Decreto sul nulla
Ogni Primo Maggio la premier Giorgia Meloni presenta un decreto sul lavoro. E come ogni anno dentro non c’è nulla. Qualche sgravio fiscale, un paio di bonus ma nessuna misura strutturale. Anche perché è difficile fare interventi per incentivare l’occupazione mentre vanno in crisi i settori fondamentali dell’economia italiana.
Il 2025 ha segnato il terzo anno di calo consecutivo della produzione industriale. L’unico indice in aumento è quello delle ore di cassa integrazione, salite di 50 milioni tra il 2024 e il 2025. Così come sono raddoppiati i tavoli di crisi, passati dai 49 di due anni fa agli oltre 114 di oggi con 138.469 mila lavoratori coinvolti. «Il raddoppio dei tavoli di crisi non è un dato burocratico: è la fotografia di un sistema industriale che si sta indebolendo – ha spiegato la Cgil –. I settori oggi in maggiore difficoltà sono proprio quelli strategici». Il sindacato ha anche sottolineato come questa fotografia sia solo parziale «perché il perimetro reale comprende le decine di crisi gestite dalle regioni, che sommano ulteriori lavoratori a rischio e confermano l’assenza di una politica industriale nazionale capace di governare il processo».
Sono in difficoltà l’acciaio, l’automotive, la componentistica, la chimica, la ceramica e la moda, il cui sistema produttivo, come dimostrano le inchieste della Procura di Milano è basato in larga parte sui subappalti che utilizzano manodopera in regime di caporalato. «Si moltiplicano le vertenze e i rischi di dismissione produttiva. Non si tratta solo di crisi aziendali ma sistemiche, legate anche all’assenza di politiche industriali europee in grado di accompagnare gli obiettivi del green deal», ha detto la Cgil. Analisi condivisa da Confindustria e dalle associazioni datoriali, a conferma della gravità della situazione: «La crisi è strutturale».
Tra energia e offerte
La questione energetica scaturita dal blocco dello stretto di Hormuz è la ciliegina sulla torta ma non la causa della perdita di competitività industriale e di posti di lavoro, come vuol far credere l’esecutivo. Anche perché finora l’unica proposta che ha formulato il ministro alle Imprese e Made in Italy, Adolfo Urso, in questi tre anni è stata la conversione di alcuni comparti al settore bellico.
«Incentiviamo le aziende a diversificare e riconvertire verso settori ad alto potenziale di crescita come la difesa, l’aerospazio e la cybersicurezza», aveva suggerito un anno fa per provare a tamponare la discesa dell’automotive (con la produzione calata del 63,4% in un anno). «Idea agghiacciante», avevano risposto allora opposizioni e sindacati. Urso ha ripetuto il concetto a distanza di 11 mesi, stavolta per la siderurgia. Il ministro per rendere seducente l’ex Ilva (mai così vicina alla dismissione come con questo governo) ai partecipanti alla gara per rilevare l’impianto, il fondo speculativo statunitense Flacks e la multinazionale indiana Jindal, ha proposto di affiancare «alla produzione di acciaio per i “coils” e “tubifici” quella di acciai speciali per l’industria dello spazio, la difesa e l’automotive».
È possibile che l’idea faccia breccia, almeno nel primo partecipante. Michael Flacks, fondatore e ceo dell’omonimo fondo speculativo, non ha nessuna esperienza nella siderurgia. Di solito compra aziende in fallimento e le rivende una volta ristrutturare. Termine che spesso indica solo smembramenti e riallocazione degli impianti, a scapito della forza lavoro. La proposta d’acquisto che ha presentato è vaga sia sulla produzione di acciaio che sulle risorse necessarie per sostenere i pesanti investimenti ambientali e produttivi di cui hanno bisogno gli impianti tarantini. Il gruppo Jindal, che già aveva manifestato interesse per l’ex Ilva dieci anni fa, avrebbe invece proposto un piano industriale che punta alla piena decarbonizzazione delle fabbriche pugliesi, allineandosi con gli obiettivi climatici europei e italiani. La multinazionale indiana vuole integrare la produzione di bobine laminate a caldo e tubi con prodotti destinati all’automotive e alle energie rinnovabili. Ma anche alla difesa, come propone il governo.
Miopia
«È una politica molto miope – aveva detto Andrea Roventini, direttore dell’Istituto di Economia alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa al manifesto a febbraio scorso – dato che in Italia più del 50% della spesa militare se ne va in importazioni stimolando l’economia di Paesi come Usa o Israele». Per l’economista «investire nell’industria bellica non risolve i problemi dell’Italia. Bisognerebbe, invece, investire nella decarbonizzazione stimolando le filiere collegate alle energie rinnovabili e alla transizione verde, dove tra l’altro le imprese italiane sono già ben posizionate. Ma per fare ciò è necessario avere una politica industriale, che il governo non ha, perché la nostra economia non può sostenersi sui settori a basso valore aggiunto come il turismo che oltretutto pagano bassi stipendi».
