Scienziati e tecnici si sono dati appuntamento qualche giorno fa sulla cima del ghiacciaio dell’Adamello, scoprendo che quasi la metà degli 870 milioni di metri cubi rilevati alla fine dello scorso millennio si è ormai sciolta (Repubblica). Attraverso l’acqua possiamo vedere con i nostri occhi gli effetti dei cambiamenti climatici (The Nation). Tanto che in Islanda sarà dedicata una targa commemorativa al primo ghiacciaio scomparso a causa del riscaldamento globale. Per ricordare a cosa stiamo andando incontro (Open). Gli eventi estremi, con la siccità da una parte e le alluvioni diventate la “nuova normalità” dall’altra (The Vision), sono la prova che il “ciclo dell’acqua” è cambiato. Una cattiva gestione delle risorse, impianti obsoleti e lo spreco diffuso non fanno poi che peggiorare la scarsità dell’“oro blu” sul nostro pianeta, spiega il Wwf. Secondo il Water Development Report 2019 dell’Onu, sono 2 miliardi le persone che nel mondo rischiano di restare senza acqua. Ed entro il 2045 la mancanza di terre fertili sarà responsabile della migrazione di circa 135 milioni di persone (UN.org).

 

Risorsa contesa Il pianeta ha sete. E i suoi bisogni, con la popolazione in aumento, stanno crescendo. Non è un caso che molti fiumi, laghi e risorse sotterranee condivise tra diverse nazioni siano al centro di conflitti. Ad oggi nel mondo esistono 286 bacini idrici transfrontalieri in 151 Paesi. E in una situazione di “stress idrico”, alcuni di questi specchi d’acqua possono essere il motore per la nascita di conflitti, fino a vere e proprie guerre per l’acqua (LINK). Solo il fiume Nilo, con i suoi 1.600 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, è conteso tra 11 Paesi (La Stampa). Il conflitto tra Israele e Palestina è anche legato all’acqua (Independent). E lo stesso accade per le risorse idriche dell’Himalaya (EastAsiaForum).

 

Oro blu Il water grabbing, ovvero il fenomeno che riguarda l’appropriamento idrico – che va dalle privatizzazioni del settore al controllo delle fonti primarie – si sta diffondendo soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, anche con il controllo di grandi porzioni di suolo fertile da parte delle multinazionali alimentari o dell’energia (LINK). Come scrivono Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli nel libro Water grabbing. Le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo, che documenta oltre 500 “conflitti idrici”, la soluzione a lungo termine non è nell’accaparramento delle risorse ma nella gestione oculata di un bene comune a disponibilità limitata.

Acqua infetta Ma non sempre è così. Dopo lo scandalo della città americana di Flint, dove si è scoperto che l’acqua potabile distribuita ai cittadini conteneva dosi tossiche di piombo (Salon), ora i pediatri sospettano un caso simile a Newark, New Jersey (Business Insider). In Italia, il caso più noto è quello dell’inquinamento da Pfas delle falde acquifere di una sessantina di comuni del Veneto, probabilmente a causa dei composti chimici sversati dalle industrie conciarie. Tanto che ora nelle zone più esposte – dove vivono circa oltre 300mila persone – è pericoloso bere dal rubinetto (Corriere).

 

FATTORE ACQUA
L’acqua è un bene pubblico, ma è sotto assedio. E nel suo utilizzo si misurano le diverse sensibilità culturali proprie di ogni società umana che pensi in termini di futuro, si legge nell’introduzione all’ebook Fattore Acqua (LINK). In quanto bene pubblico, è una risorsa che richiede l’adozione di pratiche virtuose da parte di tutti i soggetti attivi: imprese, operatori economici e consumatori. Secondo l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, d’altronde, l’accesso all’acqua pulita e ai servizi igienico sanitari adeguati deve poter essere garantito a tutti. Un diritto legato a quel che Salvatore Veca definisce come un bene sociale primario che chiama in causa questioni di efficienza, ma soprattutto di giustizia nella sua produzione e distribuzione (LINK).

Vasi comunicanti Solo in Italia, di tutta l’acqua potabile immessa nei 500 mila chilometri di rete di distribuzione, il 41,4% viene perso a causa delle pessime condizioni delle tubature e di una manutenzione che sarebbe a carico degli enti gestori e che invece scarseggia. Con il risultato che il 10% delle famiglie italiane lamenta abituali irregolarità nell’erogazione (Corriere). Tant’è che molti comuni hanno approvato le delibere per la gestione pubblica dell’acqua (Forum Italiano dei movimenti per l’acqua). Mentre altrove sono stati gli stessi cittadini a costituirsi in cooperative per la gestione. Da Melpignano è partita ad esempio l’iniziativa di costruire le “casette dell’acqua” in tutta la provincia di Lecce: ogni giorno vengono erogati 30.000 litri di acqua in bottiglie di vetro, risparmiati 500 kg di plastica e 300 litri di carburante per il trasporto (La Stampa).

Leggi in cammino Matteo Florio spiega come dietro la privatizzazione di beni come l’acqua ci sia la predominanza dei mercati finanziari sui governi. Certo, dice, non è facile scrivere in una legge quali possano essere i diritti dei consumatori senza fornire prima l’educazione ambientale e civica necessaria (LINK VIDEO). In Italia, nel referendum del 2011 in cui votarono il 54% degli aventi diritto, il 95% degli elettori si espresse contro la privatizzazione del sistema idrico, dopo la presentazione di una legge di iniziativa popolare sull’acqua come bene comune che aveva raccolto oltre 400mila firme. Ad oggi, però, nulla e cambiato. E la legge sulla gestione pubblica dell’acqua da più di tre mesi è ferma in Commissione Ambiente della Camera (Tiscali).

Che fare? In attesa di una legge nazionale, però, Wwf Italia ricorda che è indispensabile colmare il ritardo nell’applicazione delle direttive europee su acque e alluvioni. Ma tutti gli attori in gioco possono contribuire a una oculata gestione delle risorse. A partire dalle imprese agricole, che sono le principali responsabili del consumo d’acqua: l’Università di Bologna ha dato il via, ad esempio, a un progetto per il riutilizzo delle acque reflue, saline e salmastre (Unibo Magazine). Mentre a Singapore si stanno attuando soluzioni innovative, dalla dissalazione ai contatori wireless, per spingere anche i cittadini a un consumo responsabile (Internazionale). Con una raccomandazione finale che arriva dal World Economic Forum: serve collaborazione tra Stati e scienziati per prevenire la sofferenza idrica che mette in pericolo milioni di persone.

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