Università degli Studi di Urbino Carlo Bo

Proponiamo un estratto del testo di Giovanni Boccia Artieri, professore ordinario di Sociologia della comunicazione e dei media digitali all’Università di Urbino Carlo Bo, dal Rapporto di ricerca di Politica oltre la politica

Nel saggio lo studioso sviluppa una riflessione sull’intreccio caratteristico della comunicazione politica contemporanea fra popolarizzazione e personalizzazione facilitato dalle dinamiche di disintermediazione legate ai social media. Ci troviamo, infatti, in un’epoca di transizione in cui la politica si trasforma attraverso un percorso di “spettacolarizzazione” per riuscire a raggiungere anche strati sociali solitamente meno interessati alle vicende politiche (in Italia un esempio può essere considerato l’ingresso di Matteo Salvini su Tik Tok, piattaforma social usata dai teenager), a dimostrazione di un più ampio mutamento culturale. Diventa quindi cruciale sapersi orientare in un contesto ancora non pienamente compreso, fra il ruolo degli algoritmi e le nuove forme di mediazione dei social in cui prevalgono logiche di affinità che rischiano di degenerare in echo chambers dove tramonta il dubbio metodico e resiste solo una logica pericolosamente settaria.


Popolarità e visibilità online: l’azione di mediazione degli algoritmi

Un punto da affrontare riguarda il nesso fra popolarità, affordance delle piattaforme e struttura del network. Il che richiede di riflettere in che modo la dimensione della popolarità si intreccia a quella della visibilità online, cioè alla capacità che ha un contenuto di emergere nel flusso di contenuti visibili ai singoli account e divenire un contenuto condivisibile in quanto condiviso da un numero significativo di nodi della rete o da una nicchia di pubblico altamente motivata.

Internet in generale e i social media in particolare, funzionano come piattaforme di connessione tra le persone che lavorano sulle relazioni ad un livello che non ha precedenti in termini di numerosità e di velocità. Se pensiamo alla rete come un fattore di mediazione, dobbiamo considerare la natura “interna” di tale mediazione, cioè alle dinamiche di diffusione dell’informazione a partire dalle possibilità di pubblicazione online di UGC  (Univer Generated Content) attraverso specifiche piattaforme e la sua propagazione e trasformazione attraverso le piattaforme stesse. L’azione di mediazione è in tal senso operata attraverso gli algoritmi, cioè degli agenti matematici capaci di tradurre i metadati dei contenuti e i comportamenti agiti su di essi (visualizzazioni, condivisioni, reazioni) in “pesi” capaci di produrre una visibilità del contenuto stesso a fronte di dinamiche selettive – come ad esempio la ricerca attraverso un motore, il suo ranking in una piattaforma o una maggiore visibilità nell’esplorazione delle proprie reti connesse da parte di un utente.

In tal senso un contenuto diventa popolare quando diventa visibile nell’economia dell’informazione di una specifica piattaforma – ad esempio su Twitter come Trending Topics – o per il fatto di ottenere condivisioni sia significative numericamente sia capaci di penetrare network diversi sfruttando la porosità delle bolle comunicative. Allo stesso tempo – in modo simmetrico – la formazione di echo chambers su specifiche piattaforme consente a un contenuto di assumere una popolarità “interna” dandogli valore assoluto, proprio per l’impossibilità di osservare da un punto di vista esterno. Se ad esempio la mia rete di riferimento su Facebook coincide con una sorta di bolla in cui si rendono visibili solo contenuti politici di una determinata componente politica o con un orientamento specifico su una tematica – ad esempio antivaccinista – si genererà una popolarità di contenuti interna che finisce per dare per scontato che quel contenuto sia visibile urbis et orbis. A differenza della popolarità mediale dove sono le testate a fornire la visibilità di un contenuto alle audience così da renderlo familiare e popolare, su Internet e in particolare nella logica dei social network, ogni nodo sarà soggetto ai meccanismi di messa in visibilità delle piattaforme che frequenta o dei motori di ricerca che utilizza per informarsi. In pratica la visibilità che porta alla popolarità è assoggettata alle dinamiche dell’algoritmo.

L’acquisizione di visibilità di un contenuto politico nei media mainstream deve passare dalla mediazione di professionisti dell’informazione che trattano eventi e fatti a partire da norme e procedure condivise. Online, diversamente, è possibile sviluppare strategie di messa in visibilità che sfruttano le dinamiche di disintermediazione, cioè di contatto diretto fra fonte che produce il contenuto e le audience diffuse. E ciò anche attraverso processi tecnici – talvolta al limite della liceità morale – che fanno leva su come gli algoritmi rendono visibili i contenuti. Per fare un esempio, su Facebook l’algoritmo di visibilità combina selettivamente i diversi contenuti secondo pesi pre-determinati che tengono conto sia di criteri decisi dalla piattaforma (ad esempio il peso di amici e familiari a scapito di editori e brand) sia dei comportamenti degli utenti (ad esempio reactions e commenti ai posts). La presenza dell’algoritmo rappresenta in tal senso una forma cibernetica di controllo della complessità e della contingenza che permette a Facebook di operare in modo autonomo e di produrre il suo ordine interno (Boccia Artieri & Gemini 2019). Da questo ordine alcuni contenuti emergono rispetto ad altri ma in quanto, appunto, “realtà emergente” da una serie di fattori la cui selettività è allo stesso tempo predeterminata e contingente.