I salari in Italia sono tra i più bassi d’Europa. Parafrasando un noto sketch di Massimo Troisi, “lavoro e basta” nel nostro Paese non si trova. Quello che si trova o che si prova a mantenere è precario, malpagato, a nero, un finto part time, in cassa integrazione. “Femminilizzato” inteso come paradigma post-fordista: è cioè l’adozione di modelli di lavoro precari e sottopagati come storicamente avviene per l’occupazione femminile anche per le altre fasce deboli della società come persone che provengono da famiglie a basso reddito o migranti.
I licenziamenti di Stellantis
Le situazioni di Stellantis e Ilva sono l’epifenomeno dell’inazione del governo e dell’allergia delle destre per le questioni ambientali. Più che obbligare l’ex Fiat, presieduta da John Elkann, a rispettare l’impegno di lasciare almeno alcuni presidi in Italia, l’esecutivo ha assecondato in Europa l’opposizione del gruppo al Green Deal. Stellantis non ha mai creduto nell’elettrico, preferendo investire nel mercato dei suv negli Stati Uniti, e non è riuscita a governare il cambiamento dei costumi (dovuto non solo a una rinnovata sensibilità ambientale ma anche alla perdita del potere d’acquisto degli europei) come invece hanno fatto le imprese cinesi. Al momento del piano industriale che avrebbe dovuto indicare quali modelli di auto saranno prodotti nel nostro paese ancora non c’è traccia.
Intanto Stellantis ha comunicato di voler avviare una procedura di ulteriori uscite incentivate per 425 lavoratori nello stabilimento di Melfi, dopo le oltre 500 dello scorso anno, «che si sommano a quelle già annunciate a Pomigliano (150), Mirafiori (121), Atessa (302) e Termoli (50), per un totale di più di mille lavoratori» ha fatto sapere la Fiom Cgil. Per tacere dei posti di lavoro persi nell’indotto.
A Taranto non c’è nient’altro
All’ex Ilva, ormai in dismissione nonostante la centralità del settore siderurgico, i lavoratori in cassa integrazione, mentre scriviamo, sono 4.550, di cui oltre la metà a Taranto. I fondi stanziati dal governo garantiscono la copertura salariale solo fino a ottobre 2026. In cig c’è anche il reparto manutenzione.
Da gennaio ad oggi ci sono stati due morti: in entrambi i casi operai caduti da diversi metri a causa del cedimento delle griglie su cui lavoravano. L’unica soluzione praticabile per salvare l’ex Ilva sarebbe la nazionalizzazione, parola che la maggioranza non vuole neanche sentire. Preferisce invece svendere le industrie come Iveco e Piaggio Aero o i grandi marchi della moda all’estero, un evidente paradosso per i sovranisti. Per Roventini «se si vuole nazionalizzare però bisogna fare anche degli investimenti e puntare sull’acciaio verde prodotto nel breve termine con l’energia elettrica e nel futuro anche con l’idrogeno verde. Ci sono impianti pilota in Svezia e in Germania: un governo lungimirante potrebbe iniziare a sviluppare queste tecnologie anche in Italia».
Intanto a Taranto rimangono le scorie, non solo ambientali. La città, prima unita intorno all’impianto, vanto nazionale, è stata lacerata dai costi umani dovuti all’inquinamento dello stabilimento. Le associazioni dei cittadini chiedono giustizia per le vittime di tumore e la chiusura immediata di quel che resta della fabbrica. Che però comporterebbe un danno evidente per l’economia del territorio. «Anche noi vorremmo veder chiuso questo obbrobrio – ha detto un delegato rls dopo gli incidenti mortali dell’inizio dell’anno – non siamo stupidi ma come dobbiamo fare a mangiare poi». «L’ostilità di alcune parti della città la viviamo male – ha confessato un altro operaio – se perdiamo il lavoro l’unica cosa che rimane da fare sono le valigie».
«La città ora vede con fastidio gli operai – ha detto un manutentore dell’officina centrale – ma se un ragazzo accetta di lavorare dentro l’Ilva, sapendo qual è la situazione degli impianti, lo fa perché a Taranto non c’è nient’altro, perché doveva provare a dare un futuro ai figli». Per lo storico dell’industria Salvatore Romeo, autore de L’acciaio in fumo. L’Ilva di Taranto dal 1945 ad oggi (Donzelli, 2019) il problema è «sistemico: la sorte del più grande stabilimento industriale d’Italia è stata gestita con estrema superficialità come il settore dell’automobile. La Commissione europea aveva promosso la transizione energetica mentre adesso sta andando in tutt’altra direzione. La questione però resta perché la siderurgia è un grandissimo emettitore di CO2».
