Qui non ci sono solo libri
«L’impegno a promuovere e valorizzare la diversità e l’inclusione – in particolare per quanto riguarda età, cittadinanza, disabilità, etnia, identità di genere, provenienza geografica, lingua, orientamento politico, razza, credo religioso, sesso, orientamento sessuale o condizione socio-economica – e a perseguire attivamente politiche e pratiche pertinenti.»
È l’ultimo dei quattro punti che l’International Federation of Library Associations and Institutions (IFLA) enuncia nei suoi valori fondamentali.
La biblioteca non è solo un deposito organizzato di libri. È un progetto. L’attività e la funzione di una biblioteca non si limitano al contenuto o al catalogo.
L’idea è che non ci sono utenti, ma cittadini consapevoli e che la biblioteca è un luogo dove praticare diritti, impararli, vederli e dunque crescere. Per questo non basta sapere dove si trova un libro. Si tratta di trasformarlo in uno strumento per la libertà.
Se ancora nel 1951 Marguerite Yourcenar poteva ritenere di essere all’avanguardia facendo dire ad Adriano che «Fondare biblioteche, è come costruire ancora granai pubblici» per poi aggiungere, subito dopo, che «ricostruire significa collaborare con il tempo nel suo aspetto di “passato”, coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo, quasi, verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti» (Memorie di Adriano, pp. 118-119).
Fondare una biblioteca (sono le parole finali del libro) era dunque un modo per «Cerc[are] di entrare nella morte a occhi aperti» (Memorie di Adriano, p. 268).
Il sapere è un bene comune
Forse è questo il sottofondo di chi rinuncia a un bene privato e lo trasforma in un bene pubblico. Ma è difficile che quel gesto favorisca davvero la crescita, se non si accompagna a un’idea precisa del pubblico: non un fruitore passivo, ma qualcuno che una risorsa la usa con curiosità.
Non basta dire: «questo bene è qui, usalo», o «è a tua disposizione, conoscilo», per poi leggere nella scarsa domanda un segno di disinteresse o superficialità. La domanda di sapere nasce sì da un’ansia, ma è anche il frutto di uno stimolo: di chi quel sapere amministra e lo fa percepire come bene comune, utile per interrogare la realtà in cui siamo immersi.
Trasformare una risorsa culturale, artistica e letteraria in uno strumento per saperne di più non significa semplificarla: significa aprire strade d’accesso, spazi e occasioni per conoscere, senza per questo eliminare la fatica.
Una biblioteca è molto più di un edificio
Le biblioteche sono un luogo che ancora nessuno vuol trasformare in luoghi privati ad accesso limitato. Probabilmente perché promettono a tutti di farcela, ciascuno con le proprie capacità, a patto di mettersi in gioco.
Spesso conservano materiali che hanno come fine quello di rendere le persone (individualmente e collettivamente) capaci di uscire dalla propria sudditanza, facendo crescere così la propria capacità di saperne di più. Ma non basta che offrano oggetti.
Perché quei libri siano desiderabili, devono proporsi strade per arrivarci che non siano percepite come un premio, ma come una voglia di saperne di più. Inventando pratiche di scoperta, percorsi pubblici, momenti di fruizione che non siano solo la pubblica lettura.
Mettendo insieme e facendo cooperare luoghi vari della cultura: dal teatro alla radio, dal podcast al disegno, dal ballo alla condivisione di un’emozione fino all’organizzazione condivisa del tempo libero.
Una biblioteca non è mai solo un palazzo, è uno spazio, fatto di stanze, di prati intorno, di luoghi pubblici intorno che non sono solo percorsi per arrivare da qualche altra parte, sono spazi da essere abitati. Dai corpi, ma anche dalla fantasia. Dalla decisione di andarci e usarli.