In tal senso il monitoraggio della popolarità e del sentiment online sui temi costituisce un momento propedeutico alla produzione di contenuti popolari, cioè con possibilità di essere diffusi in quanto incontrano la propensione delle persone. Ad esempio, quello che viene definito nell’ambito della comunicazione online di Matteo Salvini come “La Bestia” – così definito un po’ mitologicamente nel giornalismo – altro non pare essere che «un semplice strumento di monitoraggio della rete. Un tool in grado di leggere commenti e conversazioni che riguardano un argomento specifico, come ce ne sono tanti in giro. Se anche così fosse sarebbe una novità comunque se fosse utilizzato sistematicamente. Non mi risultano staff politici che ne fanno un uso sistematico. L’ascolto è importante. Certo, in questo caso, molto spesso è funzionale a riattizzare il fuoco delle polemiche più che a comprendere per costruire proposte risolutive di problemi» (Cosenza, 2019). Si tratta quindi di un listening tool utile ai social media manager guidati da Luca Morisi, spin doctor digital della Lega, per indicare momenti e temi sui quali prendere posizione, sfruttando magari una certa propensione di pubblici online ad accordare attenzione e lasciarsi emotivamente colpire.

Un altro esempio è costituito invece dalla costruzione di reti online di supporto, utili alla condivisione e amplificazione di contenuti, che possono essere organiche o artificiali.

Nel primo caso si tratta di reti auto-organizzate, ad esempio da attivisti politici, dove spesso i singoli utenti possono governare diversi profili e prendere decisioni di intervenire in precisi momenti per supportare un determinato profilo politico o scoraggiarne un altro: «è normale vedere un utente pro-Lega o pro-M5S gestire anche cinque account con nomi diversi: cento persone in un gruppo segreto di Facebook o su un canale Telegram, con cinque account ciascuno, fanno 500 troll pronti ad attaccare, e scoraggiare utenti standard a un confronto politico»[1].

Nel secondo caso parliamo della costruzione di botnet, ad esempio su Twitter, particolarmente diffuse nella comunicazione politica contemporanea (Howard, Woolley & Calo 2018) costituite da account falsi ma riconducibili a utenti verosimili (con foto profilo e nome proprio) che tendono ad avere pochi follower, a produrre gli stessi tweet moltiplicando l’effetto di diffusione di un contenuto e a sparire in seguito dalle piattaforme di social networking.

Ad esempio, un’analisi svolta da ricercatori della City, University of London (Bastos & Mercea 2017) a proposito della Brexit ha individuato su Twitter una rete di oltre 13.000 account sospetti (una vera e propria botnet) che hanno twittato prevalentemente messaggi pro-Brexit prima di essere eliminati o rimossi da Twitter durante il ballottaggio. La ricerca evidenzia, da una parte, come sia possibile costruire una strategia di comunicazione attraverso political bot capaci di diffondere specifici contenuti in tempi molto rapidi e con buona penetrazione in comunità online e che il contenuto ritwittato comprende notizie hyperpartisan generate dagli utenti ma la cui durata di conservazione è notevolmente breve. La rapidità e la penetrazione di specifici contenuti online finiscono in tal senso per amplificare il portato valoriale di determinate idee (Bruns e Burgess 2011): l’associarsi di velocità e massa di utenti raggiunta sovradetermina il valore di una specifica notizia e delle questioni associate, amplifica i fenomeni, produce istantaneamente senso comune. In pratica questo lavoro mette al centro una delle dinamiche della post-verità che non ha a che fare necessariamente con la produzione e diffusione sistematica di contenuti falsi ma con il rischio di distorsione potenziale delle forme di comunicazione pubblica.

In pratica «è possibile usare botnet sofisticate per forzare gli algoritmi di visibilità delle piattaforme (più facile su Twitter che altrove), ma si tratta di strategie di breve periodo e che funzionano quando quelle reti di bot poi riescono a intercettare il sentimento di persone vere che rilanciano quei contenuti. In pratica con quelle tecniche si accende il primo focolaio, poi c’è bisogno di un humus specifico per far sviluppare l’incendio» (Cosenza, 2019).

In tal senso è possibile far diventare una particolare notizia o una particolare posizione politica un elemento di cultura condivisa, rendendola virale in tempi stretti attraverso la capacità di replicarla e renderla visibile agendo sulla botnet. L’effetto finale è quello di una “popolarità affidabile”, confermata sia dall’autorevolezza della fonte, ad esempio un leader politico che la condivide sui suoi profili, sia dal numero di condivisioni che la rendono in quel modo difficilmente contestabile.


1 https://www.rollingstone.it/politica/la-bestia-ovvero-del-come-funziona-la-propaganda-di-salvini/420343/

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