Università degli Studi di Milano

Il progetto di riqualificazione urbana di piazzale Loreto, per il quale la giunta milanese si è impegnata a concludere i lavori entro il 2030, promette di rilanciare uno spazio urbano che da troppi anni ha assunto il carattere anonimo di un “non-luogo”: un mero svincolo di mobilità (pressoché esclusivamente stradale, considerata la marginalità e inefficacia con cui sono stati gestiti gli attraversamenti pedonali), che sembra pienamente corrispondere a quelle proprietà descritte da Marc Augé nell’ormai lontano 1992: luoghi anonimi, confondibili gli uni con gli altri, non identitari, non relazionali, non storici – al pari di svincoli autostradali, aeroporti, grandi centri commerciali, outlet…

Strano destino, per un piazzale così carico di storia tragica, questa trasformazione in un non-luogo: una sorta di neutralizzazione urbanistica di una carica energetica polarizzata fra la strage fascista perpetrata (dietro ordine delle SS) nei confronti di quindici partigiani per mano del gruppo Oberdan appartenente alla famigerata legione Ettore Muti il 10 agosto del 1944 e, trascorso meno di un anno, l’esposizione dei cadaveri di Mussolini, della Petacci e di altri diciotto gerarchi fascisti la notte del 28 aprile 1945, con relativo vilipendio delle salme da parte della folla, e relativa controversa interpretazione storica dello stesso vilipendio.

Perché ricordare, qui, questi fatti storici arcinoti? Non vi è forse, a memento – inaugurata nel 1961 – la stele commemorativa in pietra realizzata da Giannino Castiglioni, che reca i nomi dei martiri rappresentati iconicamente in pars pro toto da un uomo incatenato? “Alta / l’illuminata fronte / caddero nel nome / della libertà”, recita l’iscrizione. A tutt’oggi il memoriale segna il perno spaziale e simbolico attorno al quale si celebra l’annuale commemorazione della strage. Ma una breve ricerca storica ci svela che il monumento di Castiglioni arrivava secondo, sostituendo il cippo squadrato che era stato originariamente posto a memoria della strage il 10 agosto 1945. I memoriali hanno bisogno di essere ribaditi, rafforzati, sostenuti: da soli non ce la fanno a conservare e tramandare la memoria…

Che accadrà alla stele e al ricordo che incorpora nel progetto della “Milano 2030”? Fra i progetti già pervenuti per il restyling della piazza (fra i quali quelli degli studi Citterio & Viel e Hypnos & Lad) – almeno a giudicare dai rendering disponibili in rete – non sembra di poter dire che il memoriale giocherà un ruolo significativo.

 

 

Sul sito dello studio Lad  l’articolata descrizione dell’intervento di “sovraparco” proposto si riferisce a piazzale Loreto come a uno «spazio informe», «un luogo piuttosto brutto», «uno sfacelo estetico». Il richiamo agli eventi luttuosi è menzionato come en passant così: «I noti fatti di guerra del 1944/45 segnarono per Loreto uno stigma di violenza, destinato a tradursi in un disamore della città verso questo luogo. Si avviò un processo di damnatio memoriae della forma urbana originaria». Nulla viene detto riguardo al posto del memoriale nel progetto di riqualificazione: alla damnatio memoriae urbanistica si affiancherà forse una damnatio memoriae storica?

Il sito web dello studio Citterio & Viel non entra più di tanto nei dettagli , ma contiene una dichiarazione programmatica su cui vale la pena riflettere: «A building is not a monument. It is an ensemble of related elements, in an ensemble of urban and natural contexts». Mi pare un’affermazione del tutto condivisibile, a patto che nell’ensemble possano trovare il loro spazio anche i monumenti in un contesto relazionale storico e naturale.

Se il memoriale di Castiglioni dovesse essere avvertito come una fonte di imbarazzo, se venisse sottaciuto o marginalizzato nella riqualificazione di piazzale Loreto, si perderebbe un’occasione cruciale per riflettere, in generale, sul ruolo dei monumenti e dei memoriali nel tessuto urbano e sociale di una città, e, in particolare, sulla progressiva neutralizzazione della carica energetica di questo luogo milanese, polarizzata fra due eventi traumatici. Trascurandolo, si prolungherebbe quella progressiva pratica di anestetizzazione insieme architettonica, urbanistica e biopolitica, che solo parzialmente la commemorazione annuale dell’eccidio riesce a contrastare, e che sarà inevitabilmente destinata a intensificarsi nel momento in cui gli ultimi testimoni degli eventi non saranno più fra noi. Siamo qui di fronte a un compito delicato e complesso, che i memory studies definiscono con il termine di “post-memory”: quell’esperienza del passato che le generazioni nate dopo gli eventi possono solo provare a ricordare e praticare in maniera mediata e indiretta, tramite narrazioni, documenti, immagini e – appunto – memoriali.

Le vicende della monumentalità contemporanea, almeno a partire dagli anni Sessanta e soprattutto (ma non esclusivamente) in relazione alla memorializzazione dell’Olocausto, hanno fatto i conti con l’impotenza del monumento: con quel paradosso, descritto brillantemente da Robert Musil, in virtù del quale nulla di più invisibile sembra esserci del monumento, cioè proprio di quell’oggetto realizzato per essere massimamente visibile; nulla riesce a più efficace macchina di oblio di un dispositivo progettato per farci ricordare. Questa dinamica, che rientra nel più generale paradosso del rapporto fra traccia e memoria (già Platone aveva rilevato che la scrittura ci consente di dimenticare, poiché affidiamo il ricordo a un segno esterno che conserva al posto nostro). Si sono escogitate così delle astute strategie contro-monumentali: veri e propri “anti-monumenti”, che preferiscono l’invisibilità alla visibilità, la leggerezza alla pesantezza dei materiali, la transitorietà alla permanenza, l’immergenza all’emergenza, l’astrazione alla figurazione…

Loreto è, oggi, l’occasione da non perdere per ripensare il memoriale a partire dalla polarità della carica traumatica. Per immaginare la possibilità di un luogo che si faccia luogo di memorie e non di memoria. Per allenare le generazioni post-memoriali alla complessità irriducibile della storia.

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