A Gaza molte biblioteche sono state distrutte, ma il lavoro con i bambini non si è fermato: libri e bibliotecari si sono spostati nei rifugi e nelle tende.
Renad Qubbaj, direttrice del Tamer Institute, racconta come lettura, arti espressive e storia orale aiutino i più giovani a raccontare ciò che vivono.
E a preservare una voce che né la politica né il giornalismo riescono a restituire nello stesso modo.
Come nasce il Tamer Institute e qual è il suo metodo?
È nato nel 1989, durante la prima Intifada, quando l’occupazione israeliana impose una chiusura generalizzata di scuole e università. I fondatori partecipavano al movimento popolare per l’educazione e volevano offrire alle persone gli strumenti necessari a compensare l’assenza dell’istruzione formale. Da allora lavoriamo con bambini e giovani fino ai 24 anni, usando lettura, scrittura e arti espressive per aiutarli a comprendere sé stessi, ciò che li circonda e il mondo. Tutto ciò che facciamo ha una dimensione collettiva. Ci concentriamo sull’identità e sulla storia orale come strumenti di apprendimento e crescita. Dalla fine degli anni Novanta abbiamo inoltre contribuito a sviluppare le biblioteche per bambini in Palestina, formando i bibliotecari e migliorando gli spazi delle biblioteche di comunità in Cisgiordania e a Gaza.
Che cosa è cambiato dopo il 7 ottobre 2023?
A Gaza molte biblioteche di comunità e centri culturali sono stati completamente distrutti: a Rafah non ne è rimasto nessuno; a Deir al-Balah alcuni continuano a lavorare, con turni diversi e un carico enorme. I bibliotecari hanno raggiunto i bambini nei rifugi, nelle tende e nei nuovi luoghi in cui sono state trasferite le famiglie.
Ci siamo fermati forse tre settimane, poi alla fine di ottobre abbiamo riorganizzato volontari e attività. La nostra presenza accanto ai bambini non si è più interrotta. Anche in Cisgiordania la biblioteca ha seguito le comunità sfollate dai campi di Jenin e Tulkarem. Per le famiglie di Jenin abbiamo creato rapidamente una biblioteca in una residenza universitaria che oggi ospita circa seicento persone.
La bibliotecaria vive con loro ed è parte di quella comunità. Lavoriamo inoltre nei piccoli villaggi esposti ai frequenti attacchi dei coloni: scegliamo deliberatamente i luoghi in cui il bisogno è maggiore.
Come si lavora con bambini che hanno vissuto un trauma simile?
All’inizio organizzavamo attività non strutturate: arrivavamo nei rifugi senza uno spazio stabile e proponevamo narrazioni, danza o gioco, talvolta a settanta o centoventi bambini insieme. Erano sotto shock: ci guardavano, ma non sembravano ascoltare, come se vivessero nel vuoto. Volevamo semplicemente stare con loro e rimetterli in movimento. Quando i bambini liberano la propria energia, anche un breve momento di gioia può cambiare il loro umore e la loro attenzione. È una relazione reciproca: lavorare con i bambini dà forza, motivazione e perfino un po’ di felicità anche a bibliotecari e volontari. Tutti avevano bisogno di continuare a lavorare per poter andare avanti. Per questo, pur perdendo mese dopo mese le loro biblioteche, non hanno smesso di raggiungere i bambini.
Quali parole e immagini ricorrono nei racconti dei bambini?
I bambini parlano in modo diretto, organico, senza chiedersi che cosa sia opportuno dire. Raccontano il cibo, i trasporti, il modo in cui cucinano e la distribuzione degli aiuti. Parlano degli aiuti lanciati dagli aerei o consegnati radunando molte persone in spazi ristretti, in condizioni che producono caos e pericolo. Molti hanno perso familiari mentre cercavano di riceverli.
Ricorre la zanana, il drone che ronza continuamente nel cielo, può avvicinarsi alle tende, riconoscere un volto e colpire. Una ragazza di quattordici anni ha raccontato che, per addormentarsi, sedeva accanto alla madre e le chiedeva di alzare la voce fino a coprirne il rumore.
Nel 2024 abbiamo raccolto queste esperienze in un libro sulla vita quotidiana durante il genocidio: che cosa si mangia, come ci si sposta, come si cucina. Cerchiamo di preservare una voce che politici e giornalisti non riescono a restituire nello stesso modo.
Perché la storia orale è così importante durante la guerra?
Occorre collegare i bambini alla loro esperienza perché possano comprenderla e attraversarla. Possiamo portare un libro da un altro mondo all’inizio, durante o alla fine di un’attività, ma non basta: devono parlare e scrivere di ciò che vivono.
La loro esperienza è fatta di posti di blocco, attacchi dei coloni, coprifuoco e cancelli metallici che isolano le comunità della Cisgiordania. Un tragitto che normalmente richiederebbe dieci minuti può durare un’ora e mezza o due. Anche andare da Ramallah a Gerico può obbligare a dirigersi prima a nord, poi a sud e infine a est.
È una vita quotidiana molto complicata, difficile da vedere se non se ne fa parte. La storia orale la rende visibile, collega l’esperienza individuale a quella collettiva e permette ai bambini di riconoscersi dentro la storia palestinese.
