La democrazia cerca rifugio in biblioteca


Articolo tratto dal N. 99 di Immagine copertina della newsletter

Questo numero di Pubblico è dedicato alle biblioteche per una ragione precisa: possono diventare, devono diventare rifugi climatici rifugi democratici. Luoghi di accoglienza nelle estati roventi che ci attendono, luoghi di dibattito negli anni difficili per la democrazia che stiamo vivendo. Per capirne il motivo dobbiamo però partire da lontano.

La lettura non fa parte delle nostre capacità naturali, come l’abilità nel manipolare oggetti, riconoscere piante commestibili o cacciare la fauna selvatica: su scala storica è un’invenzione molto recente, appena tremila anni, e talmente di difficile acquisizione che ancora nel 1950 solo metà della popolazione mondiale sapeva leggere e scrivere. L’Italia ha avuto bisogno della televisione e del maestro Manzi per completare la sua assai tardiva alfabetizzazione. 

Verso la fine della “lettura di massa”?

La breve età della lettura di massa potrebbe finire con un ritorno alla situazione in cui solo i privilegiati sapevano leggere. Oggi il problema non è la mancanza di libri stampati, o di scuole obbligatorie: si tratta piuttosto della disaffezione per i testi lunghi e privi di immagini quando qualsiasi telefonino connesso a internet offre una quantità illimitata di stimoli visivi e sonori di ogni tipo.

La mancanza di abitudine a leggere viene misurata periodicamente dall’Ocse con l’indagine PIAAC e in Italia il 35% degli adulti si colloca al livello 1 o inferiore, ovvero non è in grado di comprendere frasi semplici e può incontrare gravi difficoltà nell’affrontare la vita sociale contemporanea. Appena il 3-4% dei nostri concittadini si colloca al livello 5 dell’indagine, ovvero quello che permette di affrontare la complessità e la riflessione critica.

Le indagini possono essere ambigue, i numeri no: la vendita di giornali in Italia è passata dai circa 6 milioni di trent’anni fa agli attuali 1,4 milioni, forse meno. Il declino dei quotidiani cartacei è un fenomeno mondiale ma il caso italiano è particolarmente severo. Non mi soffermo sul caso dei libri, troppo noto per essere ripreso qui.

Già da qualche anno si parla di post-literate society ma lo scenario più credibile non è quello di una società senza testi, bensì quello di una società dominata da testi molto brevi, discontinui, ovviamente intermediati da piattaforme e compresi in maniera assai diseguale. 

Il rischio democratico non è che tutti smettano di leggere, ma che una minoranza conservi le capacità di interpretazione lenta, di controllo delle fonti e di argomentazione, mentre una quota crescente dei cittadini riceva l’informazione politica solo in forme frammentarie e opache, quando non decisamente manipolate, ora anche grazie all’intelligenza artificiale.

Investire sulla lettura democratica 

E le strutture culturali, in tutto questo? I festival, le giornate del libro, l’acquisto di tablet o i bonus-libro sembrano avere un impatto limitato. 

Occorre una strategia complessiva, sul modello dell’Adult Literacy for Life irlandese. E in quest’ottica le biblioteche possono avere un ruolo centrale perché sono in costante evoluzione: non solo continuano a essere istituzioni culturali e educative fondamentali, ma possono offrire molto di più di quanto non facciano oggi. 

La lezione irlandese è che occorre affrontare le capacità di lettura come problema di politica sociale generale e non come promozione culturale. Non dobbiamo puntare a far leggere più libri, ma ridurre gli ostacoli all’accesso, che sono parecchi: prima di tutto lo stigma di non saper leggere o parlare bene, fortissimo nelle comunità di origine straniera, o semplicemente più povere.

Le biblioteche non hanno barriere all’accesso, sono ambienti accoglienti, che generano fiducia, per molte persone sono un bene pubblico condiviso che non ha paragoni tra le istituzioni pubbliche. In un paese dominato dagli anziani le biblioteche riducono la solitudine, integrano i nuovi arrivati e rafforzano i gruppi vulnerabili.

Trasformare i costi in opportunità  

Poi ci sono i costi: i libri, in un Paese di salari stagnanti, sono un lusso mentre le biblioteche sono gratuite e aperte a tutti. Sono forse anche gli ultimi luoghi freschi in queste estati roventi, veri rifugi climatici in tempi di disastri naturali pressoché quotidiani. Esse forniscono infrastrutture essenziali che rispondono alle esigenze della comunità locale, offrono informazioni, riparo e spazi per la riflessione e la cura.  

In Italia, purtroppo, quasi mai hanno orari sufficientemente lunghi: tenere aperta una struttura costa e i Comuni, sempre a corto di risorse, hanno altre priorità, non si accorgono che le biblioteche sono un’infrastruttura centrale della democrazia, spazi liberi e sicuri per la conoscenza, il dibattito e lo sviluppo di competenze democratiche, oltre che punti di accesso alla cultura e al patrimonio. 

Se molti paesi industrializzati si muovono per combattere l’analfabetismo funzionale possiamo farlo anche noi. È una questione di mobilitazione dal basso, di creatività, di volontà politica. L’alternativa è un declino molto rapido: non delle vendite di libri e giornali ma della democrazia italiana. 

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