Cronache ambientali dalla Valle del Sacco: rivendicare l’eco-socialismo come antidoto alla morte


Articolo tratto dal N. 83 di Lavorare o respirare? Immagine copertina della newsletter

Santa Barbara, proteggici

Santa Barbara è la protettrice dei minatori, dei pompieri, degli artificieri, di chi lavora ogni giorno in condizioni di pericolo. Il detto popolare “Santa Barbara benedetta, liberaci dal tuono e dalla saetta” si tramanda come supplica contro l’agguato improvviso della morte.

Può accadere in galleria, in mare aperto, nei reparti dove si maneggiano esplosivi, nelle operazioni di soccorso dei vigili del fuoco: in tutti quei luoghi dove il lavoro espone ogni giorno le persone alla possibilità di non tornare a casa.

A pochi chilometri da Roma la devozione per Santa Barbara si intreccia con la storia industriale di Colleferro, cittadina nata negli anni Trenta attorno alla Bombrini Parodi Delfino, la fabbrica di armamenti che cambiò il destino di migliaia di persone giunte in questo angolo del Lazio per allontanarsi dalla fame e dai solchi di una terra che concedeva solo miseria.

A Colleferro, nella chiesa principale, una pala d’altare dorata raffigura Santa Barbara come salvezza da un’immensa esplosione partita dalla città-fabbrica. Sovrasta le fiamme, si staglia nel cielo e sembra quasi riuscire a domare quel fuoco.

Ma chi si inginocchia davanti all’immagine della Santa sa che scacciare la morte dal lavoro è impossibile, quando la vita vale meno della balistite e del tritolo. Lo ricorda un dettaglio della pala: un orologio fermo sulle 7:55. È l’istante del 29 gennaio 1938, la mattina più cupa della giovane Colleferro, quella dello scoppio di un intero reparto della fabbrica di esplosivi. 60 morti, più di 1500 feriti e decine di famiglie distrutte dalla corsa agli armamenti a tutti i costi.

A memoria di questo massacro restano una strada, un monumento ai caduti sul lavoro e un sacrario con i nomi degli operai che Santa Barbara non riuscì a salvare.

La storia di Colleferro

Come in tante altre città italiane in cui l’orizzonte è occupato dalle ciminiere di raffinerie, cementifici e impianti siderurgici, anche Colleferro porta i segni delle lacerazioni provocate dallo sviluppo industriale e dallo sfruttamento della classe operaia. La ferita del 1938 è forse tra le più visibili nello spazio e nelle memorie locali, mentre è ancora difficile misurare i danni prodotti dalle industrie chimiche del gruppo Snia-BPD, tra cui la Caffaro, attiva fino agli anni Settanta nella produzione di pesticidi.

Quella del comparto chimico a Colleferro è una storia di cultura del lavoro, di lotte, di brevetti, ma anche di veleni a lento rilascio. Non ci sono scintille né boati da raccontare, nulla capace di fermare, anche solo per un giorno, una catena produttiva congeniata per la massima resa e senza alcun sistema di protezione dalle nocività del Lindano, il concorrente commerciale del DDT — “quella nebbia che uccide mosche e zanzare”, come recita un manifesto degli anni Sessanta.

A un certo punto, essere operai ha voluto dire dover studiare le sostanze tossiche presenti in reparti come forma di lotta da affiancare alle rivendicazioni salariali.

Nel 1977, per rispondere a questa urgenza, il sindacato dei chimici promuove e coordina un gruppo di indagine composto da lavoratori, collettivi universitari, ricercatori del CNR, borsisti dell’Istituto Superiore di Sanità e personale medico. Per un anno si organizzano assemblee per discutere e analizzare i disturbi denunciati dai lavoratori.

Per la prima volta la fabbrica che ha originato Colleferro viene scomposta, e messa in discussione da chi quotidianamente garantisce la produzione e la ricchezza della cittadina.

Ambienti troppo stretti, esposizione a gas nocivi, scarsa manutenzione, pessime condizioni igieniche e sversamenti di rifiuti tossici ai bordi del fiume Sacco: il resoconto di questi incontri è pubblicato lo stesso anno nel libro bianco dei quaderni Fulc, la Federazione unitaria dei lavoratori chimici, con l’obiettivo di creare un dibattito pubblico non solo nella fabbrica, ma in tutta Colleferro.

In labore virtus

Oltre a essere una delle prime testimonianze sull’origine dell’inquinamento della Valle del Sacco, i quaderni Fulc restano un esempio di mobilitazione politica costruita dal basso, attraverso un’inchiesta-vertenza per conquistare più diritti e sicurezza nel mondo operaio. Leggere l’introduzione dei quaderni Fulc restituisce un’epoca lontanissima:

«Sarà di fondamentale importanza che i lavoratori stessi si approprino della visione d’insieme delle condizioni generali della fabbrica. A Colleferro forse per la prima volta nella Provincia di Roma operai, studenti e tecnici stanno lavorando insieme, rompendo quindi la separazione che si è voluta costruire tra Università e fabbrica. Lottare per trasformare questa didattica e questa ricerca, nemiche sia degli studenti che delle classi popolari, vuol dire innanzitutto far entrare nelle università i problemi che si vivono nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, nei quartieri; dove come a Colleferro, la nocività e l’inquinamento compromettono la salute della gente.»

Le denunce del gruppo di ricerca rimangono inascoltate per decenni. Discutere pubblicamente dei problemi di salute e dell’esposizione alle nocività nei reparti della Snia-BPD avrebbe significato intaccare lo stemma con il motto della città operaia: In labore virtus.

