Università degli Studi di Pavia

La pandemia segna il ritorno degli stati nazionali come attori principali delle relazioni internazionali e dei processi politici, enfatizzandone gli aspetti più fisicamente evidenti, a partire dalla demarcazione dei confini e dall’applicazione dei blocchi alla circolazione di merci e persone.

Nel Medio Oriente da anni veniva annunciato come imminente il funerale dello stato di tipo moderno, connotato da numerosi elementi di fragilità strutturale ed esposto all’erosione della propria legittimità sotto la pressione congiunta di attori internazionali e non statuali. Le prospettive di un Medio Oriente post-westfaliano sono state per ora smentite dall’evoluzione della crisi sanitaria. Tutti gli stati della regione, pur nella diversità di condizioni di partenza, hanno tentato di manifestare gli attributi della propria sovranità e di asserire la propria legittimazione politica attraverso la rivendicazione della propria efficacia operativa. Il ventaglio di misure messe in campo sia per il contenimento del contagio sia per gli effetti della crisi economica deve essere misurato nel contesto storico e politico di ciascun paese. Appare però ragionevole mettere in luce due punti. In primo luogo, la diffusione della pandemia evidenzia la persistenza di conflitti tutt’altro che sopiti dall’emergenza sanitaria: gli appelli di personalità religiose e intellettuali per una moratoria sono sostanzialmente caduti nel vuoto. In secondo luogo, attraverso quei processi di compattamento in tempi di crisi che sono stati ampiamente studiati in altri contesti, la pandemia sta offrendo un’insperata boccata di ossigeno a esponenti e sistemi politici che, nei mesi precedenti all’insorgere della crisi, erano apparsi in evidente affanno e sull’orlo del collasso.
In Israele, l’emergenza pandemica, unita alla prospettiva di dover tornare alle urne in agosto per la quarta volta nel giro di un anno, ha rimosso i freni residui che ancora bloccavano la formazione di un governo di “grande coalizione”. Nell’aria già dagli inizi di febbraio, dopo la presentazione del cosiddetto “Piano del secolo” fortemente voluto dal presidente degli Stati Uniti, l’accordo tra Netanyahu e l’ex capo di stato maggiore Gantz si è concluso il 20 aprile. Dopo essersi opposti in maniera accanita nelle due tornate elettorali precedenti, i due ex avversari si sono accordati per una staffetta al governo, con l’appoggio determinante dei partiti religiosi. Rimane da vedere l’esito del procedimento giudiziario contro Netanyahu, mentre il progetto di annessione unilaterale della valle del Giordano e delle colonie israeliane all’interno della Cisgiordania appare in stallo, dopo gli annunci che lo davano pressoché per certo alla data convenuta dell’1 luglio. Le grandi manovre

tra il blocco di destra, guidato a Netanyahu, e i centristi di Gantz avvengono in un paese in cui la crisi sanitaria ha acuito i contrasti tra la parte laica della società e gli haredim (i cosiddetti ultraortodossi), tra i quali i dati del contagio sono stati particolarmente elevati, fomentando l’accusa di aver sottovalutato le norme sanitarie. Se Contagion di Steven Soderbergh aveva anticipato cinematograficamente l’attuale pandemia di Covid-19, la serie televisiva Autonomiyot, trasmessa nel 2018, aveva anticipato la spaccatura tra la parte laica della società e le énclaves degli haredim.

Le misure di contenimento della pandemia assumono caratteri del tutto particolari nei Territori palestinesi occupati, dove l’ordine pubblico, il controllo del territorio e la circolazione di materiale e personale sanitario sono determinati dalle forze armate israeliane, esasperando i problemi preesistenti sia nella Cisgiordania sia nella Striscia di Gaza. La combinazione di misure repressive e di carenze nei servizi aumentano la comparsa di focolai di contagio e fanno paventare gravi rischi sul versante sanitario.

