anni.

Così, anche le tariffe commerciali statunitensi che hanno colpito i prodotti brasiliani non sono da interpretarsi come elementi di una disputa economica, ma il definitivo ingresso del gigante regionale nello scontro tra USA e Cina, che lascia sempre meno spazio alle posizioni ambivalenti e alla nobile arte dell’ambiguità sulla collocazione internazionale del Paese che anche gli avversari riconoscono a Lula.

Infatti, il Brasile è oggi uno dei terreni decisivi della riconfigurazione del capitalismo mondiale.

Potenza agricola assoluta, media potenza industriale, grande esportatore di petrolio, enorme mercato consumatore, gigante dell’energia verde, grande detentore di minerali strategici e terre rare: dal punto di vista di Washington, troppo importante per essere lasciato nell’orbita cinese, se consideriamo l’inevitabile base materiale della competizione tra USA e Cina, non certo riducibile a una dimensione meramente geopolitica o astrattamente tecnologica.

L’ascesa di big tech, i progressi nelle tecnologie strategiche, come l’intelligenza artificiale, i veicoli elettrici e le infrastrutture digitali, sono profondamente ancorati a catene produttive intensive in risorse naturali, la cui riorganizzazione costituisce uno degli assi centrali della disputa, nella quale USA e Cina mobilitano politiche industriali, controllo delle catene di approvvigionamento e strategie di internazionalizzazione per garantire l’accesso a minerali critici.

Così, il Brasile è diventato un pezzo centrale della riorganizzazione globale delle catene dei minerali critici.

Tra le due potenze

Qui emerge la contraddizione centrale. Il Brasile non può rompere con gli Stati Uniti, ma non può nemmeno rinunciare alla Cina. Washington resta il riferimento ideologico, finanziario e politico delle élite brasiliane. Ma dal 2015 la Cina è il principale partner commerciale (così come lo è per quasi tutti i Paesi dell’America del Sud) ed è ormai l’asse principale attorno a cui ruota la politica commerciale brasiliana, in una relazione certamente asimmetrica, ma vitale.

Basti pensare che un terzo delle enormi esportazioni agricole brasiliane è diretto a Pechino, mentre gli Stati Uniti comprano poco più del 6%. Inoltre, dal 2007, il Brasile assorbe quasi metà degli investimenti cinesi destinati all’America Latina (ricordando che la Cina è la principale fonte di investimenti diretti esteri al mondo). Dal settore elettrico alla logistica, dal petrolio alle miniere, il capitale cinese ha occupato spazi lasciati vuoti dall’austerità fiscale e dal collasso dell’investimento pubblico. Infine, i dati indicano una tendenza ancora limitata, ma crescente, all’utilizzo del renminbi in Brasile.

Nemmeno Bolsonaro, nonostante l’allineamento ideologico totale con Trump, e le concessioni unilaterali che ne sono derivate, ha potuto modificare questa realtà.

Durante il suo governo, di pura subordinazione agli interessi statunitensi, in alcune situazioni Brasilia ha addirittura resistito alle pressioni di Washington, come quando non ha bloccato la partecipazione di Huawei allo sviluppo della rete 5G del Paese. Paradossalmente, proprio le riforme neoliberali e il disinvestimento statale hanno reso ancora più necessario l’ingresso di capitali cinesi nei settori strategici.

Un problema democratico

Il Brasile mostra chiaramente come la rivalità sino-americana non sia un panno di fondo: al contrario, ridefinisce concretamente lo spazio di manovra delle economie periferiche.

E se ogni transizione egemonica apre a possibilità di sviluppo e allo stesso tempo a nuove forme di subordinazione, il Brasile sta attraversando questo passaggio storico in preda a conflitti istituzionali fortissimi e drammatici, mostrando ancora una volta la stretta articolazione tra dimensione interna e internazionale.

E così, di fronte ai dazi statunitensi e alle incredibili sanzioni di Trump dirette ai membri del Supremo Tribunale Federale che si stavano accingendo a condannare Bolsonaro per il tentativo di golpe, le principali organizzazioni imprenditoriali hanno, assieme alle destre, accusato il governo brasiliano, invece di fare quadrato in difesa delle istituzioni democratiche.

In sintesi, la Cina è tollerata perché compra la soia e costruisce le infrastrutture per esportarla, ma le forze di opposizione al governo e le élite economiche sembrano pronte, come mostrato in più occasioni, a sfruttare qualsiasi opportunità per rovesciare il lulismo e liberarsi di qualsiasi possibile orizzonte di giustizia sociale.

Pragmatismo e ideologia

Le elezioni di ottobre, nel contesto di un iperattivismo regionale di Trump, messo alla corda in Iran e sotto pressione per le necessità strutturali del capitalismo nordamericano in disputa con la Cina, simboleggiate dall’espansione ormai fuori controllo del debito pubblico e privato e dalla inedita crescita degli interessi da pagare, appaiono così alla destra brasiliana come una ghiottisima occasione.

La comunione ideologica e di interessi tra la destra interna e quella trumpiana preoccupa Lula, che, infatti, da un lato difende il multipolarismo, i BRICS e una maggiore autonomia internazionale; dall’altro mantiene rapporti pragmatici con Washington e rassicura il capitale finanziario globale.

Le immagini di Lula in Spagna a fine aprile, accanto a Sanchez per lanciare una sorta di internazionale dell’anti-trumpismocontrastano nettamente con la visita alla Casa Bianca di pochi giorni dopo, durante la quale i due Presidenti hanno concordato su un’agenda di lavoro congiunto e, si riteneva in Brasile, sul non designare come terroriste le organizzazioni criminali a cui ci si riferiva in apertura.

Ma non si tratta di una idiosincrasia del Presidente brasiliano. Siamo di fronte all’espressione di contraddizioni nazionali e globali profonde, in un’articolazione dialettica che definisce e definirà la posizione strutturale del Brasile nella disputa per il nuovo equilibrio mondiale.

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