“Quando i lavoratori si sono presi la salute” 


Articolo tratto dal N. 83 di Lavorare o respirare? Immagine copertina della newsletter

Lo Statuto dei lavoratori trasforma la società italiana

Gli anni Settanta si aprono con una delle più importanti conquiste della storia repubblicana: sull’onda lunga di intensi conflitti politici e sociali viene approvato lo Statuto dei lavoratori (20 maggio 1970, legge n. 300). 

È la porta di ingresso a questo decennio trasformativo, periodo di transizione nella storia economica e industriale italiana, snodo per le vicende del movimento operaio come per la società nel suo insieme.

Le lotte e il processo di emancipazione della classe operaia mettono in gioco condizioni e valori che coinvolgono l’intero assetto sociale, andando oltre le relazioni industriali. 

L’ampiezza e la profondità delle mobilitazioni di questi anni combinano un ampio consenso sociale attorno all’urgenza delle trasformazioni del paese e una visione egemonica su un modello di società più libera e giusta.

Le nuove esperienze collettive intercettano bisogni rimasti insoddisfatti, politicizzano questioni di portata generale, liberano creatività, energie, immaginari, inventano culture, linguaggi, pratiche e istituzioni espressione dei soggetti direttamente interessati. 

Uguaglianza, libertà e dignità personale del lavoratore:
3 valori essenziali

Si danno profonde trasformazioni che investono i rapporti sociali di produzione e riproduzione, le relazioni tra gli individui e tra i sessi, le istituzioni del quotidiano, la qualità della democrazia.

È l’affermazione di istanze di uguaglianza e libertà che mettono in discussione le strutture del passato, che alimentano nuovi modelli nelle relazioni, nella società e nella politica, tenendo insieme benessere comune, giustizia sociale, dignità del lavoro, protezione della natura. 

Lo Statuto dei lavoratori, prima ancora di garantire la libertà sindacale e tutelare contro i licenziamenti illegittimi, sancisce la dignità della persona lavoratrice.

Dietro l’immagine del “miracolo economico” vi era una realtà di bassi salari, sfruttamento, umilianti condizioni di lavoro, alta incidenza di malattie professionali, infortuni e morti sul lavoro.

Alienazione, frammentazione, ripetitività delle funzioni alla catena di montaggio, nocività di materiali e processi produttivi, inquinamento provocato dalle produzioni industriali e dalle sostanze cancerogene, mancanza di misure di sicurezza negli stabilimenti costituivano la realtà quotidiana di ampia parte della classe lavoratrice. 

La salute è al centro dei conflitti

A irrompere in questo scenario è una nuova conflittualità operaia e sindacale. Già dai primi anni Sessanta prendono corpo nuove forme di rivendicazione sulla salute (che “né si vende, né si delega”), contro la nocività nell’ambiente di lavoro, in cui emergono le conoscenze, il controllo e la progettualità della classe lavoratrice direttamente coinvolta.

Si avviano nuove iniziative (l’inchiesta operaia), nasce una diversa consapevolezza sui problemi sociali, sanitari e ambientali associati alla crescita industriale del paese. 

Gli ulteriori sviluppi degli anni Settanta caratterizzano la traiettoria dell’“ambientalismo operaio”: uno dei lasciti più significativi del lungo Sessantotto italiano.

La lettera dello Statuto è chiara: all’articolo 5 si vietano accertamenti sanitari diretti al datore di lavoro, limitandone i poteri e introducendo garanzie di imparzialità.

L’articolo 9 riconosce il diritto dei lavoratori, mediante le loro rappresentanze, di controllare l’applicazione delle norme per la prevenzione, di promuovere la ricerca e l’attuazione delle misure idonee a tutelare la loro salute e integrità fisica.

La promozione del benessere dei lavoratori e delle strutture sanitarie

Nel corso del decennio le battaglie contro la nocività dell’ambiente industriale si arricchiscono di ulteriori istanze e di nuove alleanze con il mondo medico, le istituzioni locali e ampi settori della società.

I conflitti sulla salute si estendono dalla fabbrica al territorio, mettendo in relazione il benessere di lavoratrici e lavoratori con quello dei cittadini e della collettività, saldando prevenzione a partecipazione, conoscenza a informazione. 

La salute rappresenta così in questi anni un terreno di profondo cambiamento, in una originale convergenza di mobilitazioni portate avanti da diverse soggettività, in una sinergia tra ampi movimenti sociali e politici.

La salute è al centro di una più ampia e differenziata conflittualità che investe la scienza e la medicina, le contraddizioni di classe, le relazioni tra gli individui, l’interazione con l’ambiente.

Sul piano dei saperi, le spinte alla promozione della salute – fisica, psichica e sociale – portano a un rinnovamento del sapere medico-scientifico e delle pratiche sanitarie e di cura.

Si combinano le istanze di promozione della salute con quelle di modifica dell’organizzazione del lavoro, con la salvaguardia dei territori, con una nuova cultura dei servizi pubblici e universali per le persone.

A uscirne riformulati sono gli stessi nessi della cittadinanza democratica e sociale, quelli tra diritti, doveri, bisogni e servizi.

Il Ssn e il diritto universale alla salute

Nel dicembre 1978, sull’onda di questi conflitti ed esperienze collettive, si arriva all’istituzione del Servizio sanitario nazionale (Ssn), preceduta da altre conquiste fondamentali sul piano della salute: la nascita dei consultori familiari che recepirono pratiche e servizi nati in seno al movimento femminista; la riforma dell’assistenza psichiatrica; l’interruzione volontaria di gravidanza.   

Il Ssn è lo strumento per rendere effettivo il diritto universale alla salute sancito dalla Costituzione; esso qualifica in senso universalista e democratico l’assetto del welfare. 

Il Ssn risponde al criterio del bisogno, quale variabile indipendente dai contributi versati e dalla capacità di reddito (ognuno lo utilizza secondo il proprio bisogno); il finanziamento progressivo è parte dei meccanismi redistributivi del welfare (ognuno contribuisce in base alle proprie capacità).

Con esso si afferma l’universalismo nell’accesso e nella disponibilità di cure e servizi; si assicura una integrazione socio-sanitaria dei servizi decentrati territorialmente; si dà vita a un assetto democratico e partecipato, in un approccio sistemico alla salute. 

La nascita del Ssn corona il percorso iniziato con l’approvazione dello Statuto dei lavoratori, nel decennio delle grandi conquiste che hanno disegnato un nuovo modello politico di società e riconfigurato l’assetto del paese.

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