Al confine tra Israele e Libano si sono intensificati i segnali di tensione crescente tra le forze armate israeliane e Hezbollah, il partito/milizia sciita che sul versante interno si è impegnato in una possente mobilitazione sanitaria nelle sue roccaforti nel sud del paese e nella periferia di Beirut. Il Libano ha annunciato il default il 9 marzo, non essendo riuscito a ripagare un eurobond da 1.2 miliardi di dollari. Il nuovo governo “tecnico” di Hassan Diab, insediato a fine gennaio dopo mesi di proteste contro il sistema clientelare che ha portato il paese sull’orlo della bancarotta, all’inizio di aprile ha avanzato tra molte critiche un piano di ristrutturazione del debito. In un paese dove il settore bancario è strettamente intrecciato ai partiti e alle reti clientelari, la pandemia sta offrendo agli attori del sistema confessionalista la possibilità di rientrare dalla finestra dopo essere stati aspramente contestati nelle manifestazioni dell’autunno scorso. In nome dell’emergenza economica e sanitaria, i partiti confessionalisti tornano a spartirsi il territorio, rievocando i fantasmi della guerra civile. Il crollo del tasso di cambio tra la lira libanese e il dollaro ha completamente sparigliato il sistema dei prezzi, mentre il paese è entrato in un ciclo di iperinflazione fuori controllo, provocando un rovinoso collasso delle condizioni di vita non solo tra la porzione di popolazione che viveva sotto la soglia di povertà relativa anche prima della crisi, ma anche all’interno della classe media. Lo schianto dell’economia libanese appare andare di pari passo con l’inconcludenza della classe politica.

Il peso della pandemia è particolarmente opprimente per i profughi palestinesi e i rifugiati siriani, che già prima della crisi sopravvivevano in condizioni insostenibili. La pandemia è presente anche in Siria, dove il conflitto civile non si è fermato, aggiungendo ulteriori motivi di preoccupazione alla già precaria situazione nella zona di Idlib controllata dalle milizie dei ribelli, il tutto mentre l’ISIS è tutt’altro che sopito e anzi manda a dire di essere in grado di colpire laddove le circostanze, anche a causa delle limitazioni causate dalla pandemia sugli apparati di sicurezza dei vari paesi nemici, lo permettano.
Nonostante una serie di appelli per sospendere le sanzioni almeno per l’emergenza sanitaria in corso, l’amministrazione Trump ha optato per una linea dura nei confronti dell’Iran. Le preoccupazioni legate alla pandemia hanno assai offuscato il risultato delle elezioni parlamentari di febbraio. Benché le dinamiche politiche iraniane non possano essere inquadrate nella contrapposizione semplicistica tra “riformisti” e “conservatori”, nel nuovo parlamento, che ha tenuto la sua sessione inaugurale il 28 maggio, i deputati vicini al presidente Rouhani sono una sparuta pattuglia. L’elezione a nuovo presidente del parlamento di Mohammed Qalibaf, generale delle guardie della rivoluzione e già sindaco di Teheran per dodici anni, segna una nuova fase nelle vicende politiche iraniane, per quanto senza intenzioni di rottura con gli ambienti conservatori.

In Iran, così come nella vicina Turchia, la decisione di limitare la quarantena o di tornare rapidamente alla “fase due” sembrano essere determinate dalla preoccupazione di evitare un ulteriore collasso del quadro economico generale.

Su tutto, in ogni caso, aleggiano gli effetti incogniti del crollo del prezzo del petrolio greggio, innescato dal braccio di ferro tra Arabia Saudita e Russia. Con il prezzo sceso sotto zero per la prima volta nella storia il 20 aprile scorso si sono aperti interessanti interrogativi di tipo teoretico e dubbi molto più concreti legati alle ripercussioni sui mercati azionari e sui bilanci di economie che possono mantenersi in pareggio di bilancio solo con un prezzo superiore ai cinquanta dollari per barile. La decisione di concordare sostanziosi tagli all’estrazione ha per ora composto la frattura tra lo swing producer saudita e la Russia, ma è lecito ipotizzare che gli effetti della crisi incideranno pesantemente su economie ancora lontane dalla diversificazione.

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