Università degli Studi di Pavia

Mio padre mi ha raccontato che nel 1943, quando lui e famiglia erano sfollati nella riviera romagnola, sua madre partiva la mattina presto in bicicletta per andare (alla borsa nera?) a procurarsi da mangiare. Spesso tornava solo con qualche patata. Mai avrei immaginato che la mia società opulenta, del superfluo, della connessione h24 e della mobilità globale piombasse nella ricerca dell’introvabile, nell’ansia da esaurimento scorte, nel loop dell’accaparramento. E che uscire per la spesa significasse entrare in territorio ostile, con il tempo contato e l’allerta sempre alta. Così, seduti nel proprio riscoperto balcone, rivolti in parallelo verso il sole come nel quadro di Edward Hopper, ma sfalsati e distanti, ognuno nel suo rassicurante recinto, cerchiamo di sfuggire al contagio, nemico invisibile che ha attraversato la storia.

Peste, tifo, colera, vaiolo, spagnola, AIDS, Ebola: nell’antichità, poi soprattutto dal Trecento al Novecento le società umane sono state spazzate e ridisegnate da ondate epidemiche che, se anche offrivano segni corporei inequivocabili della malattia, hanno tutte avuto in comune l’invisibilità del nemico, e del suo punto di partenza. A differenza della guerra e della carestia dove il nemico si materializzava in eserciti – a lungo mercenari –  brutali razzie, siccità, l’epidemia iniziava strisciante e silenziosa dal focolaio, per poi progredire a catena falcidiando vite. Di contenimento e di cordoni sanitari si occupavano già le magistrature pubbliche nel Rinascimento e nel corso dell’età moderna, inflessibili nel chiudere le porte delle città, nell’isolare territori e comunità rispetto all’ingresso di uomini e cose: soldati lungo le frontiere ed embarghi verso le merci forestiere erano le misure più comuni, le trasgressioni potevano essere punite anche con la morte. Non stupisce allora che dopo la rivoluzione francese nell’immaginario delle classi dirigenti europee prendesse agilmente forma la metafora del contagio e del cordone sanitario applicata al mondo liberal-costituzionale e alle sue parole d’ordine: così ragionavano sovrani e ministri conservatori dell’Ottocento per i quali “la peste” era l’offensiva antiassolutista che cospirava nell’ombra delle società segrete e si ramificava, silenziosa, a dispetto di confini e di controlli.

Interno/esterno, dentro/fuori, chiusura/varchi sono le dimensioni anche psicologiche che hanno storicamente caratterizzato l’impatto delle vicende epidemiche sulla società, evidenziando le diverse possibilità delle sue componenti di reagire al nemico invisibile: ritiro nelle residenze di campagna per le élites cittadine, ghettizzazione e tensione sociale tra le classi subalterne, i poveri, quel proletariato urbano che nella società industriale sarebbe stato percepito come classe “laboriosa/pericolosa” per il doppio rischio, appunto, del disordine e del deterioramento della salute pubblica. La ricerca del capro-espiatorio ha anch’essa sempre accompagnato le reazioni al pericolo, più facilmente metabolizzabile e accettabile se inteso come “esogeno”. A un nemico, comunque, si deve dare un volto. Meglio se “straniero”.

Una delle esperienze storicamente più interessanti fu l’epidemia di colera che flagellò l’Europa negli anni Trenta del XIX secolo, con diverse ondate e un picco nel 1837, anno nel quale si registrarono nella sola penisola italiana, politicamente frammentata, circa 236.000 vittime, e fenomeni di rivolta urbana legata all’emergenza sanitaria, la storiografia li chiama cholera riots. Le ondate di influenza “spagnola”, prima pandemia del Novecento, con l’aggravante del contesto bellico e post-bellico, tra 1918 e 1920 provocarono in Italia un’ecatombe registrata a caldo nella corrispondenza e nella memoria dei contemporanei, che ancora a distanza di molti decenni, se interrogati, ne ricordavano la violenza e l’estensione. Quattro milioni e mezzo di contagi e 600.000 morti nel picco autunnale del 1918. Ma l’origine virale dell’infezione sarebbe stata dimostrata solo nel 1933.

Tuttavia, il nemico invisibile è stato storicamente capace di produrre anche una temporanea solidarietà interclassista – come tra senatori e plebe nella Roma del V secolo  ̶  e di stemperare antichi odi e rivalità per opporre un fronte comune alla comune minaccia. Similmente, esso ha rimodellato le società, costretto a ripensamenti nei modi di vivere e di produrre. Il nostro tempo non fa eccezione. Il nemico invisibile può diventare un’opportunità.

Ma che strumenti offre il metodo storico per ricostruire la memoria di una crisi e la percezione di un nemico invisibile? Agli storici degli anni a venire – dopo che altri scienziati sociali avranno registrato in fieri opinioni, paure e speranze  –  spetterà il compito di ricostruire come singoli e gruppi, comunità e territori hanno vissuto l’arrivo e la presenza del virus che ha marcato un prima e un dopo nel tempo esistenziale e ha plasmato o riplasmato l’immaginario individuale e collettivo. Sarà un’operazione preziosa che dovrà recuperare testimonianze orali e scritte, “diari” della crisi che, da plurimi punti di vista, potranno restituire l’impatto sulle vite della frattura provocata dal nemico invisibile. E dai tanti black-out imposti dalla necessità: non vedere i propri cari, non rivedere amici, vicini, colleghi. Non rivederli più vivi. Ci soccorreranno anche le fonti letterarie: «Elena era malata; da più di una settimana non la vedevo e non sapevo dove fosse stata messa», ricorda la protagonista di Jane Eyre. L’epidemia era quella di tifo, ma Elena era in realtà vittima della tisi, un’altra patologia da distanziamento sociale della cui dolorosità era restata evidentemente traccia nella memoria di Charlotte Brontë.

I circuiti relazionali surrogati dalla tecnologia della società globale entreranno sicuramente nel racconto storico, per i secoli passati nutrito di fonti cartacee conservate negli archivi pubblici e privati, un mare di editti e di corrispondenza. Video, videoclip, messaggi vocali, appelli via Twitter e altri social media testimonieranno per la posterità paure condivise e trasversali. Sarà il ricordo più intimo, la frattura dentro di noi quella che la sensibilità storica potrà soprattutto recuperare scavando tra l’asetticità dei numeri e dei dati, rintracciando sentimenti ormai sedimentati sotto gli strati di altre fasi storiche successive: la “ripartenza”, la “ricostruzione”, “la convivenza” con il nemico invisibile. La storia sociale, la storia culturale e delle mentalità avranno gli strumenti per avviare questo racconto, affiancate dalla storia politica, più attrezzata sul versante della risposta istituzionale. La fotografia, poi, continuerà ad offrire fermi-immagini e istantanee che diranno molto più di tanti libri. Gli archivi della memoria vocale, scritta, visiva, vanno custoditi sin d’ora perché integreranno il racconto dei governi, anch’esso necessario allo storico che verrà. Come è avvenuto per la Grande Guerra, sarà il racconto from below la vera svolta storiografica, quella che saprà restituire alle generazioni future il senso profondo delle reazioni al nemico invisibile nella società dove tutto era visibile e svelabile. O così, almeno, noi credevamo.

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