Nei primi anni duemila, con il fermo definitivo di molti settori produttivi, la fabbrica smette di presentarsi come salvatrice o garante di servizi. Il paternalismo industriale sparisce; restano la ruggine sui macchinari, il lavoro a intermittenza, la cassa integrazione, le cessioni di rami d’azienda e il lascito tossico della Caffaro.

Valle del Sacco, zona di sacrificio

Ad Anagni, in provincia di Frosinone, nel 2005 la morte di 25 mucche avvelenate da cianuro rivela la ferocia di questo modello di sviluppo: da una parte l’accumulazione di capitali per un manipolo di dirigenti, dall’altra due province trasformate in una delle aree più inquinate d’Italia.

Nel sangue di quei bovini viene rilevata anche una molecola dal nome quasi impronunciabile: beta-esaclorocicloesano, uno scarto della lavorazione del Lindano.

È la realtà descritta dalle indagini operaie: decenni di sversamenti di rifiuti tossici nelle aree ripariali hanno avvelenato il fiume Sacco trasformandolo in un vettore di contaminazione. Verdure, formaggi, carne, tutto si trasfigura in possibile fonte di inquinamento. Lo scarto del Lindano raggiunge decine di aziende agricole del frusinate, e il colpo più duro si abbatte su chi non ha nessuna colpa, se non quella di coltivare la propria terra.

Allo stato di emergenza socio-sanitaria segue un ordine atroce, l’unico ritenuto in grado di contenere la contaminazione: l’abbattimento del bestiame. Nel giro di pochi mesi, tra il 2005 e il 2006, vengono uccise seimila mucche e quattromila pecore. Più di settemila ettari vengono interdetti all’uso umano, agricolo e zootecnico.

Dal 2005 Colleferro e il frusinate rientrano in uno dei Siti di interesse nazionale più estesi d’Italia: un’area dove lo Stato riconosce un’elevata contaminazione ambientale che richiede interventi di bonifica, sorveglianza sanitaria e riqualificazione del territorio.

La crisi della Valle del Sacco

La Valle del Sacco, soprattutto nel frusinate, è in crisi occupazionale ed è una terra ancora segnata da fabbriche dismesse, progetti fallimentari di recupero industriale e aree interdette per il grave inquinamento — come l’ex polveriera di Anagni, l’ex Europress a Ceprano e la discarica delle Lame a Frosinone.

La storia si rovescia: Colleferro da città giovane fondata sul lavoro diventa città consumata dal lavoro. Come Taranto, Caserta, il Sulcis, anche la Valle del Sacco può essere definita un left-behind place: un territorio usato, sventrato e lasciato indietro, zona di sacrificio immolata sull’altare dello sviluppo.

Riconosciuto come interferente endocrino e potenziale cancerogeno, lo scarto del Lindano si trova ancora nel sangue di oltre mille cittadini — per lo più anziani, ex operai e contadini il cui tragitto quotidiano è stato, per decenni, quello verso la fabbrica o verso i campi. Diversi studi scientifici confermano che l’esposizione prolungata a questa sostanza aumenta il rischio di diverse patologie tumorali e può compromettere l’efficacia delle cure chemioterapiche.

Qui il conflitto di classe diventa molecolare: entra nel sangue, nei tessuti, negli organi. La malattia, sottratta al riduzionismo biologico, si rivela come un fatto sociale impresso nei corpi delle classi subalterne.

Non arriva come l’esplosione del 1938, non ha il fragore del boato né l’istante riconoscibile della tragedia. Colpisce in silenzio, senza detonazione, agendo sulle stesse vite che hanno reso possibile il boom economico.

L’industria chimica manda la sua vera liquidazione: la slow violence, quella forma di graduale annientamento teorizzata da Rob Nixon per spiegare le forme di devastazione sugli ecosistemi e sulle comunità marginalizzate.

Anagni: Mobilitazioni contro il ritorno al passato

A più di vent’anni dall’istituzione del Sito d’interesse nazionale, nonostante i 59 milioni di euro stanziati nel 2019 per la bonifica, è stata risanata solo una frazione minima del territorio contaminato: circa lo 0,2%. Una percentuale che blocca nuovi investimenti e impedisce l’apertura di nuove attività produttive. Oltre a essere un obbligo normativo, eliminare le sorgenti dell’inquinamento resta un atto politico essenziale per mettere in pratica una giusta transizione ecologica.

Questo principio, però, sembra non valere per l’industria delle armi. Ad Anagni, in piena zona contaminata, la società Knds — colosso franco-tedesco degli armamenti — vuole convertire il suo polo di smaltimento di ordigni in una fabbrica di propellenti bellici da inviare nella vicina Colleferro, dove la multinazionale ha ereditato il sito produttivo che generò la cittadina. In un luogo dove è ancora difficile parlare di chilometro zero, i signori della guerra provano a ricucire le ferite del passato con la filiera corta delle armi, quasi a ribadire che è impossibile sottrarsi alla vocazione mortifera che spezzò la vita di tanti operai in quella gelida mattina di gennaio.

Questo tentativo di riconversione al contrario oggi sta trovando un’opposizione sociale composta da movimenti ambientalisti, pacifisti e da forze sindacali. È una lotta che rinnova i percorsi di mobilitazione nati per contrastare la deindustrializzazione nociva e l’eredità bellica di Colleferro.

Provare a inceppare gli ingranaggi delle nuove fabbriche di armi significa rivendicare l’eco-socialismo come antidoto alla morte e alla brutalità dello sfruttamento. È una direzione che invita a non acclimatarsi alle tempeste, ai boati che spazzano via intere città, al sangue che gela durante un turno di lavoro e alla violenza lenta dell’inquinamento. E forse è anche un modo per non dover invocare più nessuna protezione dall’alto; l’occasione per iniziare a festeggiare il primo maggio strappando la primavera a chi crede di possederla.